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Michela Torcellan esplora nel suo libro la sua terra natale – il Veneto – attraversandone storia e paesaggio per soffermarsi sul concetto di ritualità e sul significato della tradizione.

Nei quattro racconti che compongono l'opera l'autrice utilizza una formula narrativa che riecheggia elementi fiabeschi e quasi leggendari nell'intento di condurre il lettore su un cammino di conoscenza e non solo di evasione; come lei stessa precisa nella prefazione, cercare di “conoscere” è trasmissione fondamentale di identità.

La scrittura della Torcellan è matura nella sua volontà di divulgazione, estremamente materica ed esplicita nei significati, scorrevole e contraddistinta da puntuali descrizioni che stimolano l'attenzione del lettore grazie ad una trama che nei quattro racconti sostiene la volontà didattica dell'autrice. La Torcellan esprime il valore dell'immaginario per veicolare al suo pubblico un territorio diverso rispetto alle sue descrizioni canoniche, esplorandolo nel suo misticismo e nella sua ritualità, per interpretarlo con la volontà di riacciuffare la sua radice identitaria.

Così nei racconti la figura di Giacomo Casanova appare come il depositario di un culto che va ben al di là del significato di DonGiovanni, e le fattucchiere/streghe sono un convincente modello di matrimonio “esoterico” con la propria terra.

Michela Torcellan usa lo stratagemma dell'invenzione letteraria per far intuire al lettore un “reale” che affonda le proprie radici nel mistero provocando la razionalità del sapere; interroga la storia da per motivare il presente. Cosi il “contafole” (cantastorie) che appare nell'ultimo racconto diventa il personaggio che forse meglio caratterizza la volontà dell'autrice: a chi racconta del passato, in qualche modo appartiene anche il futuro.

Recensione
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