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In una breve nota di presentazione, lo stesso Banchini avverte che i versi raccolti Nel tempo rispondono in modo lineare al titolo, perché scritti “in un arco di circa trentacinque anni” e perché “diverse sono le visioni della vita che vi compaiono”.

Apre la silloge la severa quanto ironica bacchettata “A certi signori”, nella quale, difendendo il suo orgoglio di persona onesta e dignitosa, denuncia i mali più perniciosi di cui è affetta l’odierna società, come la falsità, l’ipocrisia, il servilismo e, soprattutto, la vigliaccheria.

Quelli della prima parte – Dolce terra – sono componimenti che conoscevamo da anni, perché in gran parte già apparsi sulle pagine di Pomezia-Notizie e del suo Quaderno Letterario Il Croco, poesie nelle quali, oltre la lindura del dettato, l’armonia che intimamente le governa, le rime non ricercate ma spontanee, ci sono immagini, sentimenti, concetti a volte anche divergenti fra loro, ma sempre fascinose, sicché questo volume è una preziosità, un vero gioiello.

Quando egli canta gli straordinari monumenti romani, come la serie intitolata La Roma del Borromini, per il lettore è come essere preso per mano e condotto per vie piazze e chiese da un cicerone coltissimo ed estroso.

Ma le architetture che ammira – e ci fa ammirare – nella sua città, Banchini le trova pure nella Natura, nelle nuvole, nei paesaggi, nelle acque e, specialmente, nel corpo femminile, ch’egli scopre ed accarezza e a poco a poco ci rivela come in una zummata: “dalla gloria dei fianchi alla gioiosa | forza del seno, e al dolce ventre, madreperla e rosa”. Per usare una sua suggestiva espressione, nei suoi versi “tutto è furia, passione, fuoco d’intimo tormento”.

Ed è la Bellezza – questa Bellezza – che ci salva dagli “aridi affanni del giorno”. La Natura è vista nella sua opulenza e paragonata “a carne di donna”.

Da evidenziare, l’ironia che spesso vi serpeggia. In “Staticità”, per esempio, si sente quasi Palazzeschi, persino nel ritmo e nella forma.

La seconda parte – Parola – è ancora più varia. Si va, dalla preghiera, ai dubbi sulla fede; dai suggestivi splendori del giorno, alle sensazioni e alle immagini che gli procura la notte; dalla spiaggia assolata, allo squallore di una periferia di città, nella quale, però, si vive ancora una vita semplice, quasi felice, come quella dei ragazzi che giocano a pallone, della donna che sciorina al sole il suo bucato, dei fidanzatini che si baciano, della giostra che gira allietata da “risa e grida di bambini”. A dominare è la “parola” che dà il titolo alla sezione, che è, nel contempo, “creatura” e “creatrice”, ugualmente limitata, comunque, perché essa stessa non può tutto esprimere – come avviene, invece, all’amore –, anche se è stato attraverso la parola che Adamo, innanzi a Dio, diede il nome a tutte le cose.

La terza parte, infine – Ultimi doni –, traccia quasi un bilancio della sua ‘poetica’. Banchini è disilluso per la certezza di non aver del tutto posseduto la “Bellezza, casta sovrana del mondo” e per la consapevolezza che tutto è effimero e si perde, svanisce nel “cupo abisso” della morte. Ma proprio abisso cupo? A meditare poesie come “Verbo di Dio” e “I morti, i cari morti”, a noi sembra il contrario. Dio ci parla in ogni essere e cosa e i morti non ci hanno mai abbandonato, aspettano solo che maturi il tempo in cui, tra loro e noi, si realizzi finalmente l’“incontro di luce e di sorriso”.

Recensione
Nel tempo
poesia 
Autori
Ferdinando Banchini
Edizione:
Book Editore
Ro Ferrarese 2008

Nota dell’autore - pp. 96
prezzo: € 13,00

Recensione a cura di
Domenico Defelice
Pubblicata su:
Pomezia Notizie nr.12/2008
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