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Non cercar le parole

Parrebbe un ossimoro accostare il titolo scelto da Genoveffa Pomina per la sua raccolta al fluire di testi che compongono un corpus quanto mai ampio e variegato.

Forse dobbiamo intendere il monito dell’autrice come invito a lasciarsi trasportare dalla versificazione in quanto tale, anziché voler trovare - invano - la “…la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe…”, di montaliana memoria.

Certamente la scrittura si appalesa, per l’autrice, come una fisiologica modalità di connotazione del reale, e non, quindi, come una rarefatta e isolata sublimazione dell’osservazione sul reale stesso.

Anzi, proprio la familiarità con la sintassi della quotidianità e la frequentazione della pagina quale sua naturale esplicazione, rende la poetica della Pomina allo stesso tempo assoluta e relativa, se è vero che l’unico modo per non farsi consumare dal tempo è entrare profondamente nelle sue leggi, accettando la finitudine perché soltanto in tal modo si può lasciare testimonianza di un’esperienza. Proprio questo pare essere il messaggio implicito ai testi dell’autrice. Le sue domande, le sue esortazioni altro non sono che il diario di una esistenza che trascorre il proprio corso, assumendosi l’impegno di tracciare quanto viene a registrarsi nella memoria di un logos ininterrotto.

In tale giornaliera tenzone la vera controparte non è, allora la parola, bensì il silenzio, che in più occasioni viene evocato e scongiurato quale pericoloso rivale: “Nel sottile silenzio proteso ad una promessa, / silenti coltri su parole alla ricerca / di chi le stava ad ascoltar”, e ancora “Silenzi nei silenzi che devo mettere a tacere / per ritrovar la quiete dell’anima”, e infine “E’ silenzio…E’ un’eco nel silenzio…mi comprime, stravolge e ci dilata avvolgendo spazio e tempo.”.

Si spiega, da ultimo, la ragione del titolo. Non siamo invitati a cercare parole, dacché esse sono offerte in profusione dall’autrice, bensì il silenzio che si annida e minaccia, quasi che esso, ed esso soltanto, fosse il confine con il nulla. D’altronde è ancora la Pomina a scrivere: “Morire non è soltanto non essere più visti?”. Ma, allora, perché cercare il silenzio? Forse l’esortazione, consapevolmente o inconsapevolmente, è rivolta dalla Pomina a se stessa. Un intento, un’invocazione a proseguire in terreni inesplorati. Se così fosse, ci testimonierà l’autrice.

Recensione
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