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Evgenij Evtušenko

“Tra tutti gli inganni, io inganno non sono”

Montecassino, 20 aprile 1986
Evgenij A. Evtušenko e Francesco De Napoli

Tra i peculiari aspetti della multiforme personalità di Evgenij A. Evtušenko ( Zima, U.R.S.S., 18 luglio 1932 - Tulsa, U.S.A., 01 aprile 2017) – poeta, scrittore e saggista, nonché drammaturgo e regista cinematografico – spicca la sua indole fortemente volitiva e comunicativa, indomita e impetuosa, in un irriverente e provocatorio cocktail di genialità e vitalità, ma anche di disarmante sincerità e generosità, accanto alla connaturata fede non nei simulacri del potere, bensì nell’Uomo in quanto tale.

Per il Maestro del disgelo credere nei valori dell’Umanità significava porre insostituibili basi – le uniche seriamente praticabili e auspicabili –, per un domani di pace. Evtušenko non escludeva a priori le ragioni dell’impegno politico, che anzi abbracciò da protagonista nell’ultimo periodo dell’agonizzante Unione Sovietica. Semplicemente, subordinava la logica e i metodi – spesso subdoli e fratricidi – della “ragion di Stato” ad una superiore e più nobile attenzione per le necessità e le attese, incombenti e vitali, di moltitudini di diseredati schiacciati dai perversi meccanismi d’un potere sempre uguale a se stesso. In tal senso, i suoi interessi non erano circoscritti all’aspetto strettamente (e sterilmente) letterario e creativo, al contrario prendevano sempre le mosse da una solidale partecipazione per le vicende umane per trarne, in maniera convinta e feconda, spunto e ispirazione per il suo lavoro di scrittore.

Contrariamente alle deviate forme di disimpegno oggi in voga, Evtušenko credeva nella funzione sociale – positiva e costruttiva – della letteratura, nella convinzione che la cultura possedesse, di per sé, la capacità di incidere sul flusso degli eventi. Così, accanto ai tanti poeti e scrittori “impegnati”, ognuno a suo modo nell’arco del Novecento – da Maksim Gor’kij a Vladimir Majakóvskij, da Rafael Alberti a Bertolt Brecht, da Pablo Neruda a Nikos Kazantzakis, da Jean-Paul Sartre a Pier Paolo Pasolini –, Evtušenko si è dimostrato il fedele cantore e interprete di innumerevoli drammi esistenziali, dando voce, nelle sue opere, alle infiacchite aspettative di riscatto degli ultimi della Terra.

Senza recidere i viscerali legami con la Madre Russia, Ženja (diminutivo di Evgenij) amava proclamarsi cittadino del mondo. Infaticabile viaggiatore, sfidò vittoriosamente, a viso aperto, le imposizioni e le chiusure del regime sovietico. Percorse in lungo e in largo, senza mai risparmiarsi, gli angoli più remoti del Pianeta sospinto dall’ansia di conoscere e toccare con mano le aberrazioni del nostro tempo.

La nomenklatura del PCUS provò più volte a tarpargli le ali, come accaduto a tanti scrittori e artisti anche non dissidenti. L’atteggiamento tenuto dal ribelle Evtušenko nei confronti del potere era complesso e articolato: direi “unico”, come unica era la personalità del suo artefice. Un comportamento non studiato, al contrario istintivo, il più delle volte confusionario e spericolato, come hanno testimoniato la maggior parte delle persone che lo hanno conosciuto.

Pur avendo preso pubblicamente le difese di autorevoli dissidenti ingiustamente perseguitati – da Vladimir Dudincev ad Aleksandr Solženicyn –, procurandosi non poche grane, Evtušenko non accettò mai che tale appellativo – titolo o marchio –, venisse attribuito anche a lui. Non perché disprezzasse l’epiteto di “dissidente”, oppure fosse un calcolatore opportunista come qualcuno ha scritto. Beffeggiando i maligni con particolari toni tribunizi – esasperati ma suadenti –, ribadì in più occasioni, intimamente pacificato dalla certezza d’essere nel giusto, versi come i seguenti: “Tra tutti gli inganni, io inganno non sono.” (da Romanzo con la vita e altre poesie, Ed. Interlinea, Novara, 2007).

La verità è che egli credeva sinceramente in un socialismo dal “volto umano”, ossia in un socialismo libertario i cui valori giudicava inscindibili e non in contrasto con le conquiste fondamentali della Rivoluzione d’Ottobre. Sul piano ideale, considerava i moti bolscevichi guidati da Lenin un evento incontestabile che, in quel preciso momento storico, era ampiamente giustificabile e di assoluta portata nella storia della Russia e dell’umanità in generale.

Ženja era, in ultima analisi, un ostinato e irriducibile – a tratti, piuttosto ingenuo – sognatore e idealista. Non riconoscere tale dato di fatto significa stravolgere la sostanza del suo magistero, umano, letterario e anche politico, con la necessità di dover manipolare, consequenzialmente, ogni circostanza nell’esistenza del Poeta per far quadrare i conti e giungere, in qualche mondo, al distorto bandolo della matassa. Tutto questo, chiaramente, allo scopo di dare adito a scriteriate e gratuite insinuazioni di doppiogiochismo.

Fino a prova contraria, in tanti poemi di Evtušenko è possibile riscontrare, accanto alle pesanti critiche al totalitarismo bolscevico, delle sottili ma intense “dichiarazioni d’amore” nei confronti della Patria socialista, prive di quell’enfatica magniloquenza che gli si vorrebbe addebitare. Egli riuscì quasi sempre a salvarsi, grazie alla sapiente capacità di valutare e commisurare – fondendo lo sdegno più severo con un irrequieto trasporto emotivo –, aspetti positivi e negativi del sistema sovietico. Il poema Mamma e la bomba (Edizioni del Leone, Spinea, 1985) si apre con una serie di enunciazioni che è tutta un programma:

“Mamma faceva parte della Gioventù comunista, / fazzoletto rosso al collo / e giacca di pelle. / (…) / Ma c’è sulla giacca un foro, / che sembra di proiettile, / dovuto a un distintivo / applicatovi un tempo / e distaccato poi, / sul quale si stagliavano / cinque lettere di fiamma: OIACR. / Sono della generazione / che ricorda ancora / il loro significato… / Anche a voi lo rammenterò, / giovani degli anni Settanta, / che infiammati barattate / un distintivo dei Rolling Stones / con uno degli ABBA, e questo / con uno di Elton John. / OIACR sta per: / Organizzazione Internazionale di Aiuto / ai Combattenti della Rivoluzione. / Ho fatto in tempo a giocare con questo distintivo, / quando mamma smise di portarlo.”

Evtušenko teneva in altissima considerazione gli uomini di cultura, a qualsiasi schieramento ideologico appartenessero. Non discriminò mai i poeti e gli artisti occidentali né quelli, in particolare, della beat generation, molti dei quali erano suoi amici. Nel 1979, insieme con Bella Achmadulina partecipò al Festival dei Poeti di Castelporziano, al quale intervennero, tra gli altri,Borroughs, Corso, Ginsberg, Orlovsky e Soriano, su quel medesimo litorale dove, appena quattro anni prima, era stato assassinato Pasolini. Rispetto ad altri poeti, specie quelli dell’area anglosassone, impegnati in battaglie per la liberalizzazione dei costumi, Ženja si mostrava coinvolto epperò disincantato, disponibile ma fermo nel proposito di distinguere, puntualizzare, ribadire determinati valori. In qualsiasi città o nazione si recasse, egli si sentiva sempre come a casa propria. Condivideva, fino ad immedesimarvisi, gli altrui stili di vita ma proprio per questo avvertiva il bisogno di dare sfogo ai propri sentimenti, esperienze e ricordi, scrivendo versi toccanti come quelli – sopra riportati – di Mamma e la bomba. Chiamava ripetutamente in causa il gaudente bel mondo dello spettacolo – specie quello degli U.S.A. –, per delle solenni “tiratine d’orecchi”. Sono passati alla storia della letteratura e del costume i pungenti paralleli che Evtušenko pose magistralmente a confronto: da un lato l’artificiosa licenziosità dei finti paradisi dell'Ovest, dall’altro i tumultuosi e drammatici eventi che avvenivano oltrecortina. Erano universi diversi, ma che il fanatismo politico voleva fossero ostili, acutamente penetrati attraverso inconsuete raffigurazioni simboliche, realtà contrapposte che l’Enfant terrible per primo provò a decifrare, avvicinare e mostrare. Basti pensare al poema Sotto la pelle della statua della Libertà (1970), un fittissimo album di memorie che, scavando nel profondo delle coscienze e nel vero cuore dell’America, non si limita a mettere alla berlina alcune tra le celebrità più acclamate del jet set americano.

Appena una decina d’anni dopo il meeting di Castelporziano, lo scenario politico-culturale planetario appariva completamente mutato. Nella silloge Arrivederci, bandiera rossa (Newton Compton, Roma, 1995), che raccoglie le poesie degli anni Novanta, ritroviamo il Poeta di Zima per nulla appagato, al contrario avvilito, deluso, stremato. Tormentandosi, egli deplora il nuovo corso degli eventi in Russia, un contesto che pure aveva prodigiosamente prefigurato:

“Arrivederci bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù / Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera, (…) / Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica. / (…) Noi, nati nel paese che più non c’è, / ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.”. Per concludere, in maniera inequivocabile: “Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo. / La «smerciano» per dollari, alla meglio. / (…) Ma guardo la bandiera e piango.”

Sono versi eloquenti, che sintetizzano con straordinaria efficacia il rapporto di odio/amore – indubbiamente, più amore che odio – che legò il Poeta del disgelo al Paese del socialismo reale. E’ un’immagine, per la verità, coesa e coerente, già presente nel poema Babij Jar, del lontano 1961: “(…) Ma quante volte, oh quante il tuo purissimo nome / è stato una bandiera tra mani impure!”

Che io sappia, nessun altro autore russo fu capace di esprimere spassionatamente, in quella temperie, tanta genuina e struggente amarezza, sofferenza e incertezza.

Ženja ha l’enorme merito d’aver saputo attraversare – per oltre un sessantennio – le più controverse ed esiziali stagioni della politica e della cultura – non soltanto dell’URSS –, mantenendo una costante forma mentis di totale disponibilità e apertura, con una vigile attenzione per qualsiasi tipo di cambiamento stesse maturando in ogni parte del mondo. In ogni situazione, egli badava a salvaguardare le basi irrinunciabili dei suoi principi, rimasti – ad ogni mutar di vento – sostanzialmente coerenti, come testimoniano le sue opere, a parte taluni comprensibili momenti di debolezza e incertezza.

Nel periodo di transizione da Stalin a Chruščëv, Evtušenko era divenuto famoso – nella madrepatria e all’estero – quale indiscusso caposcuola della generazione poetica del disgelo. Erano istanze culturali libertarie che rispecchiavano, sostenendola fino a condizionarla sensibilmente, l’innovativa temperie delle riforme tentata dal nuovo leader del Cremlino. Di fatto, al cospetto dell’opinione pubblica internazionale, Evtušenko era assurto ad una dignità e ad un ruolo di assoluta inviolabilità. I suoi libri vendevano milioni di copie, i suoi recital poetici riempivano teatri, piazze e stadi con centinaia di migliaia di spettatori in ogni angolo del Pianeta. Il Poeta siberiano era tanto amato ed osannato quanto combattuto e invidiato, al punto da sentirsi costretto a puntualizzare, duramente: “La gloria non me l’hanno data, / da solo l’ho presa.” (Fukù!, Poema, Garzanti, Milano, 1989).

I poeti del disgelo – Bella Akhmadulina, Robert Rozhdestvenskij, Andrej Voznesenskij e altri, ma soprattutto lui, Evtušenko – ebbero la capacità e l’ardire di influenzare e permeare incredibilmente il “nuovo corso” inaugurato da Chruščëv, scuotendo la società sovietica dalle radici. Ciò perché il popolo russo ama a tal punto la poesia – e, insieme con essa, i poeti – da considerarne gli insegnamenti e gli esempi come autentici stili di vita a cui conformarsi. E’ divenuto proverbiale il verso di Evtušenko: “Il poeta in Russia è più che poeta.”. Ed è risaputo che, ovunque arriva la cultura, non è più possibile tornare indietro. Mai era successo nella storia dell’umanità che una semplice corrente poetico-letteraria potesse scalfire, con ripercussioni tanto innovative e sconvolgenti all’interno della collettività, un monolitico e arcigno potere quale si presentava l’apparato comunista.

Intanto, nel 1957, Evtušenko aveva iniziato a muoversi e ad adoperarsi, insieme con altri studiosi, affinché il manoscritto del romanzo Il Dottor Živago di Boris Pasternak giungesse nascostamente in Italia, per essere pubblicato in anteprima mondiale dall’Editore Feltrinelli.Anni dopo intraprenderà un’analoga, coraggiosa battaglia affinché l’abitazione di Pasternak a Peredelkino, un sobborgo di Mosca, fosse trasformata in casa-museo.

Già al suo esordio, nel 1956, la raccolta poetica La Stazione di Zima era stata criticata dai vecchi gerarchi del Partito. Ma furono gli anni Sessanta i più fertili e combattuti per il “credo” letterario – in certa misura, indirettamente politico – dell’ancor giovanissimo Ženja. Nel 1961 pubblicò il citato poema Babij Jar, nel quale denunciò lo strisciante antisemitismo esistente in URSS, prendendo spunto dallo sterminio degli ebrei avvenuto nei dintorni di Kiev ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Benché il poema fosse stato musicato nientemeno che da Dmitrij Šostakovič nella Sinfonia n. 13, il PCUS e i suoi organi di stampa fecero in modo di ignorarne l’esistenza. L’anno seguente, Evtušenko condannò nella raccolta Gli eredi di Stalin (1962) il protrarsi dello stalinismo anche dopo la morte del dittatore, preannunciando in qualche modo l’incombente restaurazione imposta da Brežnev, a partire dal 1964.

La sua Autobiografia precoce, scritta a Parigi in poche settimane ed uscita nel marzo 1963 sul settimanale francese L’Express, in Italia fu pubblicata, appena un mese dopo, da Giangiacomo Feltrinelli, lo stesso editore de Il Dottor Živago di Pasternak. E’ risaputo che Feltrinelli apparteneva anch’egli all’area comunista, ma quanta distanza c’era, già allora, tra i comunisti occidentali e quelli sovietici! Il memoriale autobiografico del giovane Evtušenko divenne un best-seller mondiale, ma fu giudicato scandaloso e censurato in Patria. Per capirne le ragioni, è sufficiente sfogliare alcune pagine del volume:

“(…) In realtà Stalin aveva profondamente contraffatto il pensiero di Lenin. Se, infatti, il pensiero e l’opera di Lenin potevano esser riassunti nella massima: «Il comunismo al servizio degli uomini», per Stalin, sostanzialmente, erano gli uomini al servizio del comunismo.”

Sono considerazioni che denunciavano impietosamente, con piena cognizione di causa, l’apparato stalinista ormai pentitosi d’aver dato troppa fiducia a Chruščëv già in odore di eresia, giudicato un bonario incapace.

L’Autobiografia, prematura se riferita all’età anagrafica, è di fondamentale importanza perché in essa il Poeta formula una sorta di pubblica, estemporanea dichiarazione del suo credo ideale e poetico, rimasto invariato fino agli ultimi giorni della sua esistenza:

“Ho sempre amato e amo tuttora gli ideali romantici di quegli operai e di quei soldati che nel 1917 presero d’assalto il Palazzo d’Inverno. (…) Il mio popolo mi è caro non solo perché io sono russo, ma perché io sono un rivoluzionario. Mi è caro perché non è caduto nel cinismo e non ha perso la fede nella purezza iniziale dell’idea rivoluzionaria nonostante tutto il fango che la offende. (…) Il popolo russo ha sofferto, nel corso della sua storia, forse più di qualsiasi altro. Il suo carico di dolori avrebbe dovuto, a quanto dicono alcuni, diminuirne il vigore, sopprimere la sua capacità di credere a qualsiasi cosa. A me sembra invece che le difficoltà di un Paese provochino risultati opposti. (…) La mancanza di ideali angoscia l’uomo anche più prospero. Certo costui riesce meglio a camuffare la propria tristezza, agli occhi suoi e a quelli degli altri, ma ciò non fa che sottolineare il vuoto nel quale egli vive. Ma se un uomo ricco patisce della mancanza di ideali, chi vive invece tra le sofferenze, di un ideale ha bisogno in modo assoluto. Quando c’è il pane e manca un ideale, il pane può sostituire l’ideale, ma quando manca il pane allora l’ideale può diventare pane.”

Come si vede, pur prendendo frequentemente le mosse da conoscenze personali e dirette – giacché vivere un’esperienza deve pur insegnare qualcosa (oltretutto, guadagnandosi addebiti di protagonismo) –, Ženja si sforzava di sviluppare argomentazioni il più possibile oggettive e super partes, senza insistere più di tanto sul proprio personale orientamento, lasciato ponderatamente tra le righe. Eppure ogni sua dichiarazione, ogni suo scritto conferma sempre una sottile coerenza di fondo. Sta qui la grandezza di Evtušenko.

A causa del suo comportamento impenitente, eterodosso rispetto alla linea ufficiale del Partito, egli venne sottoposto per anni a sistematici accertamenti e controlli, volti a limitarne e condizionarne la libertà di movimento e soprattutto quella d’espressione, perché era questo che il potere temeva in lui. Tanto per cominciare, nel 1964 gli fu negato il visto d’espatrio per prendere parte alle riprese del film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, girato in varie località dell’Italia Meridionale e dei Paesi del Mediterraneo. L’autore di Le ceneri di Gramsci aveva prescelto Ženja per interpretare addirittura il ruolo più importante, quello di Gesù Cristo.

Sempre nel 1964, il Poeta e futuro Premio Nobel Iosif Brodskij era stato condannato a cinque anni di lavori forzati con l’accusa di parassitismo, pornografia e mancanza di attaccamento alla Patria. L’esito del processo sollevò una mobilitazione internazionale di intellettuali in difesa di Brodskij, tra i quali Anna Achmatova e Dmitrij Šostakovič. In seguito, grazie ad una lettera di protesta inoltrata alle autorità sovietiche, firmata, tra gli altri, da Jean-Paul Sartre e dallo stesso Evtušenko, la pena fu ridotta agli anni già scontati, che risultarono due in tutto.

Nonostante il decisivo intervento di Ženja in difesa di Brodskij, i rapporti tra i due rimasero burrascosi, con accuse da ambo le parti: Brodskij rimproverava ad Evtušenko d’essere un poeta di regime; Evtušenko replicava, di rimando, che Brodskij era un “poeta minore” di cui il mondo si sarebbe presto dimenticato. Di questa vicenda, strumentalizzata dai media, il Cantore del disgelo si rammaricò più volte. Infine, dettò sagacemente la propria iscrizione tombale, nella lirica Il mio Epitaffio: “Si vendicò di Brodskij con mente acuta / dall’esilio, con una lettera, avendolo salvato.” (da Romanzo con la vita e altre poesie, op. cit.).

Nel 1968, Evtušenko compì una delle scelte più temerarie e travagliate della sua vita, ancora una volta senza tagliare i ponti con gli ideali del socialismo. In difesa e a sostegno della Primavera di Praga, condannò categoricamente l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia. Per il focoso Ženja, dotato di quelle qualità di buonsenso e lungimiranza che avrebbero dovuto possedere i politici, a sbagliare fu Brèžnev, non Dubček.

Nel 1971, ai funerali dell'ex-Segretario del Partito Chruščëv - sconfessato e scansato da tutti –, si presentò il solo Evtušenko. Si trattò d’una presa di posizione che non passò affatto inosservata, carica di conseguenze.

Lungi dal poterlo perseguitare e punire, il regime doveva limitarsi a subdoli controlli (non era una forma di persecuzione anche questa?), costretto com’era a tollerare questo esuberante personaggio che si permetteva, con estrema disinvoltura, d’alternare insistenti licenze poetiche antigovernative con lodi sperticate nei riguardi di Lenin e di Jurij Gagarin, della rivoluzione di Cuba e di Ernesto Che Guevara. Al PCUS faceva comodo, in un certo senso, largheggiare nei suoi confronti, per mostrare al mondo l’immagine d’un Paese disponibile e indulgente. Con il trascorrere degli anni, Ženja era divenuto l’intoccabile, involontario monumento in carne ed ossa di se stesso.

A seconda delle circostanze, il Poeta si mostrava come uno sfacciato istrione, un indomabile burlone. Riusciva a convertire il suo odio/amore per la situazione politica, sociale e culturale in Russia in arguzia, in sfrontatezza. Nella silloge Nel paese di Come Se, così spiegò la sua fortunosa capacità di salvarsi di fronte alle persecuzioni staliniane: “Come sopravissi negli anni staliniani? / Perché a volte uscii / dalla finestra del nono piano / Sul cornicione di casa di un attore, alquanto seduttore, / camminavo, condotto da chi non si sa / tenendo un bicchierino di vodka in mano.” Sempre nella raccolta in questione, intese dipingere la “demenza abituale” dei Comeseianti, ovvero degli abitanti dell’ex-Unione Sovietica: “Io vivo in un Paese di nome Come Se / dove, per quanto strano, / una via Kafka non c’è, / dove anche Gogol’ come se letto fosse / e come se Dostoevskij pure, / come se talvolta si amasse, / ma come se non senza volgarità.” (Nel paese di Come Se, Viennepierre, Milano, 2006). Alla modella colombiana Dora Franco, conosciuta in Sud America nel 1968, che gli chiedeva: “Com’è la tua Patria, / la Russia?”, lui prontamente rispose: “Uguale a Macondo / ma un po’ più grande…” (Dora Franco. Confessione tardiva. ES, Milano, 2012).

Nell’aprile del 1986, quando era ormai prossima la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Evtušenko fu ospite dello scrivente a Cassino (FR) per quasi un’intera giornata. In seguito, ebbi modo di rincontrarlo più volte, ad esempio a L’Aquila nel 2002, in occasione della cerimonia di conferimento del Premio “Laudomia Bonanni”, a lui assegnato. Le memorie di questo mio sodalizio con il grande Maestro sono raccolte nei due volumi "Nel Tempo, A Ženja" (Prefazione di Alfonso Cardamone, dismisuratesti, Frosinone, 1998) e in “Evgenij Evtušenko, Cantore dei mali del mondo. Riflessioni su Se tutti i danesi fossero ebrei, Opera teatrale inedita” (Centro Culturale Paideia, Cassino, 2002).

In quella domenica d’aprile del 1986, riuscii nell’improba impresa di “obbligare” il Poeta a mantenere fede ad un’antica promessa: venire a farmi visita a Cassino. Era di ritorno dagli Stati Uniti, e s’era fermato per alcuni giorni a Roma, dove aveva una serie di appuntamenti, prima di rientrare a Mosca. Negli U.S.A. aveva presentato in ben diciotto States – nel corso d’una tournée abbastanza sobria, durata tuttavia circa un mese e mezzo –, il suo film autobiografico Giardino d’infanzia. “Sono distrutto dalla fatica.” – mi aveva confidato per telefono un paio di giorni prima – “Per questo, non desidero incontrare né giornalisti né autorità”.

Feci di tutto per accontentarlo, e ci riuscii. La sua permanenza nella Città Martire fu di assoluto riposo. Nel corso d’una rapida visita al Monastero benedettino, seguita da quella, assai più meditata e sofferta, al Sacrario Militare Polacco, il Poeta, visibilmente colpito, ad un tratto ebbe una reazione indignata – quasi furente –, alla vista di gruppi di turisti che si aggiravano, pittoreschi e chiassosi, tra le lapidi dei caduti polacchi. Sempre emotivo e passionale, non riuscì a trattenersi dall’esclamare, in un intercalare frammisto di termini italiani e spagnoli: “Sono queste le miserie della guerra in tempo di pace!”. Perché questi pietosi mausolei – chiarì subito dopo, rasserenatosi – non sono altro che barbare testimonianze della furia sterminatrice dell’uomo, mostri di cui dovremmo vergognarci, non porli in bella evidenza finanche sui dépliants turistici.

Capii, allora, d’avere di fronte a me un vero genio, uno dei più grandi del nostro tempo, il cui pensiero era assolutamente innovativo e rivoluzionario, talmente complesso da sembrare, a volte, disorganico e enigmatico. Ricordai quando aveva scritto, parecchi decenni prima: “Non ci sono monumenti a Babij Jar. / C’è un dirupo scosceso, come rozza pietra tombale.”. In realtà, al Poeta di Zima non interessava affatto che a Babij Jar ci fossero dei comuni e volgari monumenti; lamentava l’assenza della memoria storica, d’una qualsiasi traccia nel cuore degli uomini dello sterminio degli ebrei. Il suo disprezzo nei confronti di mausolei e obelischi fu confermato qualche anno dopo la sua venuta a Cassino, quando nel 2006 (edizione italiana) uscì la poesia “Il mio monumento”: “Non amo che mi si innalzi un monumento / che in un paese del terzo mondo in qualche dove lo sistemino, / dove, battendo col pugno da grande potenza, / la miseria nascondono furtivi / (…) / Non necessito di un monumento. / Mi occorre solo / che dopo morto / il paese mi sia restituito.” .” (da Nel paese di Come Se, op. cit.). Notare, in particolare, il ripetersi del termine “miseria” – abbinato alla concezione dei sacrari, termine già adoperato a Cassino nel 1986.

Nel tardo pomeriggio, nell’accomiatarsi per fare ritorno nella Capitale, mi confidò con un tono di voce tornato assorto e pensoso il suo totale appoggio alla perestrojka (ristrutturazione) e alla glasnost’ (trasparenza) di Michail Gorbačëv: “Lui ha molti, molti, molti nemici in Russia”, rivelò preoccupato, calcando l’accento e ripetendo più volte l’aggettivo “molti”. Sottolineò di considerare le sorti del Leader del Cremlino strettamente legate alla sopravvivenza dell’URSS. Lodò gli ideali di libertà, giustizia e fratellanza del socialismo democratico di cui Gorbačëv s’era fatto paladino, facendo un accenno alla possibilità di candidarsi a deputato alle prossime elezioni politiche, nel 1989. Come è noto, verrà eletto a furor di popolo. Infine, a sorpresa, proruppe: “Oltre il socialismo libertario… oltre la giustizia… la giustizia sociale, non c’è altro. Solo il capitalismo con lo sfruttamento, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo!”. Anche qui, ripeté diverse volte le parole “giustizia” e “sfruttamento”.

Dietro lo splendente azzurro di quegli occhi che mi fissavano, vidi agitarsi milioni di esseri sofferenti che il Poeta aveva conosciuto nel mondo, nel corso delle sue peregrinazioni. Era stato compagno di Che Guevara e di Fidel Castro, di Gabo Màrquez e di Federico Fellini, ma anche di vagabondi e miserabili.

Lo strazio troppo a lungo presagito e atteso facilmente può rivoltarsi – quando giunge l’ora del redde rationem –, in acre sarcasmo, in scoperto dileggio…

Nel romanzo Non morire prima di morire (Baldini & Castoldi. Milano, 1995), che reca l’emblematico sottotitolo Fiaba russa, il Maestro di Zima ricostruisce i farseschi atti – quasi una rappresentazione teatrale – del tentativo di colpo di Stato ai danni di Gorbačëv, nell’agosto del 1991, da parte di membri neo-stalinisti del Governo. E’ un romanzo geniale, straordinario, ingiustamente sottovalutato dalla critica. Vi troviamo passaggi scoppiettanti, esilaranti come il seguente: “Al mattino la Casa Bianca era circondata dai carri armati. Alla sera la Casa Bianca era difesa da quegli stessi carri armati.”. Una situazione tragicomica nella quale l’aspetto grottesco prepondera in misura talmente esorbitante, per quanto reale, da somigliare ad una tipica fiaba. E’ questo uno dei motivi per cui, probabilmente, il terrificante spauracchio dell’U.R.S.S. – ovvero, il paventato Impero del Male –, si dissolse quasi senza colpo ferire. Un contesto strampalato e bizzarro del quale soltanto il talento di Evtušenko possedeva le giuste chiavi di lettura.

Mettendo da parte le tante gratuite illazioni che si ridimensionano da sole, occorre precisare che – dopo la caduta di Gorbačëv –, sono rimasti in sospeso e come occultati diversi interrogativi cruciali, che gli storici avrebbero dovuto affrontare immediatamente. Su tutte, una questione può aiutarci a comprendere meglio la posizione e la poetica di Evtušenko. Questi, formatosi negli anni di Chruščëv, intravide in Gorbačëv la possibilità – concreta, ma ardua – di realizzare il sogno mai abbandonato della sua giovinezza, quello d’un socialismo dal volto umano. Gorbačëv rappresentò, dunque, l’estrema tappa – quella conclusiva e finale – del lungo percorso intellettuale di Ženja: un itinerario onestamente lineare e coerente, conclusosi come era iniziato, senza un nulla di fatto sul piano dei risultati ma incredibilmente ricco di insegnamenti esistenziali e poetici.

E’ risaputo che Gorbačëv intendeva riprendere – insistendo ancor più sul tema della libertà e fatte salve le difformità dovute agli accidenti dei tempi –, il discorso sventuratamente interrotto con Chruščëv. Come quest’ultimo, Gorbačëv stava riscuotendo l’incondizionata fiducia del popolo e soprattutto delle nuove generazioni, attirandosi però la fatale disapprovazione del Politburo, fino a rimanere completamente isolato.

Se ciò risponde al vero, ossia se all’interno della società sovietica esistevano da decenni indifferibili istanze di rinnovamento, perché mai il popolo, ad un certo punto, voltò le spalle a Gorbačëv? Insomma, come mai a Gorbačëv – a quarant’anni di distanza – toccò la medesima sorte di Chruščëv?

Innanzitutto, gli eredi di Stalin erano rimasti tutti al loro posto, come aveva presagito, un dì, lo sbarazzino ma geniale Evtušenko. Il popolo russo, dal canto suo, era talmente stanco e disilluso che, di fronte alle prime difficoltà, non fu affatto propenso ad imbarcarsi in avventure di cui nessuno immaginava gli esiti. Si potrebbe quasi affermare che l’inarrestabile declino dell’URSS era iniziato con il fallimento del primo progetto di riforme, quello di Chruščëv. Ormai, si aprivano nuovi scenari: l’avvento di Eltsin avrebbe consentito di cambiare completamente registro. Troppo allettante era il miraggio d’uno stile di vita all’americana: un eden in attesa lì, dietro l’angolo.

Per il cittadino del mondo Evtušenko, fedele a Gorbačëv e come questi considerato – per ignoranza o in mala fede – responsabile della fine dell’URSS, mentre la responsabilità storica di ciò ricade, indiscutibilmente, sul nuovo arrivato Eltsin, vivere in Russia o in capo al mondo non faceva più molta differenza. Difatti, all’acclamato Eltsin succederà l’ex-capo del KGB Putin, il potentissimo nuovo zar del Cremlino, circondato da schiere di portaborse, ex-brežneviani, improvvisatisi manager e imprenditori.

Ženja si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti, a Tulsa, città dell’Oklahoma, dove gli era stata offerta una prestigiosa cattedra di Letteratura russa e cinematografia all'Università.

Il Poeta raccontò in un’intervista (Brandy McDonnell, in The Oklahoman, February 8, 2004) che, recatosi a Tulsa per i primi contatti in merito alla docenza universitaria, stava gironzolando in un centro commerciale, quando udì il motivo de Il Tema di Lara di Maurice Jarre, dal film Il Dottor Živago. Era mezzogiorno in punto. “Sto delirando”, pensò Ženja. Apprese in seguito che ogni giorno alla stessa ora, in quel centro commerciale, veniva trasmessa quella colonna sonora. Per il romantico e fatalista Ženja, fu un segno del destino.

Una volta indossato l’habitus del docente – sempre sui generis, non certo da cattedratico –, decise di dare vita ad un antico progetto, finora mai realizzato da altri. Vi si è dedicato per anni, anima e corpo: volle curare una completa e ben articolata antologia della Poesia russa, dalle Origini ad oggi. Nel novembre 2013, da Tulsa mi giunse il seguente messaggio:

“Caro Francesco, attraverso tanti anni, dolori, joie, tu accompagni me con tua tenerezza per mi poesia, per me stesso assieme con mia sorella spirituale Evelina Pascucci. Ultima scelta dei miei poemi su rivista POESIA era tanto bella. Mille grazie a voi, il vostro Zhenya. Sono usciti due primi volumi della mia antologia "Dieci secoli di Poesia russa". Io ricevuto il Premio del libro migliore dell’anno 2013. Sono felice. Saludos de Masha.”

A dispetto dell’età avanzata e della malferma salute, Evtušenko ha proseguito fino ai suoi ultimi giorni ad infiammare gli animi degli amanti della poesia, partecipando a meeting e concerti in tutto il mondo. Memorabile il recital tenuto a Barcellona nel maggio 2016, insieme con il poeta spagnolo Joan Margarit dinanzi ad un pubblico vastissimo, letteralmente in visibilio.

Nel Poeta di Zima, la cui vena inesauribile e infuocata può essere paragonata – per certi aspetti – a quella di Pier Paolo Pasolini, coesistono intimamente, fino a fondersi alla perfezione, due anime. Da un lato, il sentimento di pietà per le miserie umane, dall’altro l’irrefrenabile bisogno di denunciarne le perversioni con un impeto bruciante, accompagnato da un’ironia caustica o canzonatoria. Passione e provocazione, dunque, dal cui incessante confronto-scontro nascono istintivi moti di ribellione contro ogni sorta di sopraffazione, da intendere in alcune opere – specie nelle più recenti – come un beffardo senso di sublimazione del mistero dell’esistenza. Un atteggiamento complesso, frutto d’una superiore intelligenza e d’un fervido spirito etico e critico, che vanno a cozzare – a ben vedere – contro il bieco nichilismo oggi imperante, quel catastrofismo che devasta buona parte della cultura e della letteratura nella società contemporanea, sia in Occidente che nei Paesi ex-socialisti.

Alcuni critici hanno definito, in maniera ingenerosa e superficiale, "scontati e retorici" molti versi del Poeta siberiano. Non è così. Evtušenko per primo ironizzò su osservazioni del genere, innescando nel contempo un meccanismo di fenomenale autoironia. Nella citata lirica Il mio Epitaffio, così dipinse se stesso e la sua poesia: “Dicitore, donnaiolo, fanfarone. / Non se ne salva una riga: falsità, ipocrisia, inganno.” (da Romanzo con la vita e altre poesie, op. cit.). E' una poesia da studiare con estrema attenzione. Innanzitutto, un raro pregio del Poeta del disgelo è la sua estrema linearità e nettezza. E’ una poesia limpida, solare. Sul piano stilistico, sono versi ben comprensibili a tutti, ossia non astrusi o contorti come – viceversa – accade di riscontrare in tanti autori che oggi vanno per maggiore: più sono indecifrabili, più vengono innalzati a “grandi poeti”. A livello concettuale, nonostante la complessità e la corposità di molte enunciazioni, Evtušenko riesce sempre ad esprimere con trasparenza contenuti positivi, capaci di sprigionare un’intima originalità e validità, con un linguaggio brillante e asciutto.

Sin da ragazzo, durante la guerra – quando fu abbandonato dapprima dal padre – un geologo partito per una spedizione in Kazakistan –, e poi anche dalla madre – cantante lirica al seguito delle truppe sovietiche sul fronte –, Ženja aveva imparato, amaramente, a considerare la vita come un’incognita, una sfida, una scommessa. Per lui, neppure la morte meritava d’essere presa troppo sul serio.

A volte con inflessioni sommesse, in altri casi sprezzantemente, cantò: “Non sono uomini che muoiono, ma mondi. (…) / Gli uomini se ne vanno… e non tornano più. / Non risorgono i loro mondi segreti.” (Poesie, Newton Compton, Roma, 1972). “Essere nato è un colpo di fortuna. / (…) Una vita seconda non verrà, / e poteva non esserci la prima.” (Le betulle nane, Mondadori, Milano,1974). “Non mi hanno ancora ucciso e c’è un motivo: / non sono abbastanza saggio per questo onore.” (Fukù!, op. cit.). Infine: “Morirò non per odio, / ma per amore insostenibile dal cuore.” (Arrivederci, bandiera rossa, op. cit.).

Cervaro, 04–23 aprile 2017

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