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Alfredo De Palchi è un autore “assoluto”, in cui la contaminazione tra “ordine e caos” (per dirla con le parole del prefatore all’opera, Sandro Montato) si fa poetica decisa e importante, motivazione di una lirica che è insieme manifesto di un feroce e franco dialogo con l’esistente, e di un incorruttibile rigore morale e ideologico.

Alfredo De Palchi scrive con l’asprezza propria di chi non ha paura di mostrarsi (e dimostrare) attraverso la propria scrittura; scrittura che non accondiscende ai gusti di mode o correnti più o meno datate ma si manifesta con la nettezza propria di un autore fedele a se stesso da sempre. Nella acuta e feconda visionarietà che contraddistingue la sua poesia si evidenzia quella ricchezza emotiva che nasce dall’aver abiurato ogni compromesso formale, mantenutasi poi attraverso un percorso originale e autonomo, scevro da ogni arrendevolezza. La poesia di Alfredo De Palchi è drasticamente pura, proprio per questo durissima, pure conservando episodi di dolorosa, necessaria dolcezza.

In questo libro che raccoglie le ultime sillogi dell’autore (da Contro la mia morte a Le déluge, passando per Foemina Tellus) si realizza quella definitiva conversione al proprio decisivo, estremo umanesimo che pone Alfredo De Palchi al centro di un dibattito tra morte e vissuto, esternato nei numerosi riferimenti alla sua ricca esperienza di vita.

I suoi versi concimano immagini che argomentano un orgoglio intatto, espressione più viva del sé che oltrepassa l’ineluttabile e ironeggia con esso, rappresentandosi con un corpo “per te mai abbastanza freddo da leccare” (in riferimento alla morte) e concependo la propria inesauribile tensione verso la vita come “il mestiere a doppio senso di rappresentare | l’estorsione di tradire persino dove il nulla | vaga nerissimo o bianchissimo | è il tuo osare.

Alfredo De Palchi non cerca altri intermediari se non se stesso, tramutando la sua pratica esistenziale in parabola laica e vibrante, consapevole della propria orgogliosa rabbia fattasi vessillo della propria poetica.

Il fascino discreto di una natura compagna (sicuramente più degli esseri umani) riesce ad argomentare una morte più fisica che ideologica, assai più debole dell’autore che la tiranneggia quasi con simpatia.

L’autore non ha paura di ciò che esiste, ma disprezza cosa si camuffa per esistenza, adoprandosi perché la sua vita, come la sua parola, siano scevre da ogni compromissione del sé.

La sua poetica dunque si alimenta inequivocabilmente di un principio di autorialità (e autorevolezza) assolutamente spiccato e originale, in cui il diffuso coraggio è anche espresso dall’invito di dirsi (e dirci) “non guardiamo indietro/indovinare cosa si è dovuto abbandonare/non lo sapremo mai”.
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