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Fine del primo tempo

Scriveva Robert Musil: “Per una quantità di ragioni nessun periodo del passato ci è tanto ignoto quanto i tre, quattro o cinque decenni che dividono i nostri vent'anni dai vent'anni di nostro padre.”. Il divario generazionale è in effetti un fondo oscuro da cui spesso hanno attinto la penna narratori di varia estrazione, a partire dal romanziere per eccellenza, F. Dostoevskij, con la sua ultima e celeberrima prova, “I fratelli Karamazov”.

Lo spunto è il ritorno a casa di un figlio in occasione dell’aggravarsi delle condizioni di salute del padre. La vicenda umana attraversata da Montanari si muove su due piani: la guerra effettivamente vissuta dal padre (la prima guerra mondiale) e la guerra ideologica vissuta nei suoi determinanti episodi dal figlio (il movimento del ’68, l’invasione della Cecoslovacchia etc.); l’ansia paterna per il posto fisso e la volontà di emancipazione che porta il figlio a scegliere di coltivare le proprie inclinazioni letterarie ed artistiche, perseguendo studi universitari a Ca’ Foscari, etc.. E poi la malattia, che unisce fisicamente ed emotivamente i due protagonisti e porta ad affiorare tutto il pudore che può scaturire da un affetto forte e distante allo stesso tempo: il figlio che tenta di non far preoccupare il padre e questi che, a sua volta, dissimula per non creare preoccupazione al figlio.

Siamo in presenza di un’operazione di recupero. È nell’esperienza di molti un cammino a ritroso imposto da una fine imminente: quasi a procrastinare il termine si ripercorre tutto il cammino che ha portato sino al momento del prossimo distacco. Kierkegaard ci ricorda che “Il ricordo è un consolatore molesto”, e infatti non è lenito dolore alcuno nella riappropriazione del passato.

Scopriamo le tensioni di una reciproca maturazione nel rapporto padre-figlio, ritroviamo immagini e circostanze di un’Italia che talvolta, soprattutto nella realtà di una cittadina come Ravenna, pare relegata ad immagini di repertorio pur narrando di eventi della più recente storia nostrana. E assistiamo anche all’evoluzione di una coscienza che dagli assoluti dell’ideologia e della lotta politica scade a disillusione, cede al compromesso dettato dal sistema che in tutto il libro moltiplica e declina il proprio perimetro: da sistema sociale allargato a sistema ristretto familiare e borghese, da sistema politico di massa a sistema lavorativo ed esistenziale di sostanziale sopravvivenza (anche affettiva). A dire il vero ciò che emerge è la prevalenza degli affetti sulla transitorietà degli eventi e addirittura degli ideali.

L’autore non lo afferma, ma si ha l’impressione che col senno di poi un maggior accordo con il padre (e quindi con il riferimento affettivo) sarebbe stato più determinante di un’eccessiva coerenza con le proprie convinzioni.

Non prendiamo posizione neanche noi che, qui, ne scriviamo, ma riconosciamo a Montanari un’estrema franchezza e una scrittura che non fa sconti. D’altronde la narrativa del disincanto offre alcune delle migliori prove della letteratura italiana più recente (ricordiamo “Il tempo materiale” di G. Vasta e “Il desiderio di essere come tutti”, di F. Piccolo), essendo evidentemente condivisa una sensibilità che difficilmente potrà non coinvolgere anche il lettore. Un libro toccante e, pare, sinceramente scritto, quasi ad esorcizzare la caducità che l’autore, come tutti, avverte al cospetto dell’ineluttabilità dell’esistenza.

Recensione
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