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Il libro di Marinella
Genovese è stato scritto con l’esplicito riferimento ai morti causati
dall’alluvione che ha colpito il territorio messinese nell’autunno del 2009.
Con rabbia e decisione, ma
anche con grande partecipazione e commozione, l’autrice denuncia la carenza
dello Stato nel garantire alla montagna quella stabilità strutturale
fondamentale per la sicurezza di chi vive in quella porzione di terra.
Mirella Genovese esplicita
la sua indignazione in testi che riecheggiano la drammaticità di una
partitura classica, in cui si alternano immagini di morte: “Ecco bussa
quel fiume di fango. | Sfascia il portone. | Penetra invade contamina (…)
e di vita quotidiana: “Stasera uscirò con il mio ragazzo | Dovrei fare
una doccia | (…) Mi dicono che ho una pelle meravigliosa” a creare quella
dicotomia tra una natura diventata nemica con la perversa complicità
dell’uomo (sintetizzata dall’immagine della “terra squarciata da frane”)
e i suoi abitanti, percepiti nella contingenza della loro più consueta
quotidianità.
Mirella Genovese da voce al
loro strazio e alla loro morte assurda, calandosi nella loro corporeità ed
affidandocene gli ultimi respiri, le ultime immagini che hanno trattenuto
immersi in quel “fiume di fango” che ne sotterra i corpi ma non le
grida incredule di fronte alla tragedia.
La forza di questi testi sta
nella volontà descrittiva che non induce mai in un troppo facile, quasi
irriguardoso pietismo. Il riscatto della propria terra è chiesto attraverso
un senso rinnovato, partecipe e giusto, di comunione e non di sfida con la
natura; il ricordo di chi non è più si fa portavoce di un immobilismo che
non si deve più sopportare e sollecita una giustizia giusta sullo sfondo di
un paesaggio controverso e comunque sempre amato.
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