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Lucio Zinna: oltre la retorica del narrativo
Sagana, Abbandonare Troia, Bonsai: una trilogia circolare

Il mio incontro recente con la scrittura, in prosa e in versi, di Lucio Zinna è di quelli che lasciano il segno. Lettore attento di ‘cose’ siciliane e meridionali, […] colgo in Zinna una voce fuori dal coro. Un siciliano che è anche altro dalla sicilianità, uno scrittore e poeta europeo.

Una scrittura, la sua, densa, fitta, ma nello stesso tempo sfuggente al barocco elucubratorio e di maniera di tanti scrittori e poeti del Sud.

Qui ci troviamo di fronte ad una sorta di scrittura schermografica o se vogliamo ad un accurato lavoro di setaccio per ripulire dal fango le pepite d’oro del narrare.

Ora ci occuperemo, appunto, di tre raccolte di poesia che, come si legge nel risvolto di copertina di ‘Bonsai’, sono strettamente collegate e finiscono per costituire una sorta di eccentrica trilogia.

È vero, d’altro canto, che ogni testo è un microcosmo a sé e il concetto di raccolta sta proprio a significare la giustapposizione di testi che potrebbero avere vita autonoma senza soffrire di solitudine, ma in Zinna i richiami tematici, i legamenti di fondo e, perché no?, i sentimenti e le emozioni si dipanano in una continuità tale da far supporre un discorso iniziato parecchi anni or sono, ma che è in continuo divenire.

In questo senso il poeta e la sua opera sembrano persino darsi reciprocamente la mano, la seconda non ‘esistendo’ o mutuando le ragioni di sopravvivenza, ragioni storiche e metafisiche, per le quali il primo, quasi simmetricamente, non sa (non osa) vivere senza la sua overdose quotidiana di poesia e si incapsula, dunque, da solo nei cunicoli e labirinti sotterranei delle sue metafore soggettive ed oggettuali.

La finta sentenziosità, le chiuse per lampi gnomico-negativi, oracolari, a volte enigmatici, che è poi una sorta di dato più interno, moderno e ‘inquietante’ della poesia di Montale.

Leggiamo in ‘Elide’ (pag.17 della recente edizione di Sagana e dopo) ... « Pure ci sei | e i miei giorni hanno il senso che vuoi | pochi o molti che siano e questa radicale | solitudine ha di nostro il sorridere gli oggetti | il mare le musiche i mattini i nervi | i giochi di parole la forza d’essere nessuno | la sapienza di come sia fragile e gagliardo | il nostro regno in quest’era non nostra. | E forse basterebbero gli occhi di cerbiatto | del bimbo più sincero che conosca (per ora | inventa un suo canto e si accompagna a una improvvisata sua chitarra), oggi | che rileviamo − amore − come il falso | vinca più spesso e quanto perda il vero.».

Ma Zinna non si ferma qui, dopo la presa d’atto del ‘male di vivere’, ha repentini cambi d’umore, stizzose riprese di quota ed ecco esplodere l’ironia che salva e tonifica un altrimenti rischioso verseggiare, che ci porterebbe su lidi già super affollati di ‘poeti’ e di poesia.

La poesia moderna, l’ho già scritto altrove, quella nata con Baudelaire, si è spogliata del velo consolatorio con cui l’avevano paludata il moralismo classicista e la parte più grossolana dell’illuminismo.

Per il poeta di oggi non ci sono più certezze e quindi è necessario procedere ad un’azione catartica e liberatoria ad un tempo e, meglio di me, lo stesso Zinna ci viene in aiuto con una tra le più belle poesie che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi.

Ascoltiamolo in Preghiera per i liberatori (da Bonsai, pag. 20) « Liberaci o Signore | dalla prepotenza di coloro | che hanno sempre qualcosa | da liberare. | Liberaci da questa loro | ammalata schiavitù. || Libera nos Domine | dai liberatori - | tradiscono se stessi | e i liberati | odiano i conquistatori | e li sostituiscono. || Lascia o Signore | che trovi ciascuno | il necessario impulso | ad ogni liberazione. || Che ciascuno possa liberarsi | (da solo o in compagnia) | liberamente. ».

Dal punto di vista della struttura, del modello mentale interno alle singole poesie che fin qui ho citato, ha preso forma una duplice e curiosa novità: un’ironia che è amara e pacata ad un tempo ed una ‘falsa’ sentenziosità che è ironia camuffata e proprio per questo profonda e sconvolgente.

Premetto che per mia abitudine, per evitare condizionamenti di sorta o adagiamenti di comodo, non è mio costume leggere prefazioni, postfazioni, recensioni o saggi su poeti che amo e dei quali mi riprometto di scrivere per la prima volta, quindi non me ne vogliano e Zinna e gli illustri critici che mi hanno preceduto se dirò cose che non collimano con le loro tesi, ma tant’é. Personalmente preferisco il contatto diretto e l’attraversamento del testo a mani nude.

Lucio Zinna ha piena coscienza della sua ‘pochezza’ d’essere umano e quindi sa, come ebbi occasione di scrivere in un breve saggio di anni fa, che il corso degli eventi è controllabile solo dalla ‘follia’, tutto il nostro analizzare, sceverare, oltrepassare il limite è impossibile.

“Inoltre, ogni cosa limitata trova il suo limite sempre rispetto a un’altra cosa, con la conseguenza che non ci sarà più limite se sempre una cosa deve essere limitata da un’altra” (Aristotele: Fisica, 203 b 20). Il limite, scrive Simone Weil, è qualcosa che è costantemente oltrepassato, ma impone di rimando un’oscillazione compensativa e dell’indefinito svolgersi di tale oscillazione è immagine in movimento circolare; ed è questa la valenza, la piccola e la grande circolazione che tiene in vita il corpus formato dai tre testi in analisi. Sembrerebbe che in Zinna l’autocoscienza, cioè l’appropriazione illusoria del sé come soggetto pensante, fornisca infine un sicuro approdo al regresso all’infinito di predicati e soggetti. Ma è pura illusione, dice Kant: non si dà vera conoscenza del proprio essere assoluto appunto perché è possibile darne un predicato.

Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa. La felicità senza limiti non esiste, scrive Musil. Il poeta rode. Si rode. Corrode, ma le scoperte della fantasia, la ‘sublimazione’ del vivere quotidiano, la Creatività, da cui si attende la catarsi palingenetica, sono pure esse delle forme, che − appunto perché tali − non possono offrire garanzie di certezza. Ed ecco il lucido smarrimento di Lucio Zinna.

In questo smarrimento voluto, Zinna, come dicevo sopra, è un cultore della parola-pietra, scarna e levigata anche quando il verso si distende senza sincopi o tentazioni di pre o post-avanguardia, ma anche parola-pietra intesa come invettiva e licenza contro le storture di questo vivere mercificato che ci è dato e di questo mondo che sembra aver smarrito il senso delle cose e della vita nella sua sacralità.

La poesia di Zinna procede a strappi tematici, storia e metastoria, eventi esterni e psicologismo si alternano e si compenetrano.

Il Vangelo di Giovanni inizia con queste parole: « In principio era la parola, la parola era presso Dio, la parola era Dio. La parola si fece carne» e cominciò il vagabondaggio. Valéry: «La musique part du silence et y retourne... création et durée!». Il prima e il dopo. Il sopra e il sotto. Il dentro e il fuori. I luoghi topologici del vagabondaggio. E ancora una sintesi − possibile? − in un frammento di Novalis: « Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non udibile, il sensibile al non sensibile. Forse il pensabile al non pensabile ».

E in chiusa mi piace rilevare delle affinità di Lucio Zinna con il Borges delle Finzioni. Cambiano alcune situazioni, ma l’humus il disincanto è il medesimo.

Borges: Il labirinto « Zeus non potrebbe sciogliere le reti | di pietra che mi stringono. Ho scordato | gli uomini che fui: seguo l’odiato | sentiero di monotone pareti | ch’é il mio destino. Dritte gallerie | che si curvano in circoli segreti | passati che sian gli anni. Parapetti | in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe. | Nella pallida polvere decifro | ore temute. L’aria mi ha recato | nei concavi crepuscoli un bramito | o l’eco di un bramito desolato. | Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte | è stancare le lunghe solitudini | che intessono e disfanno questo Ade | e bramare il mio sangue, la mia morte. | Ciascuno cerca altro. Fosse almeno | questo l’ultimo giorno dell’attesa. ».

Zinna: Ballata atipica del cavaliere marino « (...) Ora tornava infine il cavaliere | (con le sue macchie e con le sue paure ). | In ginocchio a baciare quella terra | s’era calato quando tra la nebbia | era apparso il castello ( nel frattempo | s’era rifatto giorno ) ora chiedeva | al gran custode il pattuito scrigno | secondo giustizia e tutto il resto. | Ma lo scrigno − diceva desolato | il gran custode − era scomparso ed era | un gran mistero dirne il come il quando. || (E il cavaliere ripensò agli antichi. | Custodire i custodi − ecco il problema). (da Abbandonare Troia).

E così si potrebbe continuare, miniera ricca di filoni auriferi e di continue scoperte è la poesia di Lucio Zinna e ci torneremo presto sopra ed entro.
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