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"La prima edizione di questo libro, del 1992, era di 72 pagine", ricorda Banchini nella Presentazione: "la causa principale di tanta crescita è data dall'aver voluto presentare, riassumere, citare un grande numero di giudizi critici sull'opera di Bilenchi", spiega ancora l'autore. Più che di causa, io parlerei di pregio: Romano Bilenchi è uno di quei grandi scrittori del Novecento ingiustamente ed ingenerosamente dimenticati, accanto ai vari Bontempelli, Betocchi, Comisso, Delfini, Gatto, Lisi, Loria, Ojetti, Pancrazi, Soffici e tantissimi altri di cui Ferdinando Banchini ci offre preziose testimonianze critiche.

Nel capitolo d'apertura, Tra fascismo e comunismo, viene affrontato l'interrogativo fondamentale già da altri studiosi sollevato, ossia quello relativo al "lungo silenzio di Bilenchi" che abbraccia circa un trentennio, dal 1941 al 1971. Banchini cerca di risolvere il quesito sottolineando come Bilenchi detestasse lo scrivere con scadenze obbligate per dedicarsi invece con maggior cura e attenzione "ad un continuo lavoro di revisione del già pubblicato per avvicinarsi il più possibile al suo ideale di perfezione stilistica". Un mai soddisfatto emendare definito "nevrastenia stilistica" da Maria Corti. Accanto a questa, altre ragioni determinarono quel trentennale silenzio: Banchini ne enumera diverse, dagli incarichi politici e giornalistici assunti da Bilenchi dopo aver scritto La rniseria (1940) all'espulsione dal partito fascista, dall'adesione al partito comunista clandestino alla partecipazione attiva alla Resistenza nel '43 e nel '44. E poi l'uscita dal Pci. dopo i fatti di Ungheria col successivo rientro nel 1972, dal momento che (confessa a Vittorini) fuori del partito si sentiva "un'anima morta".

La verità è che – scrive Banchini – su Bilenchi pesa enormemente la consapevolezza "di una più generate mancata coincidenza tra la concezione della vita e della letteratura e la milizia politica, tra il mondo arido e cupo da lui prevalentemente rappresentato e quel tanto di attesa della felicità insita nelle idee professate". Sono questi i nodi di fondo, i momenti cruciali dell'esistenza di Romano Bilenchi intorno a cui ruota tutta la sua produzione, sia quella antecedente che quella successiva al lungo silenzio: anche perché, come si é detto, lo scrittore di Colle Val d'Elsa era spinto a rimeditare continuamente su ciò che aveva già scritto per far affiorare quanto "se c'è, è veramente sepolto nell'intimo".

Nel capitolo seguente viene analizzato il c.d. "primo periodo creativo" di Bilenchi, con le sue prime prove sul Selvaggio, diretto da Mino Maccari, e quindi il libro Vita di Pisto, pubblicato a puntate sulla rivista nel 1931. A questo seguì nel 1933, edito da Vallecchi, Cronaca dell'Italia meschina, ovvero Storia dei socialisti di Colle, una scanzonata e satirica narrazione delle battaglie elettorali svoltesi prima del 1915, con accesi toni polemici antiborghesi e illiberali, tipici dell'epoca, da cui neanche Bilenchi fu immune.

Le tendenze strapaesane di questi due primi libri, criticate da Luigi Russo e da altri (vedi Enzo Siciliano), saranno presto accantonate da Bilenchi; tuttavia quel giovanile tirocinio letterario si rivelerà in seguito estremamente proficuo: "Pittoresco sociale e compiacimenti popolareschi spariranno; – osserva Banchini – continuerà invece, accrescendosi di verità e intensità, l'interesse per la provincia e la sua vita, sfondo unico o quasi dell'opera che seguirà".

Nel 1935 esce Il capofabbrica, edito dalla rivista Circoli diretta da Adriano Grande. Si tratta di otto racconti autonomi, tenuti insieme dal comune ambiente piccolo-borghese di provincia. Qui si comincia a intravedere la sottile e laboriosa metamorfosi in atto nella produzione di Bilenchi ossia il mutamento di prospettiva nel porsi di fronte alla realtà locale. Scrisse Giuseppe Marchetti: "Per sprovincializzarsi, Bilenchi non va a Parigi, bensì si rifugia quanto più può nel proprio paese". Anna e Bruno e altri racconti è del 1938. Di nuovo otto racconti, ambientati ancora nella campagna e nella provincia toscana, ma con qualche novità: si accentua lo spessore e la dimensione dell'indagine interiore, si affaccia il senso del mistero e una sopita, non meglio definita, inquietudine esistenziale.

Conservatorio di Santa Teresa, da molti considerato il capolavoro di Bilenchi, esce nel 1940 edito da Vallecchi. È un romanzo di ampio respiro, in cui persone e vicende vivono attraverso gli occhi sognanti di un bambino, sicche – nota Banchini – "si sente il tempo della storia premere ciecamente sul mondo senza tempo del bambino ignaro".

Un anno dopo, nel '41, Bilenchi pubblica i racconti di La siccità, riguardo ai quali Pratolini espresse un giudizio eccezionalmente positivo: "Tu sei giunto a un punto essenziale, di una crisi assoluta della materia narrativa". Goffredo Bellonci, dal canto suo, evidenziò "il modo tutto oggettivo con cui Bilenchi segue e rappresenta i moti psicologici dei personaggi" (Banchini).

Il terzo capitolo e interamente dedicato all'analisi e allo studio delle ragioni, all'inizio accennate, del lungo silenzio creativo che colpì l'appena trentaduenne Bilenchi (1942-71). Ferdinando Banchini osserva che non furono anni sterili e vuoti, e del resto il continuo lavorio di revisione e di perfezionamento delle opere precedenti, di cui seguitavano a uscire nuove edizioni, denota pur sempre creatività. Non solo: "Questo tempo del silenzio di Bilenchi – aggiunge Banchini – è tempo di sistemazione del lavoro critico precedente o di elaborazione di nuove riflessioni e nuovi studi".

Giungiamo così al "secondo periodo creativo" (capitolo IV), contrassegnato da tutta una serie di pubblicazioni e salutato, fra gli altri, da un trionfale articolo di Geno Pampaloni sul Corriere. Nel 1972 esce Il bottone di Stalingrado. Così definì Bilenchi la sua nuova fatica: "Dico solo che è un romanzo di idee e che provo a raccontare la Storia in una maniera mia. La vita vi è vista stretta, come in un teatro". Un'opera che "si può definire il libro dell'amicizia", romanzo storico e romanzo politico insieme, in cui non manca il versante didascalico e moraleggiante ("rigidamente manicheo", giudica Banchini). Nel 1976 Einaudi pubblica Amici nella collana dei Saggi: il volume raccoglie amorevolmente memorie e ricordi legati agli amici più cari di Bilenchi (Vittorini, Rosai, Maccari. Luzi).

Con sincera ammirazione nei confronti del grande scrittore scomparso, ma riuscendo a mantenere il dovuto rigore e la necessaria obbiettività di giudizio, Ferdinando Banchini ha dedicato a Bilenchi probabilmente la prima monografia completa degna di questo nome esistente in commercio.

Recensione
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