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Senza scomodare “guerra e
pace” giusto per un facile rimando al titolo, ci inoltriamo nell'opera di
Vincenzo Rossi colpiti da un continuo rimando al passato negli echi di una vita
recente.
Amore e Guerra non è un
libro dal sapore antico ma una testimonianza narrativa che attraversa il secondo
'900 portando il lettore in una dimensione in cui il tempo è il ponte su cui
traghettare una intera vicenda umana, densa di tutte quelle vicissitudini che
stanno per forza sospese tra questi due termini - amore e guerra -
apparentemente tanto distanti.
Solo apparentemente perché
nella lettura del romanzo appare chiaro che questo titolo dal sapore di ossimoro
è necessario per trasmettere quanto, nell'esperienza del protagonista, l'amore
sia strettamente legato a un concetto di “guerra”, doloroso ma inevitabile in
tutte le sue inesplicabili derivazioni.
Nel tratto attento che marca
i personaggi lungo il corso della narrazione, leggiamo che questo inevitabile
dualismo è necessario per esprimere la vastità di una intera esistenza che
attraversa la storia collettiva ma anche e soprattutto quella individuale.
Il tempo è il collante dei
fatti che ci presenta il romanzo, un viaggio inteso per concepire il presente e
manovrarlo ancora dal passato, riappropriandosene.
Lo stile di Rossi è asciutto
e realistico, adatto a narrare con pungente crudezza le differenti storie che
fanno da spunto al libro, rivolte ad un futuro che deve di fatto fare i conti
con le contraddizioni di un tempo trascorso che per certi versi si vuol
mantenere nascosto, sopito.
In Vincenzo Rossi predomina
la ricerca di un “inconscio del reale” nello sviluppo di possibilità narrative
che si discostano dall'architettura di una trama semplice e statica, cercando
sempre nuove soluzioni e spunti allusivi per una storia che non può concludersi
nel libro ma cerca di proseguire nella sollecitata fantasia
del
lettore.
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