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La "parola" come sintassi
dell'universo poetico di Tommaso Romano

La “parola” in poesia è segno grafico del sé e della relazione del poeta col mondo ma può essere usata in vario modo. Di tutti i possibili criteri di analisi del fatto poetico nel tentativo di penetrarne l’universo e darne una interpretazione uno dei più accreditati rimane l’analisi della “Parole”, del suo valore semantico considerato in stretta connessione con il contesto in cui la parola è collocata nel gioco dei rimandi fonetici e dei significati, del suo isolamento, della sequenza ritmica ecc…

Fondamentale è, dunque, anche nel caso della produzione poetica di Tommaso Romano, procedere all’analisi dell’uso che egli fa della parola. In tutta la sua produzione (e in questo caso siamo in presenza di una antologia della sua vasta opera che io ho avuto la fortuna di conoscere bene per averla seguita nel tempo) appare molto interessante e particolare.

Di apporti critici sulla sua produzione esiste già una vasta letteratura, tutti di rilevante interesse sia dal punto di vista stilistico che contenutistico, perciò limito il mio intervento solamente a questo aspetto ( l’analisi dell’uso che egli fa della parola ) che personalmente trovo molto stimolante.

In tutta la produzione poetica la parola di Tommaso Romano, asciutta come ha acutamente rilevato G. Bonaviri nella sua prefazione al libro, è sempre sintesi estrema, spesso evocatrice di valori semantici subliminali, metafora della vita ma soprattutto sintassi, struttura del pensiero non filosofico ma poetico cioè capace di creare una visione del mondo interiore, ordinato secondo categorie del pensiero filtrato dal prisma della migrazione poetica:”Il fatto è già | che molte cose | parlino | nel dono della lontananza | e nel silenzio | in assenza, | in cammino | nella perigliosità dell’attimo… |……il fuoco arde | se l’acqua del tempo d’inverno | non lo prosciuga.”   “così è il segnale | dell’avvenimento-vita | esplosione che sorge | al conseguente bagliore | gravità del luogo | punto necessario | non sprecabile | nell’invisibile limite?”

Tommaso Romano usa il segno linguistico come segno grafico ordinatore quasi il poeta volesse disegnare i contorni del suo universo poetico, senza volerne violare i contenuti al di là dei limiti che si è imposti. La parola lascia volutamente dei vuoti ai quali lo scrittore affida il compito di assumere contenuto e forma nella psiche del lettore nel quale si compone una specie di struttura del mondo non organica e razionale, (anche se questa nella poesia di Tommaso Romano appare sempre presupposta sul piano del reale mai dimenticato o negato), ma una struttura dello spirito aperta al divenire, in un continuo processo di organiche trasformazioni in cui l’esistente, pur relegato in immagine di sfondo, costituisce la base e il sostegno di quella in evoluzione. “Spesso sono fuggito in contumacia | qualche volta incatenato alla noia | – apprendista eremita –. Ho aspettato, pregato e pensato | – eresia, lebbra e profezie – | ricomponendo esausto | ogni giorno | frammenti di esistenza mortale | in attesa d’eterna, sacra quiete.” “Questa sera regaliamo tutto” | Parenti nobili di stemmi infangati | maledetti coproditi | hanno regalato pure l’anima……………..” “….riponendo senza vergogna | le ragnatele dei ricordi aggrovigliati | nelle fessure del cuore | che non vuole demolite | le pietre del sangue.”

In tal senso la parola nella poesia presa in esame disegna grandi quadri con tratto a volte delicato in una luce quasi crepuscolare, a volte netto e grave come in un disegno futurista, costringendo il lettore a mettere in ordine il rapporto tra sé e il mondo, tra sé e lo spazio, tra sé e il tempo abbandonando anche il quadro stesso per un viaggio nell’universale dell’uomo atemporale. L’io non-io del poeta a volte si svela in un caleidoscopio di ossimoriche e oscure considerazioni filosofico-religiose, a volte si nasconde in perpetua contraddizione, anzi più spesso in opposizione, al piano del reale, allo spazio temporale che gli appartiene ma che non offre soluzioni allo spirito che appetit infinitum et aeternum. “…….So che ricerco infinito | più arduo è comprendere | quest’esistente | che risveglia dai sogni | inesorabile e scarno, | invano domandando | come al monte degli ulivi | il sonno che dispensa.” “……quando s’è deciso | di chiudere gli occhi al tempo | e d’aprirli a questi squarci | d’Assoluto | che intuisci in un baleno | e che ti scoprono | parte di ciò che non ha principio………”

Perciò il lettore troverà nella poesia di Tommaso Romano: 1) la frantumazione dell’essere e la volontà di ricomposizione: “…la verifica non sta | sulla punta dei libri | nei progetti megalomaniaci | né sul potere essere conseguenti, | la verifica è il nitido | smalto della contraddizione | è il sangue che s’incerotta | il ripiegare nel lungo viaggio interiore | senza additivi e droghe ipocrite | alla ricerca di un segno | di un limpido segno | che meriti il sole | di un qualunque domani.”, 2) l’aletéia come disvelamento dal buio alla luce: “Splendido è il fuoco | che divora l’acqua | ma il deserto non s’illumina che di fatui fuochi…..”, 3) la storia e la non storia: “ Ora basta, il cielo | deve ammutolire | resta solo una canna | da pesca laconica, | senza ira e alterazioni | ciarliere, 4) la memoria solo spazio temporale: “Quale araldica arme | disegnerà la memoria | per colmare le pezze | di questo quarto di notte, | per rivelare al calore del fiato | il barlume celato | di sofferte scintille…”, 5) il vissuto e il sognato: “Quanti viaggi veri e sognati | in souvenir di niente | in mattine calde di sabbia | e in campagna….”, 6) il poeta vigile sognante: “ Vorrei la fedeltà dei sogni | almeno | questa mattina di fredda festa; | nuvole d’illusione | di amori grandi ed eterni | immensi | e sacri, | mi fanno compagnia;……..” .

La “parola” di Tommaso Romano non è nota di una melodia, non è canto né potrebbe esserlo, perché nasce nella sua ispirazione poetica, come disegno rappresentazione, che nulla o quasi nulla concede all’abbandono lirico o al pianto, tutto invece alla forte fantasia rappresentativa del mondo dello spirito in un perenne estraniante contrasto di pieni e di vuoti, di luci e di ombre, in un percorso suggestivo che trascina e avvince.

Recensione
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