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La nota iniziale di Marisa Napoli analizza anzitutto la sinestesia del titolo, che può essere spiegata facendo leva su un verso di Eugenio Montale: "Ascoltare era il solo modo di vedere... " (da Xenia). Osserva M. Napoli: "Il flauto si sente, con l'occhio si vede".

Poesia, musica e pittura vengono fuse – e con-fuse – deliberatamente da Domenico Cara, il quale restituisce ai lettori ed agli appassionati cultori delle Muse il... masochistico gusto e la cristiana sofferenza di scoprirsi oggi – ad ogni passo e ad ogni battuta – sempre più ciechi e sordi. L'autore ritrae l'attuale incapacità di afferrare, e/o correggere, una qualsivoglia "parola impura": suoni, parole e immagini sembrano aver rinunciato alla loro antica funzione comunicativa, avvolti e nascosti come sono in un devastante mutismo creativo. In ogni epoca, i più geniali uomini di cultura si fecero sempre carico di indossare con dignitosa sopportazione il cilicio dell'umana impotenza, a cominciare dall'umile e mitico padre Omero, la cui "splendida cecità ha visto il teatro della protostoria nel ludo della sua fabula", fino a J.L. Borges, la cui "musica di idee e di illusioni sulle pupille non è mai gioia divagante o larva presentita".

Negli oltre duemila aforismi contenuti nella raccolta – tutti dedicati all'occhio – spicca la deliberata volontà di punzecchiare con continue e impietose frecciatine ironiche e sardoniche, per nulla "inventate e segrete" – come invece tenta di mascherare, senza troppa convinzione, lo stesso autore – la limitatezza delle potenzialità fisiche e conoscitive dei sensi. Le citazioni enciclopediche della raccolta si inseriscono in questa imperscrutabile ottica: da Paul Klee, che ricordò come "l'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state imposte", a Giorgio Morandi, il quale sentenziò che "non c'è nulla di più astratto del visibile".

L'unica possibile salvezza – residua via di fuga dalle fetide acque stagnanti d'una indecorosa capitolazione etico-culturale – consiste nel riconoscere le risibili debolezze terrene, insieme con la relatività di qualsiasi strumento conoscitivo ed educativo di cui l'arcigna madre natura volle pietosamente dotarci (qui si intravede Leopardi). Il motto socratico "so di non sapere" dovrebbe divenire la vera religione del nostro tempo, in un mondo in cui, invece, dilaga la cieca e sciatta presunzione dell'arbitrio.

Acquisterebbe in tal modo un senso il patetico "chi vivrà vedrà" escogitato da vanagloriosi e giocondi sognatori. Gli sguardi obliqui, le sviste, il non veduto, i tiri mancini, gli agguati, gli istinti ciechi, le smorfie, l'occhio introspettivo, i malocchi, le occhiaie, gli occhi pesti, i paraocchi, i peli nell'occhio, i barbagli, gli abbagli, l'invisibile trasparenza, seguiteranno certo a caricarsi di ambivalenze, di esasperazioni e controsensi atti a simboleggiare i tenebrosi "campi di instabilità" delle debolezze dell'uomo. Nello stesso tempo, però, si farebbe largo, più che una semplice "volontà di conoscenza", il bisogno di misurarsi e di confrontarsi, quasi di sfidare l'Ignoto.

Come sempre pacato ma implacabile, carico di fulminanti fantasmagorie verbali e concettuali, lo stile di Domenico Cara – misurato e paziente come "gutta cavat lapidem" – ha il potere di stimolare il lettore alla riflessione pin attenta e sottile, al recupero di significati, immagini e nozioni che la piatta "leggerezza dell'essere" camuffa e nasconde ai nostri sguardi distratti.

Recensione
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