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Rifrazioni poetico-cosmologiche in Veniero Scarselli

Nato a Firenze, Veniero Scarselli, dopo la laurea in Biologia e la successiva attività di ricercatore universitario (a Milano, in Germania e in Svizzera), avvertì l’esigenza di ritirarsi in un casolare del Casentino, a Pratovecchio (Arezzo), dove attualmente vive, per realizzare il proprio ideale d’esistenza operosa e contemplativa – sdegnosa ma vigile – insieme con i familiari, tutto dedito al lavoro dei campi e alla ricerca letteraria.

Poeta generoso e versatile, Scarselli è autore d’una cospicua produzione poematica nella quale riflessioni esistenziali e religiose si intrecciano in una ricerca volta alla costante sperimentazione di temi e stilemi inusuali e arditi, sviscerati con una cura certosina e quasi ossessiva, ricca di risultati che la critica più autorevole ha già ratificato come esemplari.

E’ un fervore d’un’intensità insieme “calda” e “cruda” – mi viene da pensare al celebre saggio “Il crudo e il cotto” del filosofo-antropologo C. Lèvi-Strauss –, a volte corrosiva e aspra, ironica e beffarda, più di frequente pietosa e disperata, epperò sempre combattiva perché intimamente combattuta. E’ ben visibile lo sforzo martellante dell’autore di pervenire a livelli accettabili di chiarificazione, nell’esigenza di rapportare costantemente, con tenace determinazione, gli insegnamenti e le visioni teologico-filosofiche con i capisaldi e le acquisizioni della ricerca scientifica (la fisica quantistica, la teoria molecolare dell’Io, ecc.). E’ possibile concludere che il singolare binomio “religione/scienza” – che permane in maniera insistente, come una irrisolvibile “antinomia” – è alla base di tutta la produzione poetica di Veniero Scarselli.

Giunto ad un certo punto del suo percorso poetico, nel 2004, Scarselli volle riunire in un unico volume tutti i poemi editi fino a quel momento, anche per ridare ordine a testi stampati più volte in versioni diverse o rimaneggiate. Alla ponderosa raccolta assegnò il provocatorio titolo “Il lazzaretto di Dio. Rospi aquile diavoli serpenti” (Tutti i poemi. Introduzione di Federico Batini, Postfazione dell’Autore. Editrice Bastogi, Collana di Poesia Il Capricorno. Foggia, 2004, pag. 434).

Ad aprire il volume, l’opera-prima “Isole e vele. Romanzo lirico” già edita nel 1988, con introduzione di Vittorio Vettori. E’ una poesia ritmata in lasse (gruppi di versi di numero variabile), che ricordano – un po’ vagamente, per la verità – i toni epici della “Chanson de geste” e dei “cantares” della tradizione spagnola. Una scelta che contraddistinguerà tutta la produzione successiva di Scarselli. L’Opera incontrò subito l’entusiastico consenso del linguista Giancarlo Oli, che così si espresse: “Il lettore è come irretito e indotto ad abbandonarsi mani e piedi legati alla voce del Poeta-Maestro. (…) Solo un vero poeta poteva dedicare la sua vita alla poesia epica, senza piegarsi al vaniloquio imperante.”

Daniela Monreale, nel suo approfondito saggio dedicato al pensiero e all’opera di Scarselli, intitolato “Nostalgia di Dio Madre nel pensiero poetante di Veniero Scarselli”, Prefazione di Sandro Gros-Pietro. Genesi Ed., Torino, 2012, pag. 48), ha sapientemente individuato le complesse coordinate di tale poetica:

“Il nostro autore s’impegna in questa ricerca teologica con varietà di approcci, unendo indagine scientifica a slancio mistico, ragionamento logico a frenesia erotica, sentimento infantile e vivisezione speculativa, in una tensione sempre altissima che non censura e non smussa, specchio di una preghiera laica che rievoca, anche se in chiave contemporanea, la complessità e la varietà delle voci oranti del Libro dei Salmi.”

In “Pavana per una madre defunta. Appunti per una storia naturale della morte” – risalente al 1990 ed incluso nel “Lazzaretto di Dio” – il colloquio del poeta è con la madre defunta, dal cui ventre, un dì, “Dio comandò di scacciare / (…) un’inerme creatura / che ancora non aveva gustato / il frutto terribile della conoscenza”. I lancinanti interrogativi – dolcissimi e irosi – sono tutti rivolti al Creatore, con un astio furibondo che sa d’insanabile odio/amore, e spaziano dalle incantate illusioni che mascherano la leopardiana “Natura matrigna” agli osceni e imperfetti meccanismi del Maligno. Sono riflessioni che Scarselli riprenderà in “Piangono ancora come bambini” (1994), abbozzato durante la veglia nella camera ardente per la madre. E’ una straziante “dichiarazione d’amore” per i defunti, tutti i defunti, i cui corpi disfatti, forse, sotto l’umida terra si stringono insieme tra loro.

“Torbidi amorosi labirinti. Romanzo lirico” (1991, Prefazione di Luigi Baldacci) è la cronistoria d’una conquistata liberazione erotica, giunta dopo aver abbattuto e ridotto in frantumi i “rigidi schemi sessuali e relazionali”, per esaltare gli “archetipi dell’immaginario erotico maschile”, pur nella consapevolezza che trattasi nient’altro che d’una “cieca funzione animalesca / (…) pendolo e ruota del mondo”.

“Eretiche grida. Manoscritto d’anonimo eremita rinvenuto in una grotta del monte Athos” (1993, Prefazione di Vittorio Vettori) è il “poema dell’eterna aporia – spiega l’autore – fra bisogno irrazionale di Dio e rifiuto della ragione”, un dissidio del quale è interprete un eremita furente contro un “Dio che non si manifesta”, finché lo stesso anacoreta comprenderà che Dio – “voracissimo essere” o “esplosione miracolosa del Chaos” – rappresenta quel Mistero “che unisce tutte le creature a Dio e che si esprime nell’unica realtà metafisica dell’Amore”.

In Straordinario accaduto a un ordinario collezionista d’orologi” (1995, Prefazione di Giancarlo Oli) la ricerca del vero, dopo aver preso atto della limitatezza della scienza, si affida definitivamente alle “certezze dell’intuizione poetica”, senza mai ignorare, attraverso un confronto dialettico continuo, il rapporto scienza/fede. Accade così che ad un “onesto burocrate impiegato / alle Regie Poste del Regno” viene concesso “di vedere il vero corpo di Dio / col suo immenso luminoso meccanismo / sì da averne il cervello accecato”. La visione di automatismi perfetti, composti da miriadi d’ingranaggi di fronte ai quali, paradossalmente, la misura del Tempo – così come viene concepita dalla mente umana – è del tutto fittizia e inutile, riduce lo sbalordito travet in una condizione d’euforica eccitazione e di “estasi mortale”.

“Il palazzo del grande tritacarne” (1998) è l’apocalittica fabbrica del mondo dei mortali dove vengono amputate e tritate le parti del corpo ree di colpe e peccati, onde spurgare la carne impura e prepararla all’estrazione (elevazione?) dello spirito. La teoria di base su cui poggia la concezione di Scarselli è che esista un “ordine molecolare” capace di stabilire dei “legami elettromagnetici o metapsichici” tra corpo e anima. Immagini e concetti, per quanto gravi e profondi, sono raffigurati con un linguaggio tra il raccapricciante e il grottesco, non per semplice irrisione della fede, bensì per condannare tutti quei fanatismi religiosi che da sempre insanguinano il Pianeta in nome d’un presunto volere divino, bramoso di separare il Bene dal Male.

La “Ballata del vecchio capitano” (2002) è la metafora della vita che s’incrocia e s’identifica con la morte, percepita e vissuta attraverso le “occhiaie” del teschio d’un Vecchio Capitano, annegato mentre la sua nave affondava. In un’inquietante atmosfera di mistero, tra i marosi e la melma da cui affiora lo scheletro, la “nobile dolcezza / velata di mestizia” di quelle orbite scarnite sembra invitare il marinaio, testimone ed autore del ritrovamento, ad una sorta di “preghiera” che tuttavia non è la tradizionale invocazione, fatta di pentimento e sottomissione, nei confronti d’un Essere Superiore. I riferimenti, abbastanza scoperti, alla “Ballata del vecchio marinaio” di S. T. Coleridge si fermano, in realtà, al binomio “Death” e “Life-in-Death”: in Scarselli, rispetto a Coleridge, manca il sentimentalismo romantico e, soprattutto, non c’è alcuna speranza nell’intervento d’un “deus ex-machina”: ciò perché in Scarselli Vita e Morte sono la medesima cosa, ossia la prima contiene gli stessi elementi della seconda, e viceversa.

La serie di poemetti riuniti ne “Il lazzaretto di Dio” si chiude con “Diletta Sposa” (2003). Quest’ultima è un’opera ispirata al “Libro tibetano dei morti”, da cui la convinzione che, dopo la morte fisica, esista uno stato di pre-morte che può protrarsi per diversi giorni, durante i quali lo spirito è chiamato a liberarsi di tutte le esperienze terrene per prepararsi al grande salto verso l’Aldilà. Per questo, il poeta si rivolge alla propria sposa, pregandola di voler agevolare il passaggio, quando giungerà il momento della “vita intermedia”: innanzitutto, dovrà avere cura che il corpo del defunto resti per qualche giorno “sul letto della santa unione”, senza che “mani frettolose” lo “ricoprano brutalmente di terra”. Dopo aver posto le proprie “labbra amorose / vicinissime al suo orecchio corporale”, la donna dovrà esortare il marito defunto a “scordare anche i ricordi / più teneri e cari”.

In “Trionfo delle anime artificiali”, dato alle stampe nel 2009 (Genesi Ed., Collana Le Scommesse. Torino, pag. 80), il poeta alza, trepido e sbigottito, lo sguardo verso il cielo stellato – il cosmo –, facendo tesoro delle suggestive intuizioni di scienziati quali Hoyle e Maxwell. Scrive Scarselli: “Allora il cosmo apparirà popolato / da mille lucciole pulsanti e pensanti, / mille piccoli cloni elettromagnetici / della pura Ragione Divina”. Sandro Gros-Pietro ricorda nella Prefazione come le più ardue conquiste della cultura e della scienza inducano il vero studioso, ad un tempo, ad una “fuga dal mondo” accompagnata da una sofferenza senza tregua. La “solitudine del poeta” presuppone una “coscienza libera”, che coincide, in certo qual modo, con “il mito e la dannazione di Narciso”: avere coscienza della “materia oscura” – pensiamo al bosone di Higgs – significa avere fede nell’“extra-mondo”. Scarselli è convinto, tuttavia, che l’originario progetto divino di “fecondare gli umani a sua immagine” sia andato fallito a causa dell’infamia del cosiddetto Homo Sapiens. Per questo, seguiranno in futuro nuovi Big Bang, “altri cicli di vita e di morte”, nell’attesa che possa nascere, un giorno, l’Homo Amorosus.

Veniero Scarselli ha voluto sintetizzare nel volume “Il mio pensiero poetante. Antologia ragionata” – sottotitolato “Scritta da me stesso nel Giubileo della mia attività poetica e in occasione del mio ottantesimo compleanno” – (Prefazione di Sandro Gros-Pietro. Genesi Ed., Collana Letteratura. Torino, 2011, pag. 184), la propria visione complessiva dell’Essere, le proprie “rifrazioni” poetico-cosmologiche. Egli crede fermamente nell’esistenza d’un Dio che, tuttavia, non è il “lugubre, egocentrico Motore Immobile di marca aristotelica” (…), bensì una sorta di “Mente Universale” originata dalla “fusione nucleare di miliardi di luminose coscienze”, il cui “sviluppo” è tuttora in fieri”, e viene poeticamente espresso con intonazioni ingenuamente macchinose e con uno stile personalissimo, stridente e acuto, quasi naïve.

“Ascesa all’ombelico di Dio” (Prefazione di Sandro Gros-Pietro. Genesi Ed., Collana Le Scommesse. Torino, 2012, pag. 112) recupera la carica corrosiva e dissacratoria, in parte attenuata nell’opera precedente. Già il sottotitolo “Tutto quello che Dante non sapeva ma che voi vorreste sapere” lascia intuire il percorso intrapreso dal poeta. Come accaduto a Dante, “nel mezzo del cammin di nostra vita” Scarselli si ritrova “in un boschetto ombroso / senza tema di lonze o di lupe”. L’incipit è dei più graffianti e non ricalca affatto, pur rifacendosi al Divin Poeta, le imitazioni oleografiche oggi dominanti (vedi Benigni ed altri). Allegorie e metafore a parte, non tanto le “fiere” bisogna temere, bensì la perfidia degli uomini. Introdottosi nel tunnel d’una Grande Mela dove lo attende un baco-portinaio, il poeta inizia il viaggio nel regno dell’extra-mondo, accompagnato dapprima dalla Madre e quindi dalla Sposa. Quest’ultima, soprattutto, è da intendere come pura visione ideale – senhal petrarchesco o restaur di Sordello da Goito, se vogliamo fino al visiting angel di Montale, “simbolo perfetto del “pensiero poetante” dell’autore, come scrive Gros-Pietro. Ma la ricerca della Verità, definita l’Ultima Conoscenza e consistente nella Pienezza dell’Essere, “altro non è che Dio”. Tra teorie di buchi neri e universi paralleli, giunge la rivelazione finale: “il viaggio per raggiungere Dio” non potrà mai aver fine, perché “Dio è proprio quel Cordone Ombelicale infinito” che il poeta inconsapevolmente calpesta e attraversa. Un laccio, un legame tra terra e firmamento che, contestando il concetto d’un “Dio demiurgo”, rimanda all’idea elementare – ma geniale – d’un “Dio Madre”, “nascosto nel midollo dell’uomo” e “scolpito nella gravità del proprio enigma”, come scrive Daniela Monreale.

Al termine di questa nostra rapida carrellata, per forza di cose sommaria ed incompleta, è lecito affermare che la poesia di Veniero Scarselli si presenta straordinariamente sconvolgente ed attuale in certe asserzioni affatto inusuali, anche se – e proprio perché – arditamente in linea, in campo letterario, con le più recenti acquisizioni scientifiche (dalla fisica quantistica all’etno-antropologia).

Il poeta fiorentino vive traumaticamente i problemi del nostro tempo, incarnando ed ingaggiando una vera e propria battaglia – a tratti, dialetticamente violenta e brutale – tra materia e spirito, tra corpo e intelletto, nel tentativo costante di giungere ad un’intima pacificazione basata su plausibili correlazioni, sul piano umano come su quello scientifico, agli indefinibili “postulati” dell’esistenza e della fede: dal peccato originale della Cristianità alla teoria molecolare dell’Universo. E tanto altro ancora.

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