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“La vita è a patto di credere, non di sapere”.

La frase di Pirandello sarebbe stata un buon prologo al romanzo di Serena Caramitti, intitolato da una domanda che è il “liet motiv” dell’intera storia: “chi sei”, scritto nella forma di sintesi più consona nel mondo del linguaggio breve degli sms e delle chat, appunto con il K e un numero. A noi piace scrivere “chi sei” per esteso, riproponendo questo interrogativo con il respiro più ampio che l’autrice concede ai suoi personaggi.

Il mondo virtuale fa da sfondo alla vicenda personale dell’artista Silvia, che diventa spunto per parlare di tutte le strategie possibili per sfuggire alla solitudine, anche a costo di non dover mai rispondere pienamente a questa domanda – chi sei?- rivolta non solo agli altri ma anche a se stessi.

La protagonista del romanzo della Caramitti è una donna intelligente e dotata, che vuole “condividere” ancora la sua esistenza; l’arte non basta, non bastano i vernissage e gli amici, e pure i ricordi pretendono lo scaturire di nuove sensazioni.

La richiesta di “vita” si dilata a tal punto da non poter più cercare altro che la scorza di un compagno nel balletto di nickname e di virtuali identità che abbondano nelle chat e lo strumento di Internet per Silvia diventa da una parte salvifico (l’incontro con il vero amico, ma anche uomo impossibile, il “Trovatore” che ammette di essere sposato e di avere una famiglia) dall’altro deleterio: l’incontro con chi non può ammettere di essere ciò che è, e che nella finzione identifica lo stratagemma di tutta una vita.

Nino è ingenuo nella sua menzogna, sinceramente affezionato a Silvia, ma è malato più di lei, che si stanca così facilmente dopo aver perso un polmone per una malattia: le darebbe volentieri un polmone – ma guarda caso non esistono trapianti del genere – e intanto è insieme ingegnere professore e teologo, ma andrà a vivere in un camper.

La Caramitti ci descrive una donna che “sa” la menzogna (“chi potrebbe più crederti, povero amico mio?”) ma vuole “credere” alla messa in scena di una storia d’amore e al “dono di una nuova bugia”con la stessa tenacia con cui si occupa del suo respiro difficile.

C’è un limite però, oltre il quale questa dimensione non può mantenersi: quando arriva l’odio, che la scrittrice palesa solo alla fine nel climax efficace del romanzo.

E allora, alla domanda del titolo si potrà dare una risposta.

Recensione
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