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Dentro e fuori il paesaggio. Poesie 2011-2012

“Io qui a Reggio nacqui | di fronte al Mare Jonio | gli Dei mi custodiranno | nell’Eternità”. Sono versi brucianti, lapidari, con i quali si chiude la silloge di Antonio Coppola, quasi un’epigrafe che, risuonando cupa, ci giunge dall’oltretomba, se non sapessimo che in realtà l’autore è vivo e vegeto. Si potrebbe pensare, al riguardo, ad un inconsueto incipit, perché Coppola ci parla davvero come se si muovesse, impacciato e stranito, in equilibrio instabile sulla soglia d’un’altra dimensione, nell’atto di spiccare il volo verso un’ignota destinazione:“dentro e fuori il paesaggio”, appunto. Il suo è un rapporto “trasversale”, oscillante e obliquo – quasi del tutto “sbilanciato” –, con le immagini della realtà. Consapevole di ciò, l’autore introduce il lettore in quelle che sono le linee-guida della sua ricerca poetica, citando anzitutto “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde: “Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile…” Sono sfumate figurazioni indicative di stati d’animo appena accennati, consunti da ciò che l’autore definisce, di volta in volta, “diramazioni degli anni” (da Tu sei già ciliegio) e dall’urto con un “tempo indifferente” (da Il disordine delle stagioni). Un’ “infinitezza” di distanze che genera insistenti sovrapposizioni, intersezioni dialettiche fitte di simbologie, allegorie, metafore.

E’ una straordinaria variante, personalissima, di quella “presenza/assenza” inaugurata nella poesia moderna da G. Leopardi (e proseguita con C. Baudelaire, A. Rimbaud, Th. Eliot, C. Pavese), in possesso di tutti i crismi per imporsi e “fare scuola”.

Noto, ad esempio, che l’uso dei verbi – non saprei se a ragion veduta o a livello latente e inconscio – segue una logica precisa. La loro coniugazione al passato tende ad essere riferita, quasi sempre, all’“io” poetante, ossia alla voce diretta del poeta che espone proprie emozioni e vicende esistenziali. A questo primo gruppo di poesie appartengono, ad esempio, i versi di “Mi abitarono memorie”; “Ho detto addio al mio Sud (…)”; “Mi giravo toccando | la mia figura (…)”; “Qui noi tradimmo i silenzi”; “Subito appresi che amore non tiene | al tempo”; “(…) l’essenza | prima quando appoggiai piede nella vita”. L’uso del verbo al presente e soprattutto al futuro risponde, invece, ad un’esigenza diversa, quella di interpretare (o presagire) l’incombere di tempi nuovi, più angoscianti che rosei. E’ un domani dal quale Coppola ha la sensazione d’essere improrogabilmente tagliato fuori: “Accadrà qui da noi che | il labbro dei calanchi si schianti”; “Nei petali di rose cimate | sopra le tombe o nelle | stazioni sarà bandito il pianto”; “Cristo, in quale terra risorgeranno i miei morti?”.

Certo, non mancano liriche nelle quali il Poeta – esprimendo un fatale disincanto – si proietta, anima e corpo, nel futuro, ma è l’eccezione che conferma la regola. Antonio Coppola osserva sé stesso come scisso, sdoppiato, più fuori che dentro il palcoscenico della vita: “Presto svanirò in questo mare | di triboli e curve di cielo”; “(…) ti scrivo e temo | di bussare alla tua porta ancora vivo”. Il tema della morte, dunque, domina incontrastato sull’intera silloge. Così si spiega l’invocazione epigrafica finale, che, come detto, può intendersi come un prologo, l’incipit posposto in direzione d’una vita nuova, anche perché l’espressamente implorata “eternità” ingloba in sé la cancellazione del concetto di tempo finito.

In questo continuativo “sdoppiamento” di personalità – parafrasato in varie guise, vedi lo “smembramento” d’una “semiluna” riflessa –, il Poeta, lucidissimo, trova la forza per inattesi accenni d’ironia, laddove – tanto per dirne una – afferra al volo lo spettacolo di “limoni appena colti (…) | immortalati da una zoomata in tutta fretta”. Le visioni, paradisiache e apocalittiche nello stesso tempo, si presentano abbozzate e incompiute nella loro staticità, prive di autentico pathos: è una “baraonda di anime penanti” senza volto, spoglie d’una qualsiasi identità. L’occhio del Poeta esplora questi “segnali sempre eguali” (da Ti scrivo e temo) in una condizione di “trance” su cui incombe un sogno di “beatitudine”, racchiuso nell’ebbrezza della disperazione. E’ una tensione spirituale fortemente agognata, epperò soltanto tale, che trova nella sua imperfezione e nei suoi stessi limiti la ragione intima del suo ostinato vagheggiare. Un “cupio dissolvi” – con l’esplicito affidarsi agli “Dei” pagani (non al Dio cristiano) – che pare anticipare, sul piano strettamente poetico e creativo, l’attimo della realizzazione finale, tanto perfetta e ultimativa quanto ipotetica e, forse, utopica.

Recensione
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