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Con grande acutezza critica Ferruccio Masci nell'invitante Prefazione rileva "la costante della tensione metafisica (...), quella ricerca di Dio che è senso dell'esistere".

E tuttavia, mi pare che Banchini interroghi il mistero che tutti ci sovrasta non attraverso un semplice e prevedibile monologo interiore, che risulterebbe, in definitiva, sterile e scontato. Il punto di partenza è lo studio, l'osservazione della realtà; un'analisi tanto più cruda e disincantata quanto più salda e possente si fa la ricerca della fede. Già nella lirica d'apertura, "Nel solco della notte", appare evidente una tale impostazione che potremmo dire "dialettica" e che ricorda i grandi, dimenticati poeti degli "scriptoria" medievali:

"Se taciuto è il tuo nome,
se ignorato il tuo volto,
solo strazio m 'è dentro.

Nel solco della notte
libera me da me."

E' necessario puntualizzare che l'autore non aspira affatto ad interpretare il ruolo del saccente che ama discettare dei massimi sistemi teologico-filosofici. Egli insegue l'"altra favola", quella dell'innocenza e dell'abbandono "alle isole lontane | della memoria", una favola bella destinata a rimanere tale, perché "sempre la clessidra giù versa | amara arida sabbia".

Immagini come quelle del deserto, dell'agonia della terra, dei campi squallidi, della sabbia senz'orme si susseguono esasperate e incalzanti, e rievocano la "terra desolata" di Eliot, l'abissale aridità dell'esistenzialismo di Camus. Ma in mezzo a tanta desolazione si fa strada la religiosità critica, aspra e ribelle alla Mauriac, l'idealità d'un cristianesimo alla Maritain.

Ferdinando Banchini è, non a caso, un appassionato studioso ed esperto dì letteratura francese, i cui insegnamenti così fortemente hanno caratterizzato il novecento europeo, specie attraverso il filone esistenzialistico, sia religioso che laico.

Magnifiche sono le undici traduzioni in francese del Poeta Jean-Marie Le Ray, il quale — riconosce Banchini — ha tradotto questi versi "nell'unico modo in cui è possibile tradurre la poesia: ricreandola secondo la propria sensibilità e secondo il genio della propria lingua".

Recensione
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