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La follia delle parole nel Seicento e Novecento.
Antiche e nuove forme di comunicazione verbo-visiva

La follia delle parole di Anna Gertrude Pessina potrebbe/dovrebbe partire dall’assunto che Seicento e Novecento siano due epoche che possono e/o debbano essere messe a confronto. Ma tale assunto rimane in qualche modo secondario, sorvolato, dal momento che proprio le parole, rectius i linguaggi, prendono il sopravvento nelle varie tessere che compongono il mosaico di questo/i interessantissimo/i saggio/i (la declinazione al plurale rispecchia la struttura del volume che in realtà raccoglie vari e diversi interventi pubblicati dall’autrice in diverse sedi).

Certamente la rottura di un paradigma può costituire un fil rouge che unisce i due secoli. Da una parte la frattura del sistema tolemaico, dall’altra la guerra mondiale che sconvolge qualsiasi categoria etica. E ancora il trionfo barocco della metafora e della bizzarria e la rottura novecentesca delle forme. Potremmo proseguire, ma il sospetto, lo ribadiamo, è che all’autrice non interessi tanto mostrare due secoli a confronto, quanto far emergere da due campi di indagine la vera protagonista di questo studio, ovvero la parola. E l’elogio della follia che in essa sarebbe insita (stando al titolo del libro) va declinato in tutte le variabili di forza creativa che la parola stessa può vantare.

Ecco, allora, che l’autrice ci conduce attraverso paralleli (dal processo per stupro che coinvolse come vittima Artemisia Gentileschi agli atti di un medesimo processo dei nostri giorni) meridiani (come le incursioni nella parola letteraria da Giambattista Marino a Joyce, sino ad arrivare ai novissimi – Giuliani, Sanguineti, Balestrini, Porta, Pagliarani) e addirittura toccando – in questa personale e suggestiva mappatura – le punte più avanzate, in termini temporali, del linguaggio così come forgiato dai videogiochi e dai sistemi di comunicazione.

Cosa unisce tanti diversi usi di una parola che per tanti versi sembra aver perduto la capacità di nominare? Certamente l’inesauribile capacità di descrivere e descrivendo inventare ancora, ricreando e riproducendo in chiave verbale il miracolo della vita, che da se stessa prende atto e si moltiplica.

Da rilevare l’apparato iconografico di interesse per ulteriore apertura polisemica e raffinatezza: l’autrice offre infatti un’ulteriore possibilità euristica alla parola, inserendo tavole che spaziano dai calligrammi di Apollinaire alla poesia visiva di Lamberto Pignotti.

Recensione
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