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Discorso su Dante uomo e poeta: pregiudizi e settarismo nella Commedia

Nel VII Centenario della morte di Dante Alighieri credevo d’essere il solo, tra gli scrittori di mia conoscenza, a guardare con ponderazione, mista al dovuto scetticismo, gli smisurati toni celebrativi e le forsennate esaltazioni mediatico-commerciali che, da ogni parte, si sono levate per commemorare la ricorrenza.

In mio soccorso, per fortuna, è sopraggiunto questo insperato, piccolo gioiello di sapienza di Aldo Cervo, l’illustre scrittore di Caiazzo, intitolato “Discorso su Dante uomo e poeta: pregiudizi e settarismo nella Commedia” (Caiazzo 2021, p. 24).

La verità è che Dante fu figlio del Medio Evo, e tale va considerato onde inquadrare nella giusta dimensione e misura la sua produzione poetico-letteraria.

Scrive Aldo Cervo nella Nota introduttiva: “Dante, da esemplare testimone del Medio Evo, è uomo delle certezze. Di fede indiscutibilmente cristiana, assunta – bisogna aggiungere – attraverso il filtro del rigoroso dogmatismo teologico medievale, credette, senza mai avere nel merito il minimo dubbio, nei due poteri, separati e cooperanti: quello spirituale, del Papa, e quello temporale, dell’Imperatore. E le certezze non creano travagli interiori. Se avesse impattato il dubbio (come accadde poi al Petrarca) non si sarebbe sostituito a Dio nel condannare, nel premiare e nell’assolvere tantissima gente d’ogni tempo e condizione sociale.”

L’autore apre la trattazione riportando il celebre sonetto di Cecco Angiolieri: Dante Alleghier, s’i’ so’ buon begolardo, nel quale il poeta senese ebbe il coraggio d’accusare Dante d’essere un “attaccabrighe, un approfittatore e un criticone”, biasimandolo altresì per la sua “presunzione” e i suoi “turpiloqui”.

Detto questo, Cervo tiene a puntualizzare come Dante sia “il portatore di una cultura sterminata, e l’ineguagliabile testimone di una civiltà, la medioevale”. A mio avviso, il problema è proprio questo: Dante è il fin troppo fedele “cronista” del sapere medievale, e non riuscì mai a liberarsi da questo pesante fardello. La sua è una cultura troppo clericale, scolastica, oscurantista, carica di assurdi limiti e pregiudizi. Nel suo Poema ogni minimo particolare è intrinsecamente legato ad una ristretta concezione cattolica, e soltanto la sua eccezionale padronanza del verso e le sue raffinatissime doti di rimatore fanno sì che la Commedia attragga il lettore in maniera quasi irresistibile. In sostanza, l’armonia e la musicalità della forma riescono ad affascinare e sedurre, mentre l’analisi approfondita dei contenuti di ogni singolo Canto non può non far sorridere anche il più sprovveduto uomo del XXI secolo.

L’autore del saggio passa quindi in rassegna le maggiori incongruenze della Commedia, a cominciare da Virgilio, la sua guida spirituale nel regno dell’Oltretomba, il quale tuttavia era un poeta e non un filosofo, per giunta pagano e non cristiano, aggiungiamo noi. Un poeta pagano irretito da Mecenate “nelle maglie del clientelismo augusteo”. Quel Mecenate definito a sua volta da Charles Beulé un “elegante corruttore”, mentre Augusto Rostagni lo dipinse come “foriero di decadentismo morale, intellettuale e letterario”.

Riguardo alle anime dei due amanti “lussuriosi Paolo e Francesca” condannati alle pene dell’Inferno, Aldo Cervo ritiene giusto prendere le difese in certo qual modo di Gianciotto, il marito tradito, il quale finora è sempre stato deriso e condannato sia dai critici che dai lettori perché “di aspetto deforme, e zoppo”. Al riguardo, Cervo sottolinea i due pesi e le due misure adoperate da Dante: “brutale rigore per un iracondo, pietà, fino allo svenimento, per due adulteri”.

È quindi la volta di Filippo Argenti – guelfo nero, al contrario di Dante guelfo bianco –, incontrato nelle paludi dello Stige. Il Poeta lo deride con sarcasmo incassando “l’elogio di Virgilio”, anzi prega cinicamente la sua guida affinché “gli conceda un supplemento di strazio”, ossia chiede di vederlo “attuffare in questa broda”.

A proposito del ghibellino Farinata degli Uberti, Dante ne apprezzò “magnanimità e fierezza di carattere”, tuttavia dopo che Farinata ebbe ricordato a Dante di “aver cacciato per due volte i guelfi da Firenze”, il Poeta ha “una palese caduta di stile” – osserva Cervo –, ovvero mostra una “faziosità da Curva Sud”, nella famosa terzina: “S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte, / rispuosi i’ a lui, l’una e l’altra fiata / ma i vostri non appreser ben quell’arte.”

L’analisi severa e rigorosa dei personaggi dell’Inferno si conclude esaminando il dramma del podestà di Pisa Conte Ugolino, incarcerato per tradimento e condannato a morire di fame insieme con figli e nipoti, al che questi ultimi, prima di morire, avrebbero pregato il padre di cibarsi di loro. Ma il passaggio dantesco non è chiaro, poiché il verso: “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno” si presta a più interpretazioni. Piuttosto, Aldo Cervo preferisce soffermarsi sul dato agghiacciante secondo cui Dante invocò lo sterminio di tutti i pisani, come punizione per la morte del Conte e dei suoi discendenti.

L’analisi passa quindi ai Canti del Purgatorio, dove l’autore focalizza l’attenzione su Catone di Utica promosso custode di quel triste luogo di espiazione, il che non sarebbe male considerata la probità morale dell’Uticense. Una prima incongruenza consiste proprio nel fatto che Catone era un fervente repubblicano, mentre Dante fu “un assertore della Monarchia universale”. Ma a contrariare Cervo è soprattutto “il linguaggio da imbonitore” adoperato da Virgilio affinché Catone conceda a lui e a Dante il lasciapassare per entrare nel Purgatorio, al punto che Virgilio ricorre ad un “mezzuccio da lavandaia” nell’elogiare “li occhi casti / di Marzia tua”. Aldo Cervo non può fare a meno di ricordare che Marzia era la moglie di Catone, ma aveva lasciato il marito per unirsi con il penalista Ortalo e, dopo la morte di quest’ultimo, aveva invano supplicato Catone di riprenderla.

Riguardo al Paradiso dantesco, Cervo così riassume il proprio punto di vista: “Il Paradiso, nonostante sia il Regno delle Beatitudini, la residenza del Creatore dell’Universo, in cui «tutti li tempi son presente», non è immune da soluzioni artisticamente discutibili, e di dubbio buon senso.”

Infatti, già nel Canto I il dio Apollo è intento a scorticare un satiro, e Cervo si chiede: “Che ci fa un dio pagano nel Paradiso cristiano?” Risposta: “Evidentemente quel che ci fa la Calliopè nel Purgatorio”.

Nel Canto VI, l’imperatore Giustiniano ricostruisce gli eventi – ivi compresi massacri e stragi di massa – che portarono, con l’aiuto della Provvidenza, al trionfo dell’impero romano nel mondo fino ad allora conosciuto. Accanto a Giustiniano, nel Canto VI Dante colloca Romeo da Villanova. Chi era costui? Una perfetta nullità, un amministratore provenzale esperto di economia, ma anche un ruffiano che s’era inventato “un’agenzia matrimoniale per contessine a rischio di zitellaggio”, conclude Cervo.

Ben tre Canti, dal XV al XVII, sono dedicati al trisavolo di Dante Cacciaguida, il quale avrebbe combattuto nella seconda Crociata contro gli infedeli. Cervo ricorda come alla “figura storpiata” di Maometto (già inserita nel XXVIII Canto dell’Inferno) sia abbinata la “gente turpa”, ossia l’intera popolazione islamica, ragion per cui egli si chiede se sia giusto fornire un’immagine denigratoria di un intero popolo, anche perché “i Crociati non andarono in Terra Santa a distribuire caramelle”. L’indignazione dell’autore cresce di fronte all’inaccettabile supponenza con cui Dante esalta sé stesso e il proprio casato:

“Ma quel che tracima oltre ogni ragionevole limite è la smoderata considerazione nella quale Dante tiene sé stesso e i suoi progenitori, un sentimento dell’appartenenza che rasenta il delirio quando, echeggiando Anchise nell’Eneide, fa prorompere il suo trisavolo nell’esclamazione: “O sanguis meus, o superinfusa / Gratia Dei, sicut tibi cui / bis unquam coeli ianua reclusa?”

Infine, nel Canto XVII Dante si spertica in elogi nei confronti di Bartolomeo della Scala, “il gran lombardo” che lo ospitò durante il suo esilio da Firenze, ma anche nei riguardi di Cangrande, il fratello minore di Bartolomeo. Insomma, non mancano, anzi abbondano, nella Commedia spunti e interessi autoreferenziali da parte del Poeta.

Aldo Cervo conclude la sua originale e dotta trattazione sottolineando come in Dante il “settarismo” religioso e ideologico strida fortemente con “l’universalità dei suoi orizzonti culturali”, ma nello stesso tempo il suo Poema Sacro rimanga “opera difficile da eguagliarsi per la struttura geometricamente impeccabile dell’impianto formale, per la resa lirica conseguita in non pochi canti, per l’immane confluire in esso degli elementi sociali, politici, scientifici, filosofici e storici.”

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