Servizi
Contatti

Eventi


Maria Grazia Lenisa appartiene a quella rarissima e preziosa "specie" di poeti da leggere giorno per giorno, un brano per volta, tornarvi sopra, afferrare cadenze e rumori, immagini e simboli, e così via, portandosi dietro il libro e di quando in quando aprirlo al segno precedente, oppure a caso, e leggere, e stop, senza pretendere di togliersi l'impegno o di arrivare in fondo e dire, mi è piaciuto o non mi è piaciuto. Anche perché la poesia, ripeto, poesia, a scanso di equivoci, e qui parliamo di poesia, non di versi che capitano quotidianamente a valanga, non si esaurisce in una o due letture, riponendo poi il libro nello scaffale.

Semplicemente non si esaurisce, va ripescato senza la fretta di arrivare in fondo e chiuderlo, va centellinato, va... accolto. Soltanto allora, poi, possiamo trarre le nostre conseguenze emotive, soppesare l'incontro e dircene soddisfatti o meno, perché la poesia lenisiana è talmente corposa, dico anzi piena, di temi e visioni, di sensazioni e parole, che per quanto possiamo essere allenati, una prima e una seconda lettura possono soltanto regalarci un ritmo, un verso qua e là, ma inevitabilmente ci sfugge il magma di epos che ogni composizione contiene e ci propone, il tutto in una perenne ricerca verbale che sa unire senza esibizione o esperimento ardito, evoluzione linguistica e classicità, suscitando nel silenzio della lettura e nella sua doverosa lentezza, quelle visioni che costituiscono poi il fulcro dell'intera opera della Lenisa, fin dai tempi di Erotica e de L'ilarità di Apollo, via via fino a La ragazza di Arthur (tappa fondamentale nella nostra più recente poesia) a L'agguato immortale e Verso Bisanzio.

Così, anche in quest'ultima raccolta, il cui titolo è già un programma, o meglio, un progetto, Incendio e fuga, la vita dell'uomo si sposa con la morte e l'una e l'altra non hanno tempo, appartengono al sempre passato e al sempre futuro, perché le persone e i fantasmi della Lenisa sono esseri universali, ma non perché deisticamente innominati o supremi, anzi, semplicemente perché le loro identità narrative e poetiche sono nelle loro sensazioni, nella loro decadenza di solitudine o nella corsa della vita da cercare e non trovare, pur avendola attorno.

La poesia della Lenisa è infatti poesia di stupore, non però favolistico o ingenuo, da occhi sgranati davanti ai miracoli della natura o alle sorprese della vita, ma è stupore semmai dell'eterna scoperta in sé, del proprio io angustiato e sconosciuto, ora dio ora infimo essere. Però se stiamo attenti, non vi è verso lenisiano in cui domini abbandono, dove si trovino gesti o cenni di dimissioni dal mondo, perché la Lenisa ci ammonisce che la vita è movimento, evoluzione indipendente da noi razionali o istintivi, non fa differenza, e inquanto movimento ed evoluzione non finisce, anche dopo la morte fisica. In fondo è la lezione della poesia di sempre, della capsula del corpo che avvolge l'emozione, la psiche, dunque l'amore, l'ambizione o la sete di quello stupore. Non a caso in questa raccolta, più ancora fedelmente che nelle precedenti, quasi ogni composizione è legata a un nome amico, letterario e di vita, (e ho questo privilegio anch'io!), maestro o discepolo, del passato o del presente, proprio a testimoniare questa offerta comunitaria, sì, in un senso quasi religioso (da religio, legare, affratellare, rendere individui comunità) della poesia famiglia di emozioni..." ...è quella | vita promessa | immortale in cui diventi angelo tra fiamme e non più | uomo né donna | non più bene né male. || Utopica divina Indifferenza che suppone passione, | un dio | séntimentaaale".

Il dio sentimentale che è ciascuno di noi, perché se dio è concettualmente perfezione, cos'è più perfetto, nel senso di intoccabile e inalienabile, nell'uomo, che non sia il sentimento? Il sentimento che è sinonimo di poesia, che è vita e morte di noi. E la morte appartiene alla poesia della Lenisa come il sipario che si chiude, ma è pronto a riaprirsi al primo applauso di richiamo in scena, al ricordo foscoliano ...Notte fèlice di profondo sonno in cui, chiamata, anima | in salute, tempo non hai di salutare il mondo, ma lieta vai | dal sonno del tuo corpo al risveglio assoluto"... "Morte | mi spinse sull'ultime rampe e mi fece vol...are...-vol... are...". Ecco, la metafora del volare sillabico nell'are, che può essere aere classico del volo o l'ara antica, altare della nostra individuale divinità. Proviamo a leggere e rileggere, aprire e riaprire, questo libro come sipario, e troviamo per ciascuna pagina la chiave di ciascun nostro piccolo e immenso momento. Forse ci riconcilieremo con noi stessi, e con la voglia di vivere eventualmente perduta, e allora ci saremo riconciliati con la poesia.

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza