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I versi della padovana Danesin sono protesi a cogliere nuove sensazioni ignote da metafore ardite, essenzialmente proiettate da una realtà che è sognata eppure reale, quotidiana. Da qui la labilità, la leggerezza e l’acutezza dell’intuizione che sa cogliere l’attimo di respiro vitale e nello stesso tempo l’attimo di una realtà esistente, "Poggiamo sull’orlo | di cui grande spazio | infinitamente generato | estratto della vita che resiste" (p. l3).

Anche la cifra della semplicità lessicale s’accorda con la brevità stringata dei versi. E’ un attimo d’illuminazione che tiene spesso il respiro: ne nasce una sensazione imprecisabile, indefinibile, che si arricchisce nella sua solitudine: "Verso sera, | se si ascolta | vi è un’ora di passaggio – | un confine –" (p. 20).

E’ ben difficile poter cogliere in metafore ardite la leggerezza del volo (nuvole) e nello stesso tempo la corposità statica del reale (conchiglia), e senza verbo, costrette in una essenzialità di dettato: "io | nuvola dentro | una conchiglia" (p. 37). Sembrerebbero "voci senza suono" (p. 37), eppure riescono a creare un mondo interiore: "Di giorno in giorno | riascolto , alla soglia | il mio risveglio" (p. 42), "ed è tepore | in una piazzetta parigina" (p. 45), "Ad inclinare i cieli | scendono le stelle | rotolando" (p. 65).

Perfino lo sforzo di un incipiente barocchismo si stempera e l’immagine resta limpidamente immacolata: "Di giardini l’aria | profuma | il tuo ritorno || ... || , Mi cerca il vento | e mite mi sfoglia | di ogni parola" (p. 67), "Come un respiro | danza la marea || ... || Rifrangono all’ascolto_ | attimi | ultimi presenti" (p. 72).

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