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Anna Gertrude Pessina scrive una pièce teatrale che si caratterizza per un linguaggio ricercato e meditato, una sorta di commento sul ruolo e sul significato dell’artista nel mondo contemporaneo che risente inevitabilmente della attualità della scena culturale italiana.

L’autrice realizza quindi una composizione che sulla pagina acquista lo spessore di un palcoscenico ideale, in cui si maturano insoddisfazioni e si commentano paure, e dove narcisismo e presunzione si incamminano insieme, seppure tacitati dal metodo con cui Anna Gertrude Pessina allestisce i personaggi, ben arginati dal filtro che essi attuano sulla loro emotività più radicata e oppressa.

Da una parte, il tentativo didascalico dell’autrice penalizza lo svolgersi dei due atti, appesantendone il ritmo con lunghi discorsi che, complice un messaggio espresso con parole poco immediate, risultano quasi innaturali, addirittura forzati.

Manca cioè una scorrevolezza di intenti che accompagni situazioni e movimenti sulla scena, dove il corpo viene fortemente penalizzato rispetto alle parole e non consente di costruire quel clima di esasperazione che Anna Gertrude Pessina tende a riprodurre.

Le frasi, scansioni troppo ordinate di commenti anche troppo compiuti, esulano dunque da un principio di “irrequietezza” che ci potremmo aspettare leggendo un lavoro contemporaneo di sceneggiatura teatrale, suggerendo quasi un palcoscenico privo addirittura di pubblico, per consentire a quella provocazione - artista e ingombrante io sospesi tra necessità di esserci e estraneazione da un mondo consumistico e grottesco - di svolgersi nella sua pienezza.

Solo la domestica Frida acquista nel corso della pièce quella umanità quotidiana che riflette un barlume di reale verismo nella scena edulcorata dove si muovono le due protagoniste, libere di parlare a lungo ad un uditorio assente (poiché è solo a loro stesse che esse si rivolgono); un lavoro dunque con numerosi spunti di riflessione, a cui applicare una lettura altrettanto metodica e attenta.

Recensione
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