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Entelechia

La riflessione in versi dell’ultima pubblicazione di Gianfranco Jacobellis, Entelechia) si conduce essenzialmente su due linee, spesso sovrapposte: il sillogismo e una sorta di teatro dell’esistenza. L’autore configura - in testi coincisi dalla metrica variabile, ma che raramente supera l’endecasillabo - una dialettica esperienzale, che talvolta trova nel sapiente uso della retorica una sintesi ideale (cfr. ad es. il chiasmo Il pensiero del nulla. / Nulla nel pensiero).

Ponendosi in un osservatorio di poco appartato (La solitudine per scelta / è un silenzio / che domina le grida.) l’autore non si sottrae al mondo, anzi è dalla riemersione che trae origine l’enunciato, in una campionatura che a tutti gli effetti documenta il tracciato sotteso, il verso che in duplice accezione indirizza il lettore ad osservare nell’osservabile non soltanto ciò che è manifesto, ma come tale evidenza muta e si rapporto al tempo (Si consumano insieme / la ricerca e la vita: / al margine, la verità / resta nascosta.)

D’altronde il titolo scelto da Jacobellis confessa una preferenza per la tesi aristotelica della finalità insita nell’ente, a differenza della teoria platonica dell’iperuranio in cui la realtà è mossa da cause esterne ad essa. Forse, in ultima analisi, la verità non è nascosta, ma semplicemente non sussiste al di fuori della ricerca e della vita. E allora non deve leggersi come abbandono la perdita di approdo, bensì come proseguimento di un viaggio che comunque si va compiendo (Ritornavo alla consueta riva / non so più se di mare o di vita / era comunque approdo, non tradiva, / poi, sviato dal tempo, l’ho smarrita.).

Non siamo, insomma, al cospetto di un infinto leopardiano, ma nella curvatura spazio-temporale di una realtà che non sfugge e non sfuggirà alla sua immanenza.

Recensione
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