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Federico Borromeo si occupò di demonologia in varie opere, tuttavia quella qui presentata si differenzia in modo consistente dalle altre.

Nei suoi scritti De cognitionibus quas habent Daemones e De ecstaticis mulieribus, et illusis, l’approccio è chiaramente legato a problematiche dottrinali e teologiche, che in buona parte si prestavano a speculazioni intellettualistiche poco accessibili anche al clero minore. Nel presente scritto l’autore cercò invece di approfondire l’indagine sulla presenza del demonio nell’ambiente fisico e di conseguenza anche lo stile risulta essere più narrativo e meno barocco rispetto agli altri suoi testi.

Attraverso questa ricerca il Borromeo cercò di illustrare, nel pieno rispetto della tradizione aristotelica e galenica, quali fossero le possibili esperienze sensoriali che l’uomo poteva avere quotidianamente della presenza del maligno. Dagli appunti preparatori emerge che il prelato si sforzò di estendere le osservazioni ben oltre gli angusti orizzonti italiani e a tal fine egli fece ricorso alle opere dell’età classica, a quelle di autori medievali e coevi, e, addirittura, alle relazioni dei viaggiatori e dei missionari, specie gesuiti, in modo da fornire al lettore la conferma della presenza di demoni in tutte le terre e culture conosciute.

Nel corso della trattazione scaturisce l’interesse del prelato per la scienza, pur entro i limiti dei dogmi imposti da Roma. Di conseguenza anche l’approccio scientifico viene piegato ai propri fini e utilizzato per discernere i racconti dovuti all’ingenuità e alla superstizione degli uomini, dai fatti effettivamente riconducibili alla presenza di demoni e a una realtà ultraterrena. Anche in questo caso però egli si muove nel rispetto delle tradizioni classiche (Aristotele, Plinio) e dottrinali del tempo e pertanto lo scritto risulta indissolubilmente legato alla «radicale e profonda convinzione, molto diffusa all’epoca, della puntuale e insistente incombenza del demonio sulla terra e tra gli umani (p. 14)».

Il testo fu redatto sia in latino che in volgare, ma solo la prima versione venne data alle stampe nel 1624. Il manoscritto di questa edizione è andato smarrito; tuttavia, secondo il curatore è da ritenersi quasi certo che per la prima stesura il prelato utilizzò la lingua corrente, anche perché essa era il risultato di una raccolta disordinata di appunti iniziata intorno al 1615. L’analisi comparata del manoscritto e dello stampato fa poi emergere una lunga opera di correzione e di revisione, non sempre riconducibile al Borromeo, e inoltre affiorano alcune differenze tra i due lavori, che però non sembrano particolarmente rilevanti ai fini interpretativi.

Al termine della presentazione il curatore riporta sia l’edizione a stampa, con relativa traduzione, sia il manoscritto volgare. L’edizione è completata da utilissimi indici: uno degli autori e delle opere citate nel testo, un altro «dei nomi di persona, di luoghi e di popoli» e un terzo «delle cose notabili».
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