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La lirica di Claudia Manuela Turco si presenta fin da una prima lettura caratterizzata da una forte matrice visionaria, contrappunto ad una riflessione profonda che fa di questa scrittura un vero e proprio intimo e personale manifesto.

L’oro e la ruggine sono due elementi assai differenti che l’autrice accosta volutamente per evidenziare nel loro confronto il paradosso di una preziosità che si fonde con la perdita di purezza, la corrosione, l’occultamento di sé dietro una scorza consumata senza svelare la vera identità del soggetto.

“L’aria è lava. | fragili piedi sprofondano | su vetri aguzzi”: in questo come in altri passaggi dei testi di Claudia Manuela Turco si ricava la sensazione dolorosa di un impatto cruento con l’esistenza, in cui la violenza si fossilizza in “cicatrici nascoste” ma non si annulla mai, nemmeno in una catarsi salvifica.

L’autrice spiega essa stessa passaggi della sua lirica, consentendo al lettore di approfondirne le volontà e seguirne i passaggi ideologici, strumento fondamentale di una poetica che vive allo stesso modo di immediatezza e riflessione.

“Questa poesia, per più simboli e specchi d’opera, non teme le verità naturali” scrive Domenico Cara nella prefazione al libro; si riscontra sempre infatti nella silloge una sfrontatezza dialettica che non ha paura di ciò che suscita, ma si riappropria con coerenza delle possibilità di dire e insieme descrivere, obbedendo esclusivamente ad un urgente bisogno interiore.

Recensione
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