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Sfogliando le "pagine degli anni", Angela Ambrosini ne avverte tutto lo sfacelo, l'"eterno | divenire finito e limitato". E' uno scompiglio di sentimenti e d'intenti dal quale rimane come magnetizzata, ipnotizzata. Instaura, pertanto, un dialogo diretto con le persone care lontane o scomparse, la cui intima ardente presenza sembra riflettersi nelle infinite manifestazioni della natura. L'autrice ne capta palpabilmente gli amorevoli segnali nei "preludi d'ombra" nella "polvere di cielo", "fra brandelli di suoni | trapunti d'eterno".

Alla figura del Padre, al quale il libro è dedicato, è ispirata la poesia "Esule", nella quale l'anziano genitore, esule dalmata, è raffigurato come un "gabbiano smarrito | che fra nebbie implori | fragori di rotte". Ritorna qui l'archetipo del "gabbiano di fiume" della lirica d'apertura, in cui appariva subito chiara la volontà di interrogare le ombre "tra fitti nembi", onde individuare una qualsiasi traccia che potesse affratellare il planare istintivamente "indolente e assopito" dell'uccello al "volo vorace", infelice e affranto, dell'autrice.

Gli stessi toni sconsolati ritroviamo nella poesia "A mia madre", una lirica affascinante, dominata da un'immagine analoga, molto incisiva: dal cuore lacerato dell'autrice un "acre rimpianto come stormo | (...) migra per quel Dio" che della madre "ha fatto preda". Nel ricordo, i lineamenti del dolce volto materno vacillano, sostituiti da un "urlo di vento, | da riva a riva, da cielo a cielo". Il sottile ma incessante alitare dei venti costituisce un tema ricorrente, e sta ad indicare l'incombere costante di una spiritualità mai smarrita del tutto, neppure nei momenti di maggiore sconforto. E' quasi il voler ribadire quel misto d'ansia contemplativa e di tensione verso i misteri ultraterreni che oltrepassa la semplice sostanza umana: "Come corre il dolore | fra i boschi graffiati dal vento"; "Non tornerà mai lo scirocco ancora | a dilavare crinali e cieli"; "solo voce di vento | a slabbrati orizzonti".

L'intenso rapporto – palesemente cercato, inseguito – con "le note dell'universo" (quello sensibile e fenomenico) si presenta in effetti conflittuale, nel senso che non basta a placare il dolore. E' un persistente stato di malessere che spinge, ad un certo punto, I'autrice ad invocare il mistero della Croce, chiedendo un responso che possa in qualche modo "spiegare | le vele nel mare aperto | del tempo senza tempo". Anche qui, si ripropongono immagini legate al fugace svanire di qualsivoglia illusione, inscindibilmente legata al trascorrere degli anni, come quando ricorda: "sfrangiano dalla larva | del tempo i nostri sorrisi | dell'età breve"; "a ciascuno è dato nel tempo | penoso un segno ritrovare | benigno"; "questa vasta gora di tempo rappreso". Bellissimi, infine, i versi: "Sono falco che dilania, | tempo che scandisce (...)."

Contraddistinta da una citazione di Francisco de Quevedo (Lo fugitivo permanece y dura), questa sezione d'apertura si chiude con la poesia "Verso Santiago de Compostela", che introduce a quella che potremmo indicare come la seconda parte del volume, denominata "Con otras palabras...", ovvero "Con altre parole". Già la poesia di chiusura della sezione precedente rendeva perfettamente esplicite le motivazioni ideali alle quali ora si affida e sulle quali, nello stesso tempo, si concentra Angela Ambrosini: "il cammino | (...) pervaso d'ignoto rimpianto | (...) a Lui ti conduce o pellegrino, | a Lui che da sempre forgia il destino | di moltitudini placando il pianto". L'anelito religioso si fa sempre più vivo e pressante: la sofferenza ha talmente spossato l'autrice, smarrita, da spingerla verso un'ultima stazione, imperiosa e disperata insieme: cercare di "preservare l'animo tuo inerme | dall'empio oltraggio di chi incauto crede | a vaghe lusinghe di gioie alterne."

Prima di giungere alla parte conclusiva, però, troviamo una serie di "Haiku" che fanno da trait d'union fra le varie sezioni. A dire il vero, capire le ragioni che hanno indotto l'autrice a collocare gli haiku in questo punto preciso della raccolta può aiutarci a chiarire, in qualche modo, la loro funzione e il loro significato. Direi che il ricorso al genere degli haiku, che si caratterizza per la gnomica brevità dei testi, diviene essenziale per Angela Ambrosini. E' la "chiave" che le consente di "riprendere fiato", di circoscrivere gli affanni e le pene subite per farsene necessariamente una ragione. Gli argomenti trattati negli haiku – la cui sostanza è quasi sapienziale – confermano, in effetti, questa interpretazione. Il tema rimane quello ricorrente della natura e delle stagioni, epperò vissuto con disincanto, con meditato distacco, quasi con la francescana comprensione di chi è rassegnato al dolore e si prepara ad "accoglierlo": se non proprio a combatterlo, almeno a mitigarlo.

Le "otras palabras" ci parlano della "lapidata terra" di Castiglia che simboleggia e, insieme, concretizza questo "viaggio ai sogni e chiara voce al cammino" della poetessa. Le due liriche – in testo bilingue italiano-spagnolo – di cui si compone la Sezione, sono ispirate a memorie e aspetti della storia e della cultura castigliana. E' un "nugolo di ricordi", uno "scrigno di parole" in cui Angela Ambrosini si identifica totalmente. Occhi e cuore trasfigurano "cieli e lande" di Madrid, identificandone l'essenza nell'intimo patire dell'autrice. Perché "i morti non hanno nome sorriso", e persino la lingua è "la stessa con cui è marchiato questo foglio, | la stessa che ha marchiato il mio sentire."

I ritmi sono studiatamente ossessivi nella loro tenuità disarmante, come appare evidente dall'insistenza su sostantivi e aggettivi ripetuti più volte, vedi le espressioni: "in rivoli d'abissi", "gravidi d'abissi", "odorose melme" "melma azzurra del dolore".

E' proprio l'aspetto filologico-linguistico a rendere affascinante questa poesia, nonostante i toni spesso afflitti e cupi, contrassegnati da "grande suggestione emotiva" e da "notevole rigore formale", come recita la Motivazione della Giuria che ha assegnato a questa silloge il Premio "Scriveredonna 2007".

Recensione
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