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Angelo Lippo, autorevole poeta e saggista, nonché attivissimo operatore culturale e critico d’arte, svela in questa plaquette le sue piccole grandi gioie di ipersensibile scrittore, spesso ferito dall’indifferenza degli uomini di fronte al tormento della creazione artistica. Pertanto, anche se volessimo parlare d’una sua intima debolezza nel “succhiare il divino nettare”, faremmo un uso improprio del termine, in quanto forte e decisa è la presenza di Lippo nel panorama culturale odierno e altrettanto lucide e consapevoli le sue “speculative” libagioni. La conclusione è consequenziale: la sua è la “debolezza” d’un uomo forte circondato dalla “forza” di tanti uomini deboli.

Anche Luigi Scorrano nella Prefazione sottolinea tale concetto: “C’è chi scambia l’ebbrezza per confusione ed esagerazione viziosa, indotta con artificio fuor di ragione”. Non concordo, viceversa, con l’autore della Prefazione quando, proseguendo il discorso, sostiene che “c’è un’ebbrezza che è stordimento non del senso ma della mente in cerca d’una segreta gioia (…)”.

Angelo Lippo rimane sempre ben vigile e presente dinanzi ad ogni sollecitazione fisico-intellettuale ed ambientale, come dimostrano gli ininterrotti, pressoché simultanei raffronti instaurati tra lo spumeggiare dei “boccali inebrianti” da un lato e le “malinconie stremate”, i “giacigli stanchi”, i “racemi d’anima” e “l’inaudito che suscita risvegli” dall’altro. Tutto ciò, mentre il poeta “cavalca il tempo dell’infanzia” e percepisce l’impetuoso sopraggiungere del “vento d’autunno | che plasma i tetti delle case”. I suoi non sono, dunque, “paradisi artificiali” (vedi De Quincey, Poe, Baudelaire, Rimbaud, ecc…), bensì un volersi sentire tutt’uno, identificarsi con la natura e la terra, fino ad “ascoltare l’inaudito | che dentro suscita risvegli (…)”. Il richiamo è agli impenetrabili e rigogliosi culti misterici della classicità, quando lo stato d’ebbrezza provocato da una salutare “spremuta d’uva” contribuiva a spalancare le porte dell’universo e del creato.

Esiste una letteratura sterminata riguardante il vino e i doni dell’ebbrezza, e qui fa bene Scorrano a citare opere come l’Antologia Palatina. Il suo intervento critico non a caso è intitolato La parola inebriante, perché “l’ebbrezza suggerisce esaltazione, quell’esaltazione che è quasi un particolare stato di grazia” (…), in una dolce confusione dove la realtà dà una mano al sogno e il mondo intero appare sospeso in un torpore fioccoso nel quale s’indugia senza preoccupazioni”.

Forse è proprio questa condizione di intorpidimento a far emergere certe terribili contraddizioni della cultura e della storia, sulle quali il poeta, rotto ogni freno inibitorio, talvolta ironizza delicatamente “sulle ali dell’ebbrezza” e senza risentimenti. Potremmo aggiungere che questa apparente “confusione” – non semplicemente “mentale” – è l’obiettivo ideale a cui Angelo Lippo aspira come condizione suprema di “beatitudine”, ma che proprio per questo è ben lungi dal possedere. E’ una consapevolezza estrema che si traduce in una dottrina, direi, platonico-metafisica, sicché il momentaneo appagamento dei sensi dovuto alle generose mescite di vino va interpretato come una pietosa consolatio philosophiae volta a medicare l’animo inquieto del porta e a stemperare le amarezze di sempre.

Neanche la lezione evangelica e la fede cristiana, che rimane ben salda e di cui risuonano echi appassionati, sfuggono alle fulminanti riflessioni sospese a mezz’aria tra il serio e il faceto, come nella poesia Liturgia: «Alzò il calice e disse: | “Bevetene tutti, | è questo il mio sangue”. Ma era soltanto lunedì, | così il rito si rinnovò | nei successivi giorni. | La Domenica di Risurrezione | l’abbraccio fu completo».

Angelo Lippo evita sapientemente insolenza e villania, pur non rifuggendo dall’affrontare tematiche piuttosto irriverenti. La meditazione si spinge lungo percorsi affascinanti e sempre nuovi, unicamente contrassegnati dal tempo della vendemmia che avanza: «E aspetti il flusso delle lune: | dove sarai, limpida anima, dove?». La sua attenzione rimane limpidamente rivolta a “prati erbosi | e garruli ruscelli”, nell’ “intenso profumo di pampini” che inebriano l’aria.

Si direbbe il rinnovarsi di antichissimi riti pagani, non a caso è citato Dioniso: “Moderno Dioniso alzerò | il boccale per sciogliere | ditirambi di nuove voluttà: | poi, si compia il Destino”. Le raffigurazioni si accavallano rapide e frementi, intervallate da altrettanto fugaci citazioni cristiane come il Te Deum, tra immagini sacre di angeli e cherubini. Soprattutto, incombe insistentemente la coscienza dell’approssimarsi della fine di questa stagione felice, a cui farà seguito il solito, gravido carico di mistero e d’arcano: “oh! Infinito – | parole ubriache di tempo”. E altrove: “La Storia è infinita | quanto il turgore rossofiamma | che sbraita nelle lune d’agosto”.

Nato nel 1939 sulle rive dello Ionio, il “giorno di San Martino” – come tiene poeticamente a rimarcare –, Angelo Lippo è oggi uno degli intellettuali più fecondi e operosi del Mezzogiorno. Di lui ci siamo occupati più volte attraverso le pagine di “Paideia”. Autore di decine di pubblicazioni di poesia, saggistica letteraria e critica d’arte, ha curato importanti antologie poetiche. E’ stato condirettore della rivista Il policordo, poi fondatore e direttore dal 1985 di portofranco. E’ presidente di giuria di importanti premi letterari ed è membro della commissione esaminatrice del Premio “Succisa Virescit”.
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