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Vi è un asserto sottile, impercettibile quasi, nella pagina introduttiva di Guido Miano, che rivela, anche non conoscendolo in alcuna altra opera poetica, Pietro Nigro: “una poetica che trae risultanze dagli umori, dalle attese e dai disinganni della memoria”… Una poesia, quindi, che si può legittimamente compendiare nella irriducibile macerazione dei sentimenti sacri e genuini della terra, nell’esistenziale d’amore e di un sofferente struggimento quasimodiano.

Una lirica umanizzata ma icastica nella polivalenza delle sue immagini che a quella terra approdano con tono accorato: “A troppi / impietoso destino / di vivere morti lontano”; e da essa si ripartono per risalire i colli luminosi della interiore purificazione: “dolce allora mi sarà il dolore / e un pianto di gioia si leverà anche dai rovi”.

La fissazione della assolata amatissima terra di Sicilia, con il “canto soffocato di uomini duri come scorza di ulivi” rafforza l’armonica stesura della prima parte. Prevale in essa la tematica di eventi e sensazioni duramente maturati e un costante richiamo alla realtà sociale; uno stile che verso su verso, si personalizza con evidente sicurezza, specie quando la sua “Preghiera” si approfondisce in un solco di verità e consapevolezza del proprio essere destinato al finire: “Da quel nulla che è il mio corpo / ti ho sentito emergere / a colmare invitte lacune di verità”. Ma questa “Preghiera” riscopre anche la maturità di un uomo, del suo stile e del suo essere poeta, in versi di forza e bellezza: ”e resti una speranza / che non sia stato inutile / soffrire questi pensieri / che aspiro eterni”.

Altrove, la drammaticità della iterazione ostinata delle immagini della droga, della violenza, della ipocrisia, di una vita sfuggente, di nullità e precarietà si contrappone in un riscatto inatteso e perentorio a quell’eden che apre una sua stupenda lirica “Richiamo”. E’ la chiusura, il rifiuto dell’effimero, per incarnarsi, finalmente nella limpida serenità dell’amore: segni palesi di una vocazione poetica che ha certamente lontane radici.

Poi l’irrefrenabile tormento dell’anima in un avvenire immaginato “di quercia” ma che si ritrova nella “fragile carne”; richiamo alle più raffinate elegiache movenze latine nell’ovidiano desolato “nunc deformatus aerumnis”, ma che subito si riscatta in “Pace” e in “Miraggio”.

La costante del suo “tempo” lirico e il profondo filone che lo ispira, si sostanziano in una accurata e minuziosa ricerca nei fondali dell’anima, con un preciso riferimento ad eventi autobiografici, storici e culturali estremamente sofferti di una terra e di un’epoca irripetibili, perché passione, amori sofferenza e speranza, imprimono al verso un inconfondibile marchio.

Moderno, armonioso, sofferto, questo suo stile in “Stimmung” isolano e fortemente “vero”, trascina in una continua estetica ammirazione.

Recensione
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