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La lirica che compone Pasquale Montalto è fortemente intrisa di un misticismo intimo che si intreccia, nel suo percorso personale, con la natura incontaminata - quasi illusoria - della sua Calabria.

Come un novello Ulisse, l'autore compie un viaggio che è insieme carnale e metafisico, ricco di percezioni terrene e tormentato dall'incapacità di cogliere e fissare la propria meta; egli segue la necessità di approfondire i propri sentimenti, coglierne insieme la caducità ma anche la estrema resistenza alle avversità - caratteristica peculiare dell'eroe omerico - per scavare dentro la propria emotività, catturarne gli aspetti più indifesi tramutandoli in parole.

Pasquale Montalto è uno psicologo e uno psicoterapeuta, e la caratteristica introspettiva della sua professione si riflette profondamente nello scritto, teso a misurare, nella formulazione del testo, l'ambiguità di un “tu” spesso presente nelle poesie, un ideale interlocutore che altri non è che il proprio “io” tramutato in “altro” da interrogare e da ascoltare.

“A te io mi rivolgo e formulo l'invito | di costituirci in forma corale e come organismo, | per realizzare ogni forma di impossibile, | che si affaccia sulla scena del nostro vivere”: Montaldo indaga, si sofferma anche sul proprio disagio, su un disincanto sottile che sale dalle parole, le oltrepassa a fissare nella mente del lettore immagini forti, tratteggiate nel trauma di un incontro/scontro con la propria esistenza.

“Il rischio che maggiormente temo | è l'equilibrio. L'armonia con me stesso”: l'autore esprime in un verso l'intera essenzialità della sua poetica, il suo muoversi necessariamente in bilico, nella cattura costante di una cruda ma consapevole immagine di sé.

Una poesia che sorge dal disincanto, per riaffermare dopo il viaggio che compie nella propria corporeità, tutto il vigore della propria ricerca.

Recensione
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