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Sussurri in volo

Nel 2006 esce un film dal titolo “Little Miss Sunshine”, per la regia di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Nella cornice di una strampalata famiglia che attraversa vicissitudini di ogni genere, la piccola Olive punta dritta alla missione di partecipare ad un concorso di bellezza per bambine, dal quale peraltro sarà cacciata essendo la sua esibizione del tutto fuori luogo. Ciò che rimane impresso dalla visione del film, oltre alla rocambolesca serie di circostanze, è l’incanto con cui Olive percorre la via che la porta al concorso.

Lo stesso incanto sembra permeare le incisioni di Chiara Ferrara, che pare muoversi in una nostra stessa realtà, che tuttavia non viene osservata (e restituita in versi) dai nostri stessi occhi.

Il segreto è da cogliere nell’infanzia, l’età della consapevolezza e dell’illusione, della scoperta e del sogno, un’età, insomma, in cui le contraddizioni non spengono il candore perché ad essere sublimata è la creativa giustificazione e trasfigurazione delle cose.

Talvolta il rimando è esplicito e si delinea in forma di ricordo “Cose di oro povero / che bastano, / tornata bambina corro / verso l’esito di questo quadro.”. Altre volte l’autrice esercita la retorica alzando un velo di mistero, in forma di anacoluto: “Quella collina / non mitigata / mi aspetta: / orme di bambino.”. Ma è sempre in un tempo lontano che dobbiamo collocarci per comprendere la meraviglia che accompagna lo sguardo della Ferrara. E non a caso l’autrice semina spie, confessa di non potersi trovare ora se non allora, pena la crescita, l’ingresso nella maturità: “Vorrei penetrare /l’azzurro di questo pomeriggio / per comprendere / perché non mi manchi, / mentre mi manca inspiegabilmente / non esserci.

Ed ecco che la distanza è la misura della malinconia, allegoria del colore blu. Ma non si tratta di una risacca in cui cullarsi, se proprio la realtà è nei pressi, ad annunciare e a pretendere a sua volta che sia onorato il proprio credito, testimonianza della creazione: “Tra me e me / c’è blu / spazio / un bisogno immaginato, / ai cui margini / talvolta becchetta un passero”.

Recensione
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