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Testìmonìanza dì una ricerca poetica distesa lungo un arco cronologico poco meno che ventennale, l'antologia raccoglie testi tratti da tutte le sillogi pubblicate da Giovanni Chiellino a partire dal 1988, con l'aggiunta dei versi inediti rubricati nella sezione Tela dí parole, strategicamente posta in chiusura in quanto eponima del volume.

Il titolo che campeggia sulla copertina e nel frontespizio del libro rimanda di primo acchito il lettore al mito della donna tramutata in ragno dalla collera divina: la conferma giunge dalla stessa voce autoriale che, dopo una premessa di proprio pugno (sotto forma di Lettera all’editore) ed una fine introduzione firmata da Sandro Gros-Pietro (in realtà un esauriente saggio critico abilmente camuffato da prefazione), in exergo tra parentesi sottotitola l'opera appunto Nell 'ordito di Aracne.

L'esordio dell'autore avviene con Galateo per enigmi (Genesi Editrice, 1988), silloge che nella denominazione riecheggia Il galateo in bosco di Andrea Zanzotto (come ricorda anche Gros­Pietro), uscito alla fine degli anni Settanta (1978). La lirica che apre la sezione dedicata all'opera prima è una spia rivelatrice della curiositas dalla quale procede la riflessione letteraria di Chiellino. «Perché tremano i cuori dei fanciulli (se rapidi s'intrecciano gli sguardi  | quando l'ora del giorno si fa alta?» (da Perché tremano i cuori). Incombente più degli altri è l'interrogativo per antonomasia, in cui si riverbera la formazione scientifica della voce poetante: Dio ha giocato a dadi per creare l'universo? La risposta si accorda ai toni dell'agnosticismo: «Ma la roulette impazza; | rien ne va plus: quando la cifra incalza | premono le puntate | e quando si rivela | i giochi sono fatti. | .E’ nell'incerto andare | che la ruota ci lega | alla cifra nascosta| e quando il moto cessa | si fa chiaro l'enigma | sul perno che non muta. | Noi del ceppo perdente! | Occhio largo non ci fu concesso | a guardare la notte e svelarla, | per questo al penultimo tocco | chiudiamo la partita e voltiamo le spalle. | Che serve conoscere la posta | se la spartizione non ci tocca?» (da La roulette). Accanto alle grandi domande sull'esistere, dunque, tende subito a farsi strada una carica pessimistica, che lascia in vari punti del testo una sorta di retrogusto amaro: «Questi misteri | sono i pulsanti angeli del sole, | i cavalli dell'ora che s'innalza; | poi viene il tocco muto | della campana a morto | e i perché si perdono nel vuoto» (da Perché tremano i cuori).

Come suggerisce il titolo Daedalus, la seconda raccolta (stampata nel 1990 di nuovo da Genesi) inclina alla suggestione per l'effigie del labirinto, comprese le varianti – alcune di ascendenza scopertamente borgesiana – dello specchio che moltiplica all'infinito le immagini (Il grande specchio), della biblioteca stipata all'inverosimile (Intermezzo) e della scacchiera scolpita sulle traiettorie delle costellazioni (L'impossibile fuga). Tuttavia l'icona dominante è piuttosto quella dell'intrico di stanze basse e buie, correlativo oggettivo di un'esistenza che lascia intravedere soltanto rare vie di scampo: «La prigione è perfetta, | stretti corridoi s'aprono a ventaglio, | s'incrociano, scendono ( nei sotterranei dell'universo, | risalgono in superficie, | ma la volta resta bassa. | Si avanza a tentoni fra specchi falsi, | nelle pareti s'aprono lacune, | si sente l'onda del vuoto incurvarsi, | qualcuno vi cade e si perde. | ...» (La prigione).

Il 1992 registra la pubblicazione di Nello spazio della mente, presso l'editore Lineacultura di Milano. Appena sfiorato nelle precedenti circostanze, ora il tema del nostos si accampa perentorio tra le pagine, specie nelle sembianze di viaggio memoriale. Compaiono così volti e luoghi che hanno impresso il loro timbro sull'infanzia e sull'adolescenza dell'autore: la casa avita, la figura archetipica della ragazzina Isabel, le epifanie quasi mitiche di mietitori e agrimensori... E la poesia omonima della silloge a piantare nel terreno della reminiscenza le pietre angolari di questo piccolo|grande mondo antico: «Frantumate essenze | bruciati tronchi | e cenere che ondeggia sulle morte acque del tempo | per vento di memoria. | I fiumi della mia infanzia Alli e Corace e tra questi una fuga | di colli verso il mare | con larghe vallate | e piccole fiumare, | la mia Mesopotamia – | ritornano nei luoghi della mente». Però, con un procedimento che un po' ricorda quello dei pascoliani Poemi Conviviali, la fiamma del ricordo non brilla luminosa per riportare in vita il tempo perduto, al contrario corrode e incenerisce definitivamente tutto il vissuto tornato a galla: «Annerita stagione dei miei avi | museo di storie, per lo più taciute, | dove i reperti sono ombre mute, | frantumate esistenze, | ossa disperse, inconsistente chiave | per porte chiuse a conosciuta voce» (da Casa disabitata).

Edita nel 1994, la plaquette intitolata La partita opera un'escursione nel campo – ripetutamente frequentato dai lirici dei pieno Novecento – della poesia a tema calcistico. Dal portiere al centravanti, uno dopo l'altro i tradizionali ruoli di una squadra vengono osservati con il filtro del verso, all'incipit ed all'explicit, rispettivamente, una riflessione sulla figura del calciatore come moderno eroe («Ha lo sguardo nel vento, | batte il suo cuore | ritmi di sogno | e il piede incede | su zolla di vittoria.| Lui, il fanciullo | dai capelli biondi | è salito sull'arco della sfera | imprimendo un moto travolgente | al passo della danza. | Guerriero buono | insegue le vestigia della gloria | nella felice armonia del gesto, | nella divina fantasia del gioco», dal Calciatore) e sul significato allegorico di una partita («Colonne di mani | sostengono l'urlo dei colori | e un vento tumultuoso di bandiere | quando il pallone, spinto alla vittoria, | balugina negli occhi, | muove la rete e conficca | nel cuore del portiere, | piegato alla sconfitta, | il chiodo del rimorso: | perso dietro a un presagio di vittoria | perde l'attimo giusto, il felino balzo». (da La partita).

Il 1994 è pure l'anno di Nel cerchio delle cose, uscito ancora per la torinese Genesi. Per la musa di Chiellino questo quinto libro coincide con il recupero della dimensione spazio-temporale dell'hic et nunc e parallelamente con il momento del ripensamento sul rapporto io-realtà. Il gruppo dei testi della raccolta antologizzati è aperto dalla strofe di cui consta Esuli, paradigma tematico del volume: «Siamo tutti lontani | dall'ombra della tenda | che ci coprì | nei giorni dei vagiti, | siamo esuli su terre sconosciute | marinai dispersi | in acque alte | senza più bussola | con le stelle cadute | in cieli ignoti». Un fiume carsico di natura autobiografica – l'autore lasciò in gioventù la natia Calabria per studiare all'università di Padova e quindi esercitare la professione di medico a Torino (dove tuttora risiede) – bagna così i versi di Nel cerchio delle cose, emergendo in superficie nei quadri lirici dedicati al viaggio, agli amici ritrovati, al mare, al paesaggio che s'indovina ionico-mediterraneo.

Con potente effetto straniante, La voce della terra e altre voci (Genesi, 1998) edifica lunghi testi che recuperano la dimensione epico-poematica del verso, tanto in auge nella tradizione classica e rinascimentale quanto decaduta in epoca moderna e contemporanea. In tutti i componimenti si parla in prima persona, ma l'io si eclissa per lasciare il campo ad un flatus vocis che proviene dalle viscere ctonie e che ripercorre le tappe della storia umana fissando il baricentro ora sugli eroi (La voce degli eroi, Le guerre e gli eroi), ora sugli artisti (Pittori e scultori), ora sugli attori (La voce dell'attore). Un sudario funebre sembra rivestire e opacizzare i grandi affreschi di massa: il nume di Thanatos pare aleggiare su questi imponenti scenari, che hanno qualcosa delle sfilate tipiche dei trionfi allegorici (con la Morte beffardamente in coda al corteo). Tuttavia, un po' alla maniera dei Sepolcri foscoliani, l'ultima lirica tiene acceso un barlume di speranza, quasi un'illusione da coltivare per lasciarsi aperto uno spiraglio di eternità: «La voce dei poeti è la mia voce | chiusa nella rocca del silenzio, | il mio animo vibra e si rivela | in quel loro guardare oltre le stelle, | scavare le parole nella roccia | e sollevarle sulla musica del tempo» (da I poeti).

L'autobiografia torna in primo piano nel volume del 2000, Il volto della memoria, pubblicato a Roma dalle Edizioni Scettro del Re. Nel segno della continuità tematica, l'opera prosegue il discorso impostato da Nello spazio della mente e toccato più di sfuggita da Nel cerchio delle cose: ecco dunque altri squarci che s'aprono improvvisi sul mondo di ieri, popolato dalle abituali presenze, tra le quali si riaffacciano l'immagine di Isabel e di altre imprecisate figure femminili. Ma l'araldo del libro è in particolare una vecchia cassapanca, scatola magica da cui si sprigiona turbinoso il flusso delle memorie: «La cassapanca tiene | all'urto dei ricordi, | si affacciano sorrisi | da un portico del tempo. | (...) Al fondo della cassa: | "De Rerum Naturae", || rosicchiata dai topi | e sopra un foglio sporco | di polvere e d'inchiostro | "CARPE DIEM" era scritto | in lettere maiuscole, | ma l'attimo è fuggito, || si fa alto il silenzio. || Chiudo la cassapanca | e ritorno al presente» (da La vecchia cassapanca). In un registro stilistico che elegge a modello illustre l'ultimo Montale, l’io poetico inventaria il passato e – con distacco a metà strada tra l'ironia amara ed il sardonico disincanto – scopre che il piatto più pesante della bilancia è quello del non Vissuto. Al 2001 risale Il giardiniere impazzito (che torna ad uscire per i torchi della Genesi), la raccolta in cui il dettato poetico tocca le punte più acute dell'espressività linguistica dell'autore. Le strofe della canzone delle guardie svizzere che Céline ha posto in limine al Voyage au bout de la nuit (1932) potrebbero essere considerate esplicative delle tematiche di questo libro: «Notre vie est un voyage | Dans l'Hiver et dans la Nuit, Nous cherchons notre passage y Dans le ciel où tien ne luit». E davvero il repertorio iconico del Giardiniere impazzito lascia pensare ad una sorta di viaggio al termine della notte: marce di eserciti nel buio piceo, immotivate battaglie senza superstiti, soldati ragazzi che muoiono abbandonati nei prati, madri disperate che piangono i figli uccisi in livide albe di guerra, corvi e angeli della morte che volteggiano sopra scenari desolati. Tutt'intorno, poi, pullulano cromatismi dalla disturbante efficacia: il rosso cupo del sangue, il bianco gelido del ghiaccio (e quello pallido e sudicio delle ossa fratturate), il nero d'inchiostro delle tenebre. Agli occhi sbigottiti del poeta il mondo appare testardamente impegnato a rinnovare il gesto compiuto dal pugnale di Caino, inconsapevole di scivolare così verso l'autodistruzione e di trasformare la Terra in una novella «aiuola che ci fa tanto feroci»: «Sradicare le ortensie e il rosaio,| eliminare i bulbi della terra, | [...] Bruciare la tuia, | atto sacrificale, | abbattere l'agrifoglio, (...) sacrificare l'oleandro e il melograno, | [...] Bisogna fare spazio a cose più importanti: mine anti uomo, missili, mitraglie, | un'infinita varietà di armi. || Reticolati. campi di concentramento, | fosse comuni.| Le salme già occupano il centro del giardino: | uomini e donne, | i giovani figli uccisi prima che cantasse il gallo (…) Dappertutto scorreranno | rigagnoli di sangue per innaffiare | i filari delle croci» (da Il giardiniere impazzito), Dopo i canti della catabasi, una boccata d'ossigeno rigenerante e vivificatore. I versi di Nel corpo del mutare (Genesi, 2004), infatti, spostano l'attenzione soprattutto agli elementi naturalistici, in particolare al regno dei vegetali, osservati e descritti con uno sguardo degno di un botanico (spesso i titoli dei testi coincidono con il nome latino con il quale la pianta è conosciuta e classificata: Hibiscus, Papaver rhoeas, Forsythia, Mirabilis jalapa, etc.). La scommessa del poeta sta qui nel cogliere un senso di trascendenza nell'altalena biologica tra conservazione e mutazione nell'universo floreale, anche se al culmine della catena metamorfica rimane l'incredulità di fronte allo spettacolo che s'interrompe bruscamente: «Poi, un giorno, non si apre la margherita | al sorgere del sole e ti sorprendi | a segnalarne l'assenza: | avverti allora il senso del morire | e il tuo occhio si volge | alla muta distesa del cielo e scorgi |, tra luce e luce, tra vuoto e vuoto | la nera stella di morte» (da Il senso del morire).

Assieme al sottotitolo Nell'ordito di Aracne, una strofe spicca sul portale d'ingresso a Tela di parole, innervata dalla figura retorica della personificazione: «Onda di voce nel mare del poema la parola s'increspa, precipita, s'innalza ( insegue tra le nuvole |, il volo della rondine e del falco. | La luce dei tuoi occhi la confonde tace sui fiori di magnolie e rose | bacia la notte, va da stella a stella e incendia la lingua del poeta. | Danza sui campi aperti della Pace | e sul nero abisso della guerra impreca e prega. Dischiude incerta | la porta della vita e della morte, | sonda il mistero». La trama pazientemente tessuta dalla poesia di Chiellino nello spazio degli ultimi due decenni parte di fatto da questa dichiarazione per congiungersi simbolicamente con il testo della sezione conclusiva che dà il nome sia al gruppo delle liriche inedite sia all'intera antologia: «Per geometrie d'angoli e di rette, | di filo in filo, Aracne, ondeggi | tra muro e muro, tra tronco e tronco, | tra ramo e ramo, sempre sospesa | sul vuoto. Abissi e abissi ti sostengono | mentre tessi incessante la tela | che imprigiona la preda che ti nutre i e ti consente di creare sogni» (da Tela di parole). Fuor di metafora, insomma, i mille, sottilissimi fili delle parole sono gli unici strumenti tramite i quali il poeta aracnomorfo costruisce ponti su vertiginosi spazi vuoti, collega le cose del mondo e tenta di saldare il passato remotissimo al futuro imperscrutabile.

Recensione
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