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Poesia dai connotati metafisici quella di Giovanni Tavčar che, nell’opera Dove il cielo audace s’inarca, trasforma la sua ricerca incessante in cifre poetiche. Vi urge la tematica filosofico-esistenziale dei destini umani, i quesiti doloranti che “Al crocevia del tempo” l’uomo si pone “Sull’erta salita che porta alle radure | della coscienza...” e “... sullo scosceso pendio | che conduce | agli altipiani dell’eternità” (da Ognuno è solo). Sono questi i nodi cruciali dell’esistenza: “Il delirio dell’incarnazione... che fa vibrare i cardini dell’universo” (da Perché?) e “Un desiderio di altra luce... (che) consuma con inesausta energia” (da Inesprimibile Fioritura). Si snoda, su una tematica pregna di implicazioni irrisolte e irrisolvibili sul piano poetico, il percorso della sua ricerca. “Il radar della mente ruota | instancabile ... | alla ricerca | di risposte esaustive... finché una luce | affiora | dalle profondità astrali ...” (da Ricerca).

Sembra di trovarsi davanti a un novello Siddharta, tutto teso in un cercare che è già di per sé un trovare il bisogno di evadere dai limiti del proprio Io e spaziare nella panica immensità del Tutto, respirare il divino, vivere nell’eterno. E se il personaggio di Herman Hesse descrive la parabola dell’uomo alla ricerca del suo vero Io, Giovanni Tavčar fa sentire nella sua poesia la tensione della sete di conoscenza. Siamo di fronte ad un poeta pensatore che, attraverso un linguaggio semplice ma incisivo, trasforma la poesia in icona di ricerca.

I suoi versi sono frantumi di pensiero e nuclei che racchiudono una qualche verità, in una continua sovrapposizione di quesiti sulla natura umana e sul senso esistenziale dell’essere. Questo tormento dialettico non si acquieta con la consapevolezza dell’Intus habes quod poscis anche se si intuisce un presentimento agostiniano della scoperta che “In interiore homine habitat veritas” e si riscontra nei versi: “Sto percorrendo | l’odoroso sentiero | ... verso una radura | inebriante | e solare | che ha nome immensità” (da Immensità). Conclude la raccolta di poesie la lirica “Sulle pendici dell’universo” pervasa da un ampio respiro religioso: “Sulle pendici dell’universo | aspetterò paziente | che Tu | giunga a lenire la mortale | stanchezza | della mia sera |... inondandomi con i fremiti | ... della Tua incommensurabile | primavera di vita”.

La sua poesia si apre così ad uno spazio di speranza come Speranza è per sua natura la poesia in sé. “Una poesia bruciante, è stata definita da Leila Corsi nella sua presentazione all’opera, quella di Giovanni Tavčar come la Speranza, di cui costituisce l’essenza (da Poesia). Una poesia fatta di versi brevi che, anche loro, si inarcano in frequenti enjambement, in ossimori audaci, in ardite sinestesie, in onomatopee rombanti e tintinnanti come le vetrate della notte”. L’opera di Tavčar spazia in una molteplicità caleidoscopica di aspetti e offre spunti di riflessione corroborante e meditativa sull’iter vitale dell’uomo.

Recensione
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