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Lo spaccato su cui si apre questa pièce di Anna Gertrude Pessina è quello del triste mondo della prostituzione, visto attraverso gli occhi di due donne - Maddalene di questo millennio, dunque - e filtrato dalla dimensione onirico-evangelica che avvolge la scena.

L’autrice immagina due donne, una italiana e una libica trapiantata nel nostro paese dal miraggio di un futuro sicuro e gratificante, a dialogare sulla loro situazione e a confrontarsi sul loro destino triste; entrambe infatti sono costrette a “lavorare” da uomini senza scrupoli che le hanno in qualche modo ingabbiate in una esistenze che non sentono propria.

Vittime dell’altrui godimento, ben lontane dalla complessità di una “Bella di giorno”, commentano il loro martirio in lunghe frasi in cui si incontrano sconforto e una sorprendente capacità di analisi e di riflessione; le due donne parlano quasi troppo bene, inframezzano i loro dialoghi con dissertazioni che rammentano più un filosofo che la vita di strada.

Anna Gertrude Pessina compone una scena che fa partecipare il lettore a una situazione commovente e toccante, resa paradossalmente distante dal linguaggio troppo forbito e innaturale dei personaggi che è scevro di qualsiasi realismo.

L’autrice rievoca una simbologia cristiana presentando le due donne come “maddalene” e riproponendo la figura del Cristo in un cliente sui generis che prova a togliere dalla strada una delle due; la fine per Anna Gertrude Pessina non è però la redenzione e il miracolo, ma la sua ricerca perenne, che fa scuotere le due donne dal medesimo torpore emozionale e sentimentale.

Un lavoro quindi da leggere con attenzione, ponendo riguardo alle numerose rappresentazioni del mondo, correlate a una veemente critica, che l’autrice trasmette attraverso le parole dei suoi personaggi.

Recensione
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