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Ferdinando Banchini, poeta di grande talento, saggista sapiente e cultore appassionato di libri d’arte, ci offre questo raffinato volume Luoghi. Naturalmente, i “luoghi” a cui fa riferimento l’autore non sono, né potrebbero essere, territori ben individuati e codificati per sempre. La sua analisi corrisponde ad “un continuo divenire tra aspettazioni e presenze, passaggi che a volte sembrano fissarsi in una loro dimensione di luoghi o situazioni spazianti tra il visibile e l’invisibile”. Così la Presentazione dello stesso B., a cui fa seguito la circostanziata analisi critica di Domenico Cara, con il suo solito ricercato e brioso ma anche corposo e concreto, dal titolo “Nell’aprirsi di un sorridere improvviso (Luoghi, itinerari, ultimi doni)”. Cara osserva, molto acutamente, che “nei luoghi della voce la parola di Ferdinando Banchini è abituata dalla propria solitudine e quasi da una metafisica privata”. “Fiero dei suoi bisbigli prudenti”, prosegue Cara, Banchini riesce in un tipo di operazione molto originale ed efficace, ossia attribuire “forma logica alle non reticenti motivazioni espressive, cioè all’ascolto del lettore”.

Il poemetto è diviso in tre parti: Cammino, Soste, Dintorni. Il canto d’apertura corrisponde ad una dichiarazione, se non proprio di definitiva e netta Poetica (anche se il sottotiolo lo lascerebbe intendere), sicuramente d’intenti: “Ho cercato, indagato, perseguito | sotto il saldo visibile il rischioso | irrisolto invisibile, ma vero; | e i mobili contorni della vita, | il suo alternare fra la terra e il cielo, | fra due spinte contrarie laceranti: | incoerenza di voler blandire | il mio male che, incauto, irrito e scavo.” L’ispirazione che ne consegue mantiene questa posizione attenta e pensosa, epperò convinta e ostinata, poiché, se mai dovesse venir meno la salda, per quanto informe e malcerta, accettazione delle ragioni della poesia – accompagnata da sincera, muta fedeltà –, tutto ciò segnerebbe la bieca affermazione del “buio | carcere dell’informe”.

Sono altalenanti visioni ricche di gravide aggettivazioni – a tratti confuse e inerti, quindi audaci e luminose, che comportano momenti dialettici altamente concettuali –, in cui la riflessone tende a crescere e maturare, nel medesimo istante in cui sembra stazionare e bloccarsi come impotente: sono le Soste della seconda parte del volume. Banchini non smarrisce mai il suo trasporto ideale, il suo volersi stupire dinanzi al “miracolo” d’una pur “breve segreta armonia” del mondo. Il Poeta sa cogliere, anzi, quegli attimi che sfuggono a quanti portano “al polso l’orologio” credendo di “inseguire il tempo che c’insegue”, e sorride con ironia lieve e gentile. Tanto sornione quanto severo, il Poeta supera tuttavia le fasi descrittive dell’assurdità degli eventi per soffermarsi sulla ricerca del “tempo di mezzo”, quello che indugia tra “la Morte e la Vita”. Vi sono versi che richiamano la lezione montaliana anche se in maniera molto personale, come i seguenti: “Bisognerà ritrovare l’impronta | lasciata chi sa dove, chi sa quando, | e con che cosa: lo sbaffo smangiato | d’un mozzicone di lapis, o il graffio | incerto d’una punta arrugginita.” Ma l’esigenza è quella di spingersi oltre: “Ho poco tempo ormai. Ho poco tempo.”

Né bisogna credere alla voce del Poeta quando afferma: “Smarrita è la parola. La chiamo: tace.” E’ pur vero che ci trasciniamo, purtroppo, “nel tempo che paziente disfà la vita”. Ma in prossimità di qualsiasi territorio o luogo dell’anima – più o meno inesplorato –, esistono (e insistono) sempre dei Dintorni. Fra “i cieli e le zolle, (...) | i gesti, gli sguardi | è tutto un sorriso, | (...) un dono gentile”. La bellezza della poesia significa calore, gioia, armonia... Mantello o lume che sia, è un mistero destinato a durare e a sopravvivere alle persone: “Illumina... protegge... Ma è l’amore!”

Ci sarebbe da chiedersi, infine, perché mai questo fioco e/o tenace “inno alla vita” – tutto pregno di umori, nettari, zolle, sabbia – trovi la sua simbolica rappresentazione, nella copertina del volume, in un dipinto di Marisa Pezzoli che ritrae uno stilizzato “libro d’arte”. Direi che la “sintesi” ideale a cui con tutte le sue forze aspira il visionario Ferdinando Banchini, corrisponda, in effetti, al foscoliano “turgido svelarsi | del verso ineludibile”. E’ il trionfo eterno della Poesia – testimone pietosa e benigna –, non solo sulle scelleratezze del mondo ma sulla stessa meschina limitatezza della materia, che il Poeta pure celebra con “pienezza di cuore”.

Il libro è arricchito da una serie di riproduzioni a colori di splendide opere d’Arte che, in verità, sarebbe stato opportuno alternare ai testi, anziché porle tutte di seguito in appendice. Si tratta dei maestri Alfredo Cifani (Fermo, 1939), Salvatore Fratantonio (Modica, 1938), Carmelo Micalizzi (Catania, 1928), Marisa Pezzoli (Brescia).

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