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Concerto

Come si evidenzia immediatamente dal titolo dell’opera, la composizione poetica di Roberto Mosi si approccia con felice risultato ad un impianto musicale, non solo nella struttura del testo ma anche e soprattutto nella linearità espressiva e nel gusto stilistico.

La musica, le sue sfaccettature tonali e timbriche, è la guida ispiratrice di questa visione poetica, dove la lirica si presta a raccogliere e a illuminare gli attimi intimi e labili della memoria per rinnovarli in una dimensione insieme infinita ed essenziale.

Roberto Mosi si concentra su uno sviluppo narrativo dei propri testi, che seguono un andamento caratteristico e determinato dalla scelta del registro “sinfonico” scelto dall’autore, ognuno con un proprio climax ma legati tutti dall’esecuzione generale che sostiene l’intera trama dell’opera: un “dettato poetico” (per dirla con le parole del prefatore Giuseppe Panella) che ripropone nelle varie sequenze (le quattro stagioni per “Sinfonia per Populonia”, le scene per “Concerto per Flora”, e il “Canto “Sora nostra madre terra”) una scelta formale strettamente legata ad un gusto rinascimentale, incentrata sullo sviluppo di diversi “momenti” che intrecciati tra loro compongono la stesura del Concerto.

“Siamo maschere, | le mani nella sabbia | coperta a tratti dal mare | Batte i piedi felice, | sul viso i colori | accesi della spiaggia. | Si abbattono castelli | tra scoppi di risa”: Roberto Mosi fonde alla grazia poetica di scuola toscana la descrizione di sentimenti spontanei che prendono parte non solo al quotidiano del poeta, ma anche ad un immaginario attinto dai luoghi fisici propri degli affetti, e a quelli immateriali della lirica, della musica, dell’arte.

Un registro che alimenta immaginazione e incanto, sottile sarcasmo ed evidente richiamo ad una memoria che non è solo personale e familiare, ma abbraccia lo sgomento e l’orrore di fatti dalla misura più ampia (come la tragedia del Moby Prince, e i fatti di Rosarno), per concepire una riflessione più profonda e delicata, che riguarda la dimensione umana nel suo lato più fragile e labile, sospesa com’è a concepire i confini tra effimero e permanente, necessario e inutile.

“Ti vesti di parole | sempre nuove. | Mi spoglio di parole | sempre nuove | volano via i nomi | dalla stanza della mente. | Rimane l’ombra | dei vestiti appesi”: in questa metafora si delinea chiaramente l’approccio di Roberto Mosi alle parole e ai loro significati, alla loro gestione “mobile” che rende il volo delle stesse traccia permanente di un percorso poetico che declina insieme personale ricerca e tradizione.

Recensione
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