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Come scrive nella prefazione al libro Poesie come dialoghi di Francesca Luzzio il critico Franca Alaimo, si evince subito nei testi dell’autrice un tratto specifico e peculiare: l’estraneità dell’autrice al suo tempo.

Il porsi però fuori dal meccanismo del tempo e soprattutto dalla sua contingenza e contemporaneità garantisce a Francesca Luzzio la capacità di diventare un osservatore volutamente distaccato (ma anche inevitabilmente partecipe) di ciò che lo circonda, in modo da poter trasmettere lo stesso in versi che hanno la caratteristica principale di rappresentare una sorta di sdoppiamento dell’autrice, diventata da una parte la portatrice di un messaggio poetico – volutamente aggressivo e provocatorio – e dall’altra anche colui che riceve tale rivelazione.

“Il sacco è vuoto | il frumento finito | non diventerò più spiga | alito di vita. | Rovo tra antiche pietre | agostana calura mi seccherà”: in questo passaggio di un testo di Francesca Luzzio è assai chiara la matrice dolente (talora persecutoria) che è preponderante nella sua poetica, gestita in una forma assai chiara e diretta con versi brevi e dal ritmo serrato.

La scrittura di Francesca Luzzio è simile a una maglia dalle reti molto strette (la perentorietà delle parole) in cui non sopravvivono stagni di formalismo compiacente o residui di avanguardia.

Con fantasia e frequenti metafore l’autrice offre al lettore convincenti e ironiche parafrasi del mondo contemporaneo e delle sue brutture, pur lasciando intravedere nei testi una profonda interiorità sofferente e una acuta perspicacia che non si accontenta di vane rassicurazioni.

Francesca Luzzio partecipa al suo presente, al limite di quel distacco che le può poi permettere di raccontarlo.

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