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Karl Philipp Moritz sosteneva che le idee dell’infanzia sono un filo delicato che ci fissa nella catena degli esseri… Roberta Degl’Innocenti in queste sue 10 fiabe si colloca con pieno merito nel panorama “fiabesco” nazionale e contribuisce a tessere quel filo.

Dall’amore come colonna centrale dell’esistenza (in Biancolina), all’ideale sirena di Mommi (la pescatrice di conchiglie); dal miracolo del sorriso (Perla) alla forza dell’amicizia (il valzer di Orso Bruno); dal prevenire per affetto i mali (la zanzara distratta) all’accettazione della felicità come ricompensa alla propria modestia (Margie e Fosforina) è un continuo stuporico susseguirsi di realtà-irreali che si metaforizzano incrociate in uomini, animali, piante, cose, a testimoniarsi la vicenda della “sorte”, unica protagonista essenziale, custodita da tempi remotissimi nelle nicchie delle coscienze delle comunità viventi.

Queste “realtà-irreali”, cardini di valori che Roberta accetta di raccontarci, si annodano in tutte le favole (o fiabe che si vogliano definire) con fantasia, concisione prospettica, quadro descrittivo-analitico molto efficaci e di sicuro arricchimento per la nostra lettura e meditazione.

Ma come si articola e si manifesta interiormente la “comunicazione” più profonda di questo narrato fabuloso?

Mi sento di azzardare il dubbio che Roberta intenda qui riproporci (a suo modo) un “contesto quasi orale”, definendo cioè la disposizione delle sue frasi in una coordinazione che privilegia gli aggregati simbolici (le varie angolature e sfumature dell’amore, dell’amicizia, del rispetto…) per musicalmente confluirsi, (senza tempo) nelle tipologie specifiche di una tradizionale conclusione positiva, percependo una comunità di trasmissione concreta e fattuale dei singoli episodi narrati.

Quindi tradizionale “oralità” mitica (magia parlata) quasi non scritta: qui stà l’originalità narrativa di questa poetessa della favola: in queste sue magie antropologiche si memorizzano e si riconoscono infatti i contenuti fondamentali dell’esistenza umana che si traggono da problemi reali, si tramandano (irrealmente) orali e si appuntano nella fiaba quale “soluzione” certificata e positiva di dubbi e paure per grandi e piccoli.

In Roberta poi troviamo molte delle 31 funzioni basilari che Propp individua nel contenuto tipico della fiaba: il protagonista del narrato, l’antagonista, l’inganno, la punizione, il premio (o soluzione del problema) ecc; e non è necessario il dettaglio di personaggi e vicende (tipico del racconto tradizionale); qui troviamo una partecipazione interiorizzata (molto seria) che travalica la tipologia dell’allontanamento per proporsi presenza di oggetti naturali risolutori che pensano affettivamente e vivono in un tessuto molto delicato e di raro coinvolgimento emotivo (v. il sasso azzurro dello spazzacamino alla Luna; la bacchetta e la foglia d’ortica di Margie e Fosforina; il collirio per Virgola; la bava di ragno di Mommi; le palline degli gnomi; la scala per il piccolo cielo di Orso Bruno…).

Già dal secolo XVI° a Venezia (con le “Piacevoli notti” di Straparola (1550) la novella cedeva il campo alla fiaba d’incanti e meraviglie, di gnomi e animali parlanti, di uomini gabbati dall’intelligenza della natura e degli oggetti.

Roberta cavalca questa tradizione, ma fabulando poeticamente, in un suo lirismo narrato che coglie le radici genetiche collettive tradotte in itinerari motivati dalla custodia della memoria popolare e incardinati in “simboli” viventi come “personaggi” delle sue storie.

Come i Grimm scoprivano il richiamo dell’antica religione nazionale da risvegliare, come gli “indianisti” fondavano l’evoluzione religiosa e civile sulle allegorie dei primi ariani; come per i freudiani le paure più profonde si affondano nei sogni più comuni; così la vicenda caleidoscopica e pluri-angolata negli arabeschi fabulosi dell’uomo trova in questo volume (semplice e complesso) il suo tracciare più accessibile e arcano.

Si badi bene: non compare qui la solo Roberta narratrice, ma si manifesta la Roberta poeta che si intrinseca nel sito fiaba e nell’ambiente pulsante di esseri viventi totali e registra reazioni, sentimenti, timori, accidenti, successi, premi, debolezze e sicurezze, tracciando i profili di tutti in ciascuno, senza aprioristiche sentenziosità, ma con un intento moralistico sempre implicito e ben evidenziato dalle sue percezioni emozionali. Intento moralistico che si rinviene nella dolcezza di singolari associazioni poetiche indefinite e fluttuanti tra realtà e fantasia (la luna piange… cinquettano le stelle… i libroni del mare… la voce dell’erba… i dolori sono perle… fili di bava di ragni… i fiori camminano… guanciali di petali… pietre si rincorrono… le lucciole confabulano… gli Elfi ballano sulle foglie… il bosco dei respiri…) che evocano tracce di quell’etica nascosta dalla naturale riservatezza delle cose dell’uomo.

Se volessimo, ancora, approfondire più internamente i significati delle fiabe di Roberta, potremmo riscontrarvi un equilibrato rispetto sintattico-ritmico, ancorato ad una risoluzione magica che si discosta dalla “tradizione”: ad esempio qui non compaiono la “luna” di Grimm (comicamente assurda ed iconograficamente medioevale), non il bosco fitto e tenebroso di Basile; non l’amore intriso di sessualità convenzionale; non il binomio bellezza/bruttezza esteso verso il grottesco: nulla di tutto questo! Le metafore ambientali o cosmiche o affettive di Roberta esportano solo una semplicità lineare e si innestano nei labirinti narrativi, contornate da peripezie oggettuali (sassi-perle-canestri-bacchette magiche-bambole-conchiglie…ecc) che divengono (contrariamente alla tradizione) immediatamente utili a connotare l’inversione della fiaba (dal protagonista immaginario all’etica reale) che si narra nelle cose, dalle cose si comunica al personaggio e che si “storicizza” nel mito del mondo vegetale, nell’arguzia dei contorni-attori, nella ricchezza della povertà, nella vastità dei sentimenti puri minimali e sinceri, nella unidimensionalità di un sogno plurale. Si: il sogno catartico di Roberta.

Ma le azioni sognanti dei personaggi (Biancolina, Trecciolina, Freddy, ecc.) sono nelle cose e si dinamicizzano disponendosi a fronteggiare le difficoltà di situazioni interne-esterne che alimentano la crescita degli stessi protagonisti anche virtuali (con momenti regressivi sempre possibili: come fantasmi e ansie, debolezze e incredulità, errori ripetuti…).

Evocando un mondo diverso, con leggi diverse da quelle del nostro quotidiano, in un tempo-senza) del “C’era una volta”…” e in uno spazio “lontano lontano”, ogni cosa, ogni personaggio, ogni azione, possono essere le stesse e qualcos’altro e l’irreale-reale di Roberta può spaziare dall’incredibile meraviglia al mitico “messaggio” virtuale e nascosto che si trasforma in simultaneità/etica concreta. La sequenza si circolarizza poi nella giostra creativa tracciato semplice e immediata, “autonomia” di un mondo comprimario che umanizza con cesello poetico la fantasia della singola fiaba elevando gli oggetti ad “aiutanti” (così li definiva Greimas) del lavoro fabuloso.

L’universo di Roberta (etico-magico-onirico-fantastico…) si può dunque interpretare come immanente al racconto stesso che deve “parlarci” come resoconto di un ricrearci “spazio-tempo” nuovi tra parole-immaginazione-modalità espressiva (non più fortemente formalizzata, ma liberata da canoni e metri) che possiamo collocare in quell’innocenza del divenire trasformato e trasmutato quale nuova organizzazione del reale o del fiabesco-misterioso.

Diceva Schiller: “Ho trovato un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che nella realtà quale mi è insegnata nella vita”.

Una frase del famoso poema epico Mahabarata afferma; “Ascoltate le fiabe, sono meravigliose e permettono di salvarsi l’anima”. Critici letterari come Chesterton e Lewis capirono che le fiabe rilevano “la vita umana come è vista o sentita o intuita dall’intimo”.

Ebbene Roberta Degl’Innocenti con questo suo importante e godibilissimo lavoro intende guidarci sulla strada dell’esplorazione spirituale e di quell’intuizione intima, proseguendo gli obiettivi di tutti coloro che credono nella maturazione della coscienza per adulti e bimbi: il compito più difficile…

Mi voglio ora porre un quesito di difficile soluzione: come un artista (narratore e poeta) si avventura nell’incantesimo del fiabesco? Quale itinerario spirituale si snoda nell’emozionalità profonda e “sognata” di Roberta, ovvero nel suo “simbolismo” liberato dalla realtà dei desideri o paure per approdare all’invenzione di un immaginario concorrente e prevalente?

Come “creare” i Mommi, le Biancoline, le Margie e Fosforina ecc…? Ritengo le immagini di Roberta un prodotto della sua dimensione “irrazionale” che, a mezzo delle “comparizioni” più disparate, tra elaborazioni della memoria nella piramide delle emozioni, accende la sua “scintilla” onirica producendo “suoni narrati” ovvero melodie di “storie” anche bizzarre e surreali. L’uomo non è protagonista di queste emozioni; la fusione psico-fisica (conscia e inconscia) non trova riferimenti abituali, bensì si oscilla tra fluttuazioni indefinite che travasano tutta la “realtà” in una sorta di fantasma di parole-evocatrici che associano simboli primordiali a desideri e sentimenti: iniziano così le fiabe di Roberta? Così si forma il suo “reale” che non esiste? Indubbiamente l’inconscio prolifera le visioni, e le a-logie sceniche assumono contenuti di intrecci sotterranei che “radicano” significati alternativi e trasmettono segnali per ogni “storia”, ma poi conclusivamente tutte le 10 favole di questo volume si riconoscono nei “valori-base” dell’Autrice che riappare e si riappropria (ora razionalmente) della sua verità di artista impegnata nel culturale-sociale a rivelarci il suo “sogno” segreto: giustizia e amore nella generosità dell’amicizia senza interessi occulti di alcun tipo.

Valori che permeano le caratteristiche tipiche delle sue fiabe (o della fiaba in genere) e cioè il meraviglioso normale; l’interseco del naturale e soprannaturale, magico, magico-mitico; l’universo condiviso di incantato e incantatore; risultati finali in contrasto con il quotidiano reale del narratore; delinearsi netto dei contrasti; scarsa individualizzazione e sviluppo del carattere dei personaggi rappresentati da nomi o soprannomi modellati sulle circostanze dell’azione: il tutto senza comunque (in Roberta) una modalità narrativa caratterizzata da formule fisse (“C’era una volta… e vissero felici e contenti…”) ma con un contenuto (etico) prevalente ampio e totalizzante di simbologie che sembra considerare la fiaba come uno strumento di espressione e confronto dell’anima primordiale in noi incavata e quasi soffocata. Roberta tenta l’impossibile… adattando al suo sentire, alla personalità del suo narrare, al gradimento dei suoi ascoltatori quel genere di fiaba storicamente “eurasiatica” che questo libro offre con profonda creatività e originale identificarsi poetico.

Questo libro poi si propone a tutte le età, conferendo alla materia significati nuovi e anche sorprendenti per distillare saggezze nascoste da interpretazioni psicologiche dell’Autrice ed anche per valorizzare l’influenza esercitata dalla lettura del passato: un ottimo armonizzarsi di tradizione innovazione, “oralità” nel racconto e poetica figurazione di trame di personaggi e obiettivi (anche terapeutici) che Roberta conduce e modula con arte e intensa capacità tematico lirica. Qui la storiella didascalica lascia spazio ad un itinere moraleggiante che si oppone alle c.d. leggende metropolitane moderne (malattie da paura, scippi, rapine, ecc…) di cui siamo costantemente lettori e spettatori purtroppo reali.

Al contrario Roberta sembra avvicinarsi a verità remote e insondabili profondità come sosteneva il rabbi Nachman di Breslaw che affidò tutto il suo sapere mistico a 13 favole di magia!

novembre 2008

Recensione
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