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Horror vacui

romanzo di formazione

Quando si affronta la lettura d’un testo letterario di cui si avverte – anche se con le dovute cautele – un certo “valore” (con quella capacità d’intuito propria del critico più o meno capace ed esperto), viene spontaneo chiedersi innanzitutto quali siano le motivazioni alla base dell’opera, in sostanza perché sia stata scritta, perché sia nata, cercando di verificare di conseguenza, tra le ulteriori opzioni e possibilità di analisi, se, e in che modo, sia possibile riscontrare rimandi, o collegamenti, con la tradizione letteraria (a livello nazionale o locale) o con opere recenti di altri autori.

Ci troviamo qui in presenza di un “romanzo di formazione” nel quale ritorna, sotto forme diverse, il tema classico del “viaggio” ricorrente in testi fondamentali della letteratura mondiale e che tanta fortuna e tanta accoglienza ha avuto anche in tempi recenti, sia da parte degli scrittori che dei lettori, particolarmente quelli di scuola anglo-americana. Pensiamo a quanti hanno vissuto e incarnato, o comunque hanno saputo farsi interpreti, della temperie sociale, culturale e anche politica passata alla storia come la cosiddetta “contestazione giovanile”, a partire dagli Anni Cinquanta-Sessanta del Novecento. E’ utile ricordare che Jack Kerouac, che aveva coniato il termine beat, definì la sua generazione “un gruppo di bambini all'angolo della strada che parlano della fine del mondo”.

Mimmo (diminutivo di Michele), il protagonista del romanzo di Michele Clemente, non per nulla sviluppa la narrazione – probabilmente in tutto, o in parte, autobiografica – in prima persona, e sin dalle prime battute rievoca come, “quando era piccolo”, gli piacesse “fantasticare”. E aggiunge: “La mia infanzia potrebbe essere riassunta e riposta in quel dolce e fragile limbo che è la sicurezza, di cui abbiamo bisogno come l’ossigeno”.

Come si vede, abbiamo già individuato i primi, fondamentali caratteri della storia: il tema dell’infanzia, il bisogno di sicurezza e il desiderio di viaggiare, andare, uscire dai ristretti confini dell’ambiente di cui si è parte. Sarebbe utile approfondire se aspetti siffatti possano essere ricollegati al filone, ormai classico, della contestazione giovanile. In questa sede ci limiteremo a qualche rapida considerazione.

I “viaggi” compiuti dai protagonisti della beat generation erano per lo più “mentali”, psichedelici, e quando si tramutavano in realtà, nella loro spesso capricciosa leggerezza controcorrente, divenivano avventurosi, provocatori, audaci. Quasi mai erano imprese “solitarie”: quei giovani si muovevano in gruppo (magari alla ricerca di altri amici) e verso una meta definita. Per gli scrittori di quelle generazioni andate, la scelta della destinazione – spesso incomprensibile e stramba, epperò enunciata sin dall’inizio –, stava a simboleggiare, insieme con la rabbia e la protesta, l’esistenza di un qualche ideale (semmai ugualmente bizzarro o balordo, enfaticamente mitizzato), con la susseguente ricerca di un tipo d’approdo (forse soltanto immaginario o presunto), tenacemente agognato.

Oggi, con il crollo dei cosiddetti ideali, l’itinerario verso il quale eventualmente incamminarsi è diventato vago, generico, indefinito… Ci si sposta da soli, muovendo verso l’ignoto “passi pesanti come piombo” – scrive Michele Clemente –, sicché anche la ricerca d’una meta si presenta beffardamente imprecisata, solo abbozzata nella sua genericità, come nel romanzo che stiamo prendendo in esame e che appare metaforicamente contrassegnata come l’oceano.

Non si tratta, tuttavia, d’un viaggio “d’occasione”: il ricordo del mare riporta il protagonista alle immagini della sua fanciullezza, accompagnate dallo “stupendo chiasso provocato dalle onde che si infrangevano contro gli scogli, quasi a voler lasciare un segno”. Con estrema sincerità, il protagonista del romanzo confessa tutte le sue nostalgie, i suoi rimpianti di ex-bambino a volte coccolato o viziato, anche se “incompreso” nelle sue aspirazioni più intime, come quando afferma: “Quanto è bello essere bambini: aveva ragione Peter Pan a non voler crescere.”

Permane un profondo bisogno di sicurezza e d’affetto, manifestato con l’accortezza di confidenze minime, di piccoli improvvisi assaggi – in maniera velata e non troppo evidente –, senza calcare la mano sul tipo d’educazione ricevuta, anche se poi capita che il protagonista rievochi con toni risentiti il carattere freddo, anzi scostante del padre, un “medico rispettato” il quale sognava (anch’egli!) che il figlio seguisse professionalmente le sue orme, mentre della madre si limita a descrivere il temperamento remissivo, incapace di incidere sull’organizzazione familiare imposta dal coniuge.

Ma qui sarebbe il caso di precisare – se mi è consentito – che non esiste la famiglia “perfetta”: in ogni nucleo familiare si creano sempre, prima o poi, attriti, incomprensioni, incomunicabilità, rancori... Pensiamo a come era strutturata la famiglia italiana d’una volta, quando regnavano – ben celati tra le mura domestiche – ignoranza, miseria, disoccupazione, addirittura maltrattamenti e violenza.

L’insoddisfazione e il disagio, i perenni e insopprimibili “conflitti generazionali” al tempo della contestazione giovanile – sino agli ultimi decenni del XX secolo – tendevano ad assumere connotazioni sociali e politiche: se in una famiglia si creavano situazioni di lacerazione e di rottura, la colpa era della “mentalità borghese”, per cui la protesta veniva accompagnata da aneliti fieri e ribelli, da una improcrastinabile sete di solidarietà, giustizia, uguaglianza e maggiore agiatezza economica.

Oggi quelle istanze collettive si presentano come un più dimesso e individualistico volersi leccare le ferite in silenzio, visti i limiti personali ed i condizionamenti sociali (passati, presenti e futuri). Conseguentemente, il discorso – esplicito o latente – verte su questioni esistenziali; si preferisce semmai focalizzare l’attenzione sul significato emblematico di singoli eventi, o di frammenti di vita del tutto accidentali. Solo alcuni tra gli animi più sensibili si chiedono se sia ragionevole continuare ad inseguire quel sogno di felicità e di successo, ed inoltre se l’amore e i rapporti con l’altro sesso possano giustificare o colmare – e in che misura – quel primario bisogno di sentirsi realizzati, apprezzati e compresi, un’esigenza carente sia in famiglia che nel proprio ambiente quotidiano, ed altro ancora.

Gli stessi ricordi rientrano nell’ambito di questa concezione, la memoria è essenzialmente individuale, soggettiva, privata, come quando Mimmo, il protagonista, afferma: “L’unico bagaglio che mi accompagnerà ovunque, sarà, purtroppo o per fortuna, quello della memoria.”

Ciò anche se non mancano spunti di più ampia rilevanza sociale, ad esempio quando l’amico Philippe, un algerino conosciuto a Parigi, viene selvaggiamente pestato da una squadraccia di nazisti, oppure quando Mimmo si lascia andare a riflessioni sul distorto mondo dello spettacolo e della cultura, o, infine, quando esalta il valore ideale ed etico-educativo della Poesia. Ma sono considerazioni che rimangono sullo sfondo, piuttosto marginali, come se il giovane ne fosse sì cosciente, ma rassegnato a subire passivamente l’ineluttabilità dell’andazzo generale.

Va detto, infatti, che Mimmo coltiva segretamente la passione per la letteratura, e sogna di poter diventare, un giorno, un apprezzato scrittore. Tra l’altro, ha inviato in lettura il suo primo romanzo ad una nota casa editrice, ed è in attesa d’una risposta.

Verso la fine del romanzo, gli giungerà la risposta negativa dell’editore, ed allora Mimmo ripiomberà nuovamente in una sorta di prostrazione che conferma la sua fragilità emotiva. Quella stessa fragilità – abbiamo accennato sopra – così tipica dei ragazzi d’oggi.

E’ questa una delle problematiche irrisolte – se vogliamo, di natura “etico-culturale” e “politica” – del degradato sistema in cui viviamo, perché nessuno insegna ai nostri ragazzi che l’essere “scrittori”, “poeti” o “artisti” (come qualsiasi professionista affermato) non si esaurisce attraverso le pubblicazioni immediate e le mostre, né con i guadagni economici, non consiste insomma nell’ottenere “tutto e subito”. Anzi, è esattamente il contrario. Nella perversa organizzazione mediatica che domina incontrastata – tutta basata sull’”immagine” –, risulta del tutto inesistente una dosata azione di controinformazione, tanto che neanche la scuola e l’università fanno granché per educare i nostri ragazzi alla conoscenza dei valori più autentici di umiltà, onestà, impegno, pazienza, perseveranza e correttezza.

La formula latina horror vacui, racchiusa nel titolo del romanzo, sintetizza con toni programmatici tutte queste ansie, turbamenti, insofferenze (e, perché no, ingiustizie) a cui le nuove generazioni – e quindi lo stesso protagonista del romanzo – sembrano sottostare senza mai protestare con prese di posizione limpide ed esplicite, e riflette in maniera speculare uno status esistenziale, ovvero la condizione oggi diffusa tra i giovani, d’una viscerale insoddisfazione che rimane tuttavia annidata all’interno delle coscienze e quindi come nascosta e occlusa, senza trovare termini di raffronto a livello sociale e collettivo, di conseguenza priva di sbocchi, di sfoghi, di vie d’uscita.

Naturalmente, il tema dell’infanzia – da cui paiono sgorgare le esigenze primarie e le esperienze più o meno dolci o dolorose del giovane Mimmo – non si presenta da solo, perché nell’esistenza dell’uomo la fanciullezza è legata alla fase successiva dell’adolescenza, ed a questa seguono aspettative più impellenti e vitali, quelle della cosiddetta maturità.

L’incombere imperioso delle incognite legate alla crescita appare subito evidente allorché il protagonista, Mimmo, salito sul primo treno per Torino, ma senza una meta precisa (a parte il vagheggiato desiderio di vedere e contemplare l’oceano), rivela ad un occasionale compagno di viaggio – figuriamoci, un avvocato – d’avere compiuto la maggiore età.

Noi non sappiamo se la vicenda narrata corrisponde – in tutto o in parte – ad episodi autobiografici capitati all’autore, che ad oggi non ha ancora raggiunto la maturità anagrafica. Ci sentiamo tuttavia di dire che Michele Clemente pare proiettare tutto se stesso (e le proprie aspettative) proprio nelle pagine di questo suo primo romanzo, spingendosi addirittura oltre, verso una prospettiva futura, per cui finisce per identificarsi totalmente nelle situazioni narrate – tipiche delle ultime generazioni –, in questo caso cucite addosso al protagonista del romanzo, al punto da riconoscere in Mimmo una parte di sé.

Nel caso, poi, in cui Michele/Mimmo fossero la stessa persona, nel senso che è stato l’autore in prima persona a vivere le esperienze romanzate, la bugia – consistita nell’aver dichiarato il compimento dei diciott’anni – appare finalizzata non tanto e non solo alla necessità di spacciarsi per maggiorenne: l’espediente nasconderebbe un’altra esigenza, maggiore e più profonda, quella di “saltare”, di “scavalcare”, un periodo esistenziale grigio e carico di turbamenti, per andare incontro alla stagione successiva, quella della maturità che egli continua a sognare più fortunata e felice, a condizione – egli crede – di riuscire a rompere con il passato, con la squallida routine quotidiana e familiare, sì da affrontare, finalmente a viso aperto, l’oceano delll’ignoto.

Al fondo di problematiche così complesse, rese esplicite nel libro con straordinaria nettezza e – direi – con sorprendente sapienza narrativa, è impossibile non registrare nella figura del protagonista una evidente componente di “confusione mentale”, che egli stesso, del resto, confessa apertamente: “Penso una cosa e ne faccio un’altra, anzi faccio le cose senza pensare”, ammette.

Anche un aspetto siffatto andrebbe ricondotto all’istintiva propensione ad attribuire la massima importanza, in modo contorto, ai sogni, alle illusioni, tanto che, già in apertura del romanzo, Mimmo esordisce: “Era come se stessi cercando di evadere da quello che speravo fosse solo un bel sogno”. Epperò, nel contempo, egli manifesta il desiderio di non volersi “arrendere alla verità” (il che dovrebbe rappresentare, a rigore di logica, il corrispettivo di un legittimo e veritiero confronto con la realtà effettiva, sia pure relativa e parziale).

Più avanti, Mimmo/Michele spiega d’aver “bisogno di una svolta”:

“Sono stato abituato a vederlo (“il mondo”, N.d.R.) come dietro una teca di vetro, come quando si va allo zoo e si guardano gli animali che si trascinano inconsapevolmente verso un’esistenza piatta.”

Sono gli atteggiamenti tipici, “omologati”, delle ultime generazioni, un po’ ingenue, un po’ deluse, un po’ sospettose, un po’ incattivite, sostanzialmente tradite dal mondo degli adulti, i quali si sono dimostrati incapaci di trasmettere ai propri figli sia ideali in cui credere per l’avvenire (ovvero, a lungo termine), sia certezze e traguardi più concreti e immediati.

Nel romanzo ritroviamo costantemente questa miscela d’ingenuità e d’entusiasmo, che ci riconduce direttamente all’universo giovanile, tanto delicato e fragile quanto orgoglioso e, a suo modo, ostinato. Autobiografico o no, il romanzo è dunque importante, perché descrive realisticamente, interpretandole fedelmente con uno sconcertante rigore paradigmatico, molti dei timori e delle incertezze dei giovani d’oggi.

Va rilevato che la narrazione assume, a tratti, anche un andamento surreale e quasi fiabesco, ad esempio quando – sin dalle prime pagine – Mimmo, giunto a Torino e, dopo varie esitazioni, spinto a proseguire per Parigi, incontra sul treno Manuela, una ragazza anch’ella diretta nella Capitale francese, dove lavora come cuoca in un ristorante, la quale diventerà in seguito la compagna della sua vita. Una vicenda assolutamente singolare e a tutti gli effetti “romanzesca”, ricca di fatalità e coincidenze, che qualcuno potrebbe ritenere poco credibile. A bilanciare questo effetto, troviamo una simpatica carica di autoironia di cui l’io narrante (autore/narratore) pare particolarmente dotato, capace di mettere in bocca al protagonista espressioni vivaci e pregne di significato, come quando bolla come una “delirante gita” lo sconcertante viaggio in cui s’è imbarcato.

Possiamo aggiungere che è grazie a questa altalenante ma ininterrotta, anche se comprensibilmente confusa, capacità di “autoanalisi”, che Mimmo riesce a far fronte, in un modo o nell’altro, alle tante avversità con cui gli tocca doversi confrontare.

A Parigi egli comincia a lavorare come cameriere, grazie all’intercessione di Manuela, nello stesso ristorante dove lavora la ragazza. Tra i due nasce una tenera storia d’amore, dai toni dolci e romantici.

Il giovane, partito da Roma con l’idea di stare fuori appena qualche settimana – soltanto per “vedere l’oceano” –, si ferma invece a Parigi più di un anno. Dopo qualche mese vanno a trovarlo, trafelati, i suoi genitori, che gli impongono di rientrare in Italia entro la fine dell’estate. Il padre rinfaccia ancora una volta al figlio i suoi “fallimenti”, le delusioni che continua ad arrecargli, a cominciare dal rifiuto di iscriversi all’università alla facoltà di Medicina. Mimmo, che non ha mai avuto un feeling con il padre, gli risponde risentito e rompe definitivamente con la famiglia.

Trascorrono diversi mesi, e la lettera di rifiuto da parte della casa editrice fa sì che Mimmo, sconfortato e deluso, decida – confidando a Manuela le sue intenzioni – di realizzare l’antico sogno di “vedere l’oceano”. Ha bisogno di stare qualche giorno da solo – le dice – ma tornerà presto. Alla stazione, però, mentre sta per salire sul treno che lo porterà a Mont Saint-Michel, arriva una telefonata della madre: suo padre è morto quella mattina in un incidente stradale. Mimmo deve rinunciare ancora una volta alla sua sfida, alla sua temeraria visione. Dopo aver avvisato Manuela dell’accaduto, parte immediatamente per Roma. Ma giunto a destinazione, non si recherà subito a casa dei genitori, tornerà invece sul litorale romano, proprio là dove era iniziato il romanzo e dove aveva preso la decisione di partire per incontrare l’oceano.

La contemplazione assorta e prolungata delle onde a lui quasi familiari, la muta fissità con cui rivive, a ritroso, gli avvenimenti di quel lungo anno e mezzo trascorso lontano da casa, fanno sì che Mimmo vinca finalmente “la paura del vuoto”.

Osservando il mare, infatti, medita: “Quel mare respirava, si muoveva. Era vivo. (...) Cosa aveva da invidiare all’oceano? Niente.”

In definitiva, le onde del Tirreno sono come quelle dell’Atlantico: fuori di metafora, qualsiasi evento, ovunque lo viviamo, recherà sempre la medesima impronta di gioia e di dolore, di abitudine e di mistero.

E’ chiaro allora che la vittoria, la presa di coscienza finale deriva, paradossalmente, più che dalle esperienze vissute, più che dall’amore ricambiato di Manuela, più che dalla notizia della scomparsa del padre, più che dal sapersi, a sua volta, futuro padre, proprio dalla consapevolezza di sentirsi – e di ritrovarsi – “al punto di partenza”, pronto per “ricominciare”.

E’ un dato di fatto di fronte al quale qualsiasi esperienza diviene anch’essa routine, anzi Mimmo sembra accogliere ormai ogni novità con il suo solito mix di gioia, di indifferenza, di sopportazione e di ironia. Ad esempio, così commenta la notizia – appresa successivamente – che Manuela è incinta: “Sì, lo so che a quell’età avere un figlio spesso è come andare in galera (...)”.

Epperò, il vissuto gli ha fatto capire che non esistono vie di fuga, non esiste l’ignoto da inseguire e da affrontare, perché esso è dentro di noi, qualunque sia il destino che ci aspetta. Dobbiamo imparare a sconfiggere le nostre stesse paure, che si nascondono nel profondo dell’inconscio sotto forma di inganni, di illusioni...

Michele Clemente dà prova d’una discreta sapienza descrittiva ed espressiva, è capace di costruire buoni dialoghi, mai banali, evitando inutili accumuli di particolari secondari, ad esempio scegliendo con cura il momento più adatto in cui inserire citazioni ed annotazioni relative alle singole circostanze della vicenda. Tanto per fare un esempio, sa valutare accortamente se, e quando, è il caso di menzionare i periodi dell’anno in cui ambientare l’azione (maggio, agosto, oppure la stagione autunnale, ecc.).

Abbiamo parlato dei “sogni” che sembrano guidare costantemente, fino alla rivelazione finale, l’avventurosa vicenda del protagonista, il quale punge frequentamente se stesso – e la propria generazione fallita – con grande acutezza, mista a cruda e autolesionistica voglia di ferirsi, pur di “capire” e di “giustificare”, in qualche modo, il proprio operare: “A vent’anni ci si sente più forti, più deboli, più belli, più brutti, più maturi, più coglioni”.

Ad un certo punto, in uno dei passaggi più delicati e cruciali del libro, Mimmo dichiara:

“Le illusioni però sono anche sogni, sta a noi trasformarle in belle realtà o brutti incubi.”

E’ un’affermazione significativa per i suoi contenuti, e rispecchia, di fatto, l’attuale diffuso modo di vedere la vita. Si tratta di contenuti – diciamo la verità –, alquanto confusi e negativi, che Michele Clemente ha il merito d’aver ampiamente digerito e metabolizzato, suo malgrado, per stigmatizzare – credo – una temperie, un’epoca, uno stile di vita. E’, infatti, un concetto apparentemente “brillante”, che spesso ascoltiamo – anche se con toni e parole diverse – nel corso di trasmissioni televisive molto seguite, del tipo “C’è posta per te”. In realtà, è un infelice slogan che sintetizza gli equivoci in cui si dibatte la società attuale, colpendo in primis il pubblico più indifeso e ingenuo, ossia le nuove generazioni. D’altra parte, se non facesse presa in maniera così immediata sull’immaginario collettivo, non avrebbe gli effetti negativi che ha sul modo di pensare della gente comune. E’ del tutto evidente, dunque, che, per ricostruire l’attuale società malata, bisognerà ripartire dai “fondamentali”, dall’ABC.

Il sogno e l’illusione, da soli, non bastano. Certo, anche il sogno può essere utile, perché ci aiuta a sopportare meglio il fardello dell’esistenza, ma assai più importanti e positivi sono altri principi, corrispondenti a valori di inestimabile portata oggi alquanto bistrattati e gettati alle ortiche: sono gli ideali.

Gli ideali – quelli, naturalmente, fondati su solide basi culturali, etiche e formative (perché la Cultura esiste ed ha una sua funzione precisa!) – hanno sempre consentito all’uomo di migliorare il mondo, poiché in ogni sano ideale c’è un fondamento di verità, di razionalità, di coscienza, di esperienza e di giustizia. Il sogno è, per lo più, soggettivo e aleatorio, al contrario dell’ideale che tende, anzi necessita d’essere comune, condiviso, e quindi richiede un confronto costante con la realtà concreta e con il prossimo. Sono termini erroneamente confusi ed usati come sinonimi. Sogno e illusione possono essere in qualche modo sinonimi, diverso è l’ideale.

Solo eccezionalmente il sogno può coincidere con l’ideale: “I have a dream” (Io ho un sogno). Fu questo l’incrollabile credo di Martin Luther King (estensibile ad altri, pensiamo a Gandhi). In questi casi, il Profeta del sogno – un disperato ricco di fede – è perfettamente consapevole, sin dall’inizio, che il suo ideale stenta ad essere razionalmente compreso e accettato; per questo, dovrà fare leva sulle pulsioni collettive più primordiali e nascoste affinché esso possa avverarsi, dovrà insomma coniugare ragione e istinto, appunto ideale e sogno, se necessario anteponendo il secondo al primo, anche al prezzo di sacrificare la propria vita. Accadrà allora che quel sogno/ideale verrà condiviso dai più, con totale trasporto, e, dopo qualche tempo, anche con sincera cognizione di causa, perché tutti capiranno che si trattava di qualcosa di più d’un sogno, di qualcosa per cui era giusto lottare.

Tutti i grandi uomini della Storia sono stati innanzitutto idealisti, non semplici sognatori. Garibaldi e Mazzini erano idealisti, non illusi sognatori.

I sogni, come le illusioni, sono “foglie che si suicidano gettandosi dagli alberi”, riprendendo un’originale immagine poetica di Michele. Possono tramutarsi, da un momento all’altro, in chimere, in miraggi, in allucinazioni, o, peggio ancora, in bieca esaltazione, in autodistruzione, in orrendi mostri della ragione...

Mi conforta sapere che Michele Clemente, al termine di questo suo primo, difficile viaggio dell’intelletto, ha saputo recuperare e far tesoro di alcuni insegnamenti basilari della tradizione culturale, tra i più sani e genuini, a cominciare da quelli d’un maestro indiscusso, ormai mitico, come Pablo Neruda, all’amato e compianto Massimo Troisi, di cui l’autore cita affettuosamente il film “Il Postino”.

Perché in Mimmo/Michele – come, voglio credere, in moltissimi giovani d’oggi – idealità e senso etico, impegno culturale e civile, esistono da sempre, anche se a livello latente. Il suo percorso “iniziatico” è valso soltanto a fargli ritrovare se stesso. Ne avevamo avuto sentore sin dall’inizio, attraverso una fitta serie di segnali, osservazioni, pensieri, ricchi di aspirazioni e, insieme, di certezze:

“Forse è davvero così: le stelle si fanno vedere soltanto quando sanno che qualcuno ne ha bisogno. Se capita che non ci siano, è perché si nascondono dalla cattiveria che spesso l’uomo mette in mostra più di ogni sua qualità; i cieli sono stellati se necessitiamo di una luce vera (...)”.

Ed infine:

“Il cielo ormai aveva inghiottito tutto, risparmiando soltanto un centinaio di stelle che mi fissavano. Non sembravano arrabbiate e mi guardavano con aria comprensiva, quasi a volermi dire che non avevo niente da rimproverarmi.”

Recensione
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