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Laura Accerboni compie un viaggio sospeso tra sgomento e follia, argomentato con quell’accordo (citando il prefatore Elio Grasso)” fra il proprio corpo, messo in primo piano ogni qualvolta brama di presentarsi, e lo spessore del mondo e degli abitanti privi di gesti”.

Un caleidoscopio emozionale in cui si avvicendano sensazioni, vortici emozionali e distacchi che raccontano una intimità raccolta in minime espressioni del sé, piccole e infinitamente grandi nella traccia che lasciano.

“(…) malati di altra malattia | potremmo chiedere | un rinvio, | un prestito, | per abituarci all’idea | che di morte non si muore | se non in vita”: Laura Accerboni scruta i risvolti della propria esistenza, raccontandoli con un linguaggio acuto e quasi spietato che sottomette ogni stereotipo ed esprime lo struggimento lucido di chi si confronta con l’inesprimibile.

“Senza treni  | ad aspettarmi, | mi dico | che questa gente | è solo riflesso | dell’orario stabilito”: assenza e presenza si alternano implacabilmente nella ripetizione dei gesti, dei fatti e delle cose, in un ritmo incessante che scandaglia l’universo emotivo dell’autrice, raccolto con la consapevolezza del proprio mezzo espressivo.

Laura Accerboni scrive testi brevi e intensi, in cui si riflette un andamento lirico ricco di immagini simboliche ed insieme semplici, dove si avvicendano scenari raccontati da un incipit narrativo schietto e senza schematismi prestabiliti. La lirica dell’autrice rimane originale e fresca, libera da formalismi eccessivi e dove il verso si orienta in base a un ritmo interiore che ne sceglie la sequenza e lo sviluppo. La libertà espressiva sancisce la migliore dote di questa silloge che trova nella schiettezza e nell’esternazione meditata della propria fisicità il suo lato più efficace.

Recensione
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