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La poesia di Angelo Di Mario è ricca di immagini e suoni, capace di trasmettere una unità compositiva che si mantiene intatta nonostante i numerosi intarsi e riferimenti che fa propri. “(…) puoi dirlo | perché quando s’alza la luna | e morde i lunghi cristalli della notte | io sto lì ritto | a soffrire nel tronco taciturno”: l’autore racconta una intimità percorsa da un immaginario che freme ad ogni minima percezione del reale, ad ogni spaccato sul mondo che vivifica la sensibilità di chi scrive.

Angelo Di Mario scrive versi non facili, che utilizzano metafore e allegorie e che sviluppano un respiro sempre più ampio: “dove mi desti l’arancia | spiccò l’anello nudo | stava l’ombra con la sabbia | il cane miserabile tirava le zampe | dell’obbedienza (..).

In questa opera assistiamo ad un percorso poetico di sicuro interesse e originalità, materializzato in una versificazione che si caratterizza per una sua sintesi efficace e che non riecheggia altri esempi di poesia contemporanea; Angelo Di Mario segue un percorso autonomo, in cui spicca una decisiva capacità di costruire con medesima destrezza immagini, suoni e parole.

Le sue metafore percuotono e deformano (alla stregua del suo “martello del silenzio”) la delicatezza formale, la compattezza e la brevità dei versi, assolutamente non ridondanti ma sempre efficacemente essenziali.

“(…)il martello dei giorni | arena senza voce né mare | il dente mozzo dell’alba | precisa alba | della luce (…)”: la capacità versificatrice di Angelo Di Mario spicca quasi sempre, come in questo frammento, per la sua costruzione emotiva e ritmica, la forza metaforica che si accompagna in un climax decisivo alla sintesi sgomenta di una immagine salvifica.

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