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Del Canzoniere composto da Maria Antonietta Maso Borso, ciò che colpisce e che impatta frontalmente il lettore è la vis con la quale l’amore è penetrato in ogni sua sfaccettatura. Ma forse dovremmo anteporre il nostro sguardo ancor prima della lettura, per notare come proprio la passione è la forza che spinge questa scrittura. Dunque non un’opera sull’amore, bensì un’opera dell’amore, testimonianza di un’adesione appassionata alla parola che si fa vessillo di una continua apertura verso l’altro.

Davanti a sé l’autrice pone tutto ciò che è capace di trascinare fuori da sé: dall’amore fisico all’amore platonico, dal trasporto carnale al rapimento mistico.

In un felice ossimoro retorico, l’immediatezza del verso si accompagna ad una osservata raffinatezza percettiva, così come la spinta terrestre verso l’uomo si unisce all’afflato celeste verso Dio, e tutto si compensa e si compone nella stessa voce, così come, se potesse tracciarsi un arco temporale e di congiunzione, accadeva nella folgorante stagione rinascimentale di una scrittura al femminile che ha visto brillare le stelle di Gaspara Stampa, Vittoria Colonna, Isabella di Morra.

Se l’amore non è mai tardivo (apprendiamo - dalla nota biografica dell’autrice - la sua età anagrafica), sempre attuale scaturisce la limpidezza di un verso autentico, votato non già alla resa di un’esperienza, ma al suo rinnovarsi attraverso la poesia. Ed è proprio l’autrice a confessare che l’amore vive sì nello “sguardo” dell’amato, ma anche nel “racconto”, dell’amore suscitato.

Recensione
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