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"L’eternità mette a flutto ciò che il tempo dilapida." È la lapidaria riflessione che esprime la sofferenza, e insieme il trasporto, con cui Ferdinando Banchini ha dato alla luce questa mirabile opera in cui le possibilità e i limiti della parola – e quindi dell’uomo – si intrecciano, si contraggono e si sovrappongono incessantemente, a significare l’acceso enigma, il perenne altrove delle "differenti direzioni" a cui può condurre la nostra "vita unica e molteplice".

Pure, due sono "i percorsi, le voci che tutto scuotono e trasformano". Quali? Nella breve ma intensa nota introduttiva, Banchini non indica espressamente la natura di queste misteriche direzioni: egli desidera che sia il lettore a scoprire, a interpretare liberamente il senso della sua ricerca. Anche perché, a mio avviso, nelle due sezioni principali in cui si articola la raccolta – intitolate appunto Prima direzione e Seconda direzione – tutto ciò che ne contrassegna lo spirito (faticosamente affiorante, alla fine) tende ad accavallarsi in maniera dialettica dando vita a confronti serrati che testimoniano "abbandono e consapevolezza, incanto e conoscenza, smarrimento ed elevazione, limite e vastità, ricerca e approdo, fuga e incontro", come spiega l’autore. Né potrebbe essere diversamente: ogni conquista della ragione e dello spirito richiede abnegazione, applicazione, sacrificio, sperimentazione, conoscenza.

La prima direzione potrebbe essere data dal sentimento di amorevole speranza e insieme di inquieto smarrimento che nasce nell’uomo nell’atto di osservare e mirare le meraviglie del creato e il mistero della natura, la cui malinconica bellezza, scintilla dell’eterno, reca comunque e sempre un’immagine di morte: "Forse – conclude il Poeta nella stupenda prosa poetica dedicata a Venezia – anche in questo è una vittoria dell’uomo". Un ascetico e sbigottito immaginare di fronte al quale la parola inventata dall’uomo appare impotente, risibile, vuota. Il Poeta indugia nell’inseguire l’indicibile, benché sappia assai bene che questa è l’unica via – da perseguire con totale e assoluta dedizione – in grado di nobilitare e riscattare la nostra fragile esistenza.

La seconda direzione apre ad un moto di fiduciosa e intrepida sfida. perché "inutile è l’attesa dell’ignoto". L’atteggiamento di inebriante stasi (ed èstasi), ossia di assorta contemplazione ("nel tempo frammentato di memorie"), cede il passo ad una voluttuosa brama di fede: "Apri la porta, presto. Che il fulgore ci abbagli". Ciò perché la raggiunta e riconquistata – o consolidata – certezza dell’unico "appiglio di vita, due legni in croce" inietta nell’anima triste del Poeta una tale dose di coraggioso furore da fargli esclamare:

Anima folle, se folle è la speranza.
Ma no, ché la passione già è vittoria.
E la passione è intatta.

Epperò, la tersa meticolosità con cui viene condotta l’operazione farebbe certo pensare ai dettami della c.d. "estetica intellettualistica", caratterizzata dall’esigenza di trasferire l’esperienza poetica dal piano naturale (prima direzione) a quello mistico-religioso proprio delle tendenze platonico-teologiche (seconda direzione).

Ma rimane sempre la parola lo strumento insostituibile al quale affidare le emozioni, lo struggimento, la gioia della fede: la parola poetica ora si volge in preghiera, perché riconosce "una profonda ragione nelle cose". Una supplica non bigotta né di circostanza, che potremmo avvicinare al baudelairiano "rifiuto e orrore" della vita senz’anima (per quanto possa essere maledetto), come lo stesso Banchini ricorda, non a caso, a chiusura della raccolta.

È un canto risoluto e vigoroso che trova nelle sofferte riflessioni di ieri l’energica audacia per afferrare le splendenti e insostenibili verità di oggi. Banchini coglie in questo "soffio di vita e d’amore" la propria ritrovata "eminente idea di uomo", faticosamente riacciuffata in una selva di carni piagate, affinché fra tanti volti precari possa anch’egli ricongiungersi, convergere "nell’uno, saldo, che a tutti dia significato".

Recensione
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