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Con pulita e misurata discrezione, Giovanni Di Lena ritrae poeticamente alcune situazioni paradigmatiche dell'attuale modus vivendi nella più desolata delle realtà del Mezzogiorno, la Lucania. Sarebbe più corretto, per la verità, parlare dell'"eterno presente" di questo dimenticato territorio, ove si consideri che sia Raffaele Pinto nella Prefazione che Daniele Giancane nella Postfazione confermano la condizione "sostanzialmente immobile" della società meridionale, in primis della Basilicata.

L'autore è nato nel 1958 a Pisticci (Matera), dove vive. Il suo è un "diario" di ordinarie cronache cittadine, che si colora di connotazioni sconsolate sviluppate con acutezza di pensiero e passionalità emotiva. Nella sua analisi l'autore procede lungo due direttrici, corrispondenti alle due diverse sezioni in cui la silloge è divisa: "pubblico" e "privato".

Occorre subito sottolineare che Di Lena ha l'indiscutibile merito di ricondurre alla loro effettiva, originaria significazione – quella più genuina e, direi, "primordiale" – espressioni e concetti che le logorroiche elucubrazioni di impostori e saccenti hanno mortalmente deformato.

Epperò, il discorso e molto più sottile e complesso di quanto si possa credere. E' evidente, nella silloge, una certa tendenza della visuale prospettica ad evolvere e mutarsi, per quanto entrambe le angolazioni (per l'appunto, pubblico e privato) propongano problematiche in possesso dell'identico "marchio" d'origine, ovvero inconfondibile ed unicum "codice genetico". Circostanze e contingenze si presentano equivalenti laddove tutto langue e la piaga ha avuto modo di incancrenirsi senza rimedio. Ma ciò dipende anche dal fatto che non esiste – ne mai esisterà – un confine netto tra vicende pubbliche e private, e chi vorrebbe farci credere il contrario manifestamente in mala fede.

Nella raccolta di Giovanni Di Lena i due aspetti della quaestio si intersecano in continuazione, confrontandosi dialetticamente e non di rado scontrandosi, fino a coincidere in parecchi punti riguardo, ad esempio, alla constatazione amara della tragedia d'un popolo vessato da tempi immemorabili.

Questa curiosa (in apparenza) "convergenza" d'intenti è dovuta al fatto che il Poeta pone al centro delle sue riflessioni – come è giusto che sia – l'individuo in carne ed ossa, con i suoi diritti e i suoi doveri, i suoi meriti e le sue colpe, le sue aspettative e le sue disillusioni. E poiché l'uomo, secondo l'insegnamento di Aristotele, è un "animale sociale", tutto ciò che è di pertinenza del singolo finisce per ripercuotersi necessariamente sulla collettività, e viceversa.

Epperò, un punto netto di rottura e di lacerazione esiste, e il Poeta mostra di possederne una tacita consapevolezza, sia pure a livello "latente" e mai rivelata con accenti espliciti (rischiosamente esasperati). Consiste nel sentirsi vittima d'una subdola trama, perpetrata senza misericordia dalle classi dominanti, pronte a sovvertire i rivoluzionari diritti-doveri sanciti dalla Costituzione e quindi a ripristinare gli antichi privilegi e le immunità dei codicilli dinastici. Con ogni probabilità Giovanni Di Lena è egli stesso vittima, subendo gli effetti nefasti di quella "coscienza sopita" lamentata da Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere: sussiste tuttora un insormontabile limite storico che impedisce alle classi lavoratrici di scuotersi e lottare per il proprio riscatto umano e sociale.

Daniele Giancane osserva che "l'ispirazione del poeta di Marconia è sostanzialmente popolare": egli vive, pensa e scrive come un qualsiasi cittadino della sua terra. Questa ammirevole "semplicità d'animo" non impedisce a Giovanni Di Lena di aprirsi ad illuminanti intuizioni. Sui temi della solitudine e dell'incomprensione che, incontrastati, prevalgono nella sua concezione di strapaese, Di Lena ci fornisce interessanti chiavi di lettura, sia dal punto di vista pubblico che privato. Nella prima sezione, un esempio tangibile viene dalla poesia Maleducazione: "Nel paese ci conosciamo un po' tutti. | Stamattina, | passeggiando nei vicoli, | ho incrociato alcuni amici | ma per la fretta, | con uno sguardo sbilenco, | ci siamo evitati. || Siamo così fieri della nostra educazione | che per strada | spesso | salutiamo i muri." Pare di vederli questi strambi paesani che stentano a esprimersi e a comunicare, sia pure con un breve cenno di saluto, al punto da far nascere nel Poeta irritazione mista a ironia, ispirandogli versi sofferti e insieme velenosi. Nella seconda sezione rispuntano le medesime problematiche, prendiamo la poesia Come altane: "Nelle campagne tormentate | dal sole d'agosto | abbiamo colmato | il nostro egoismo. || Ci piace essere distanti | e scambiare | solo | convenevoli di rito." Qui il saluto c'è, ma non è altro che un rituale vuoto e senza senso. E non c'è chi non veda come la sfera affettiva privata si confonda senza soluzione di continuità con le convenzioni sociali della buona (o cattiva) creanza.

Giovanni Di Lena sa destreggiarsi con disinvoltura in mezzo a questi vortici di nefandezze collettive e individuali, sguainando la spada dell'impegno etico-civile ed esibendo il proprio lasciapassare di intellettuale serio e responsabile. Forse, colpevolmente, un po' troppo idealista in un mondo che ha cancellato la parola "onesta" da tutti i dizionari in circolazione.

Qui, però, dovremmo addentrarci nel complicato discorso relativo alla proverbiale "capacità di sopportazione" dei lucani, su cui tanto si dilungò il "genius loci" Leonardo Sinisgalli grazie alla sua capacità di distaccarsi dal contesto generale, per sviluppare autonomamente austere riflessioni. Giovanni Di Lena, per la verità, è assai più vicino all'istintività ingenua di Rocco Scotellaro che non alla razionalità rigorosa di Sinisgalli, i due "gemelli diversi" della poesia lucana del Novecento.

Il Poeta tocca il tanto dell'atavica rassegnazione della sua gente in vari componimenti, come in quello, nella prima parte del volume, intitolato L'evasione possibile: "Il vivere d'illusione | ci affascina e ci distrae | e nella spontaneità | subiamo l'inganno | di spacciatori | di etica a buon mercato. || La bonarietà | impoverisce la nostra anima | e ci fa cadere | nelle maglie della debolezza." Parallelamente, anche nella seconda parte troviamo versi che descrivono la condizione di acquiescenza e di passività dei lucani. E' il caso della splendida Cari genitori, un vero e proprio canto di dolore di cui riproduciamo i versi iniziali: "Tutta la vita vissuta in sordina | a cosa è servita? || La bava della bocca i non si toglie | agli uomini bistrattati | che faticano nudi | sotto il sole | squartati dalla miseria."

Imperterrito, Giovanni Di Lena continua ad impastare la sua poesia con il lievito limpido dell'innocenza e il sale amaro della sofferenza: "Smarrendomi | nella canicola dei giorni | istigo il mio cuore | a giocare con la ragione." (Estate).

Recensione
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