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Scarselli: un poeta a torto considerato "maledetto"

Veniero Scarselli, libero docente di Fisiologia all’Università di Milano, si è dedicato per anni alla ricerca scientifica, ma nel suo animo essa era sostenuta da un bisogno di riflessione filosofica e metafisica, e a questa egli ha dato infine libero corso scegliendo come mezzo espressivo esclusivamente il poema, genere in cui ha la possibilità di sviscerare un tema esaminandolo in tutti i suoi aspetti. Così ha abbandonato la ricerca trovando il suo rifugio-pensatoio in un casolare isolato dell'Appennino casentinese nei dintorni di Pratovecchio (Arezzo): qui, nella quiete assoluta del suo eremo, egli elabora le sue riflessioni poetiche dando alla luce, si può dire ogni anno, un vero e proprio poema moderno che magari teneva in grembo da tempo. Il suo percorso, a partire dal suo esordio del 1988 col poema Isole e vele, si arricchisce rapidamente di nuove opere, crescendo anche la serie dei riconoscimenti conseguiti e degli incontri in Italia e all'estero per conferenze, presentazioni, seminari. Ma il successo non scalfisce l’imperturbabilità dell'Autore che dal 1998 si sta concedendo una pausa di silenzio. «Ho descritto e cercato di capire ormai tutto il male del mondo» ci diceva in un recente incontro letterario «che cosa potrei aggiungere senza ripetermi?». E' chiaro tuttavia che difficilmente la sua vena resterà silente, perché, sebbene la pace del suo eremo offra al Poeta uno stato invidiabile di armonia, la sua natura poetica di radice umanistico-biologica ispirerà certamente alla sua mente vulcanica altre voci trasgressive e ribelli, e queste potrebbero riservare innovative sorprese di altri poemi.

Colpisce, del Poeta, in primis lo stesso nome, che da solo – Veniero – evoca personaggi trecenteschi o rinascimentali e, unito al cognome, può far pensare a un protagonista di romanzi dannunziani o pirandelliani. Colpiscono anche i titoli delle opere, dall'affascinante Isole e vele (1988) che suggerisce immaginosi viaggi marini, a quelli più drammatici e inquietanti, come Pavana per una madre defunta (1990), Torbidi amorosi labirinti (1991), Priaposodomomachia (1992), Eretiche grida (1993), Piangono ancora come bambini (1994), Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi (1995), e gli ultimi del ‘98, Pianto di Ulisse e, quasi un testamento spirituale, Il Palazzo del Grande Tritacarne.

La poesia di Scarselli mostra due filoni: quello erotico-freudiano e quello filosofico-esistenziale. Fra i temi principali, la contemplazione carnalmente ma anche misticamente vissuta del mistero dell’amore e della morte, la ricerca del Vero e della grazia di Dio attraverso viaggi tumultuosi nei misteri corporei ma anche nelle profondità dello spirito. Caratteristica è la costante ed esclusiva struttura di poema narrativo o, come lui stesso ha definito qualcuno dei suoi poemi, di romanzo lirico. Scarselli infatti ci tiene a far sapere che ”non pratica la poesia intimista né le raccolte di singole poesie, ma esplora ogni realtà esistenziale in un genere monotematico, narrativo-speculativo che suggerisce un moderno poema epico”.

Per limitarci nella nostra sommaria analisi ad alcuni libri, scegliamo come esempio del primo filone uno fra i più significativi di questi poemi epici, dal titolo alquanto torbido ma allettante di Priaposodomomachia: una battaglia in versi dalla diffusa aura onirica e dal frasario apparentemente molto materico, ma dove si coglie una ricerca di spiritualità, un fervore di lotta contro il Male, che acuisce l'esigenza di approfondire un così interessante dissidio interiore. L'ardita concezione di Scarselli, uomo moderno, racchiude richiami ancestrali, paure cosmiche, tensioni religiose; letterariamente poi, guizzano lampi di citazioni, da Omero a Dante, dal Medioevo al Rinascimento, all'Illuminismo. La cultura umanistica dell'Autore si fonde con quella scientifica, il mitico con l'attuale. Vale la pena di dedicare attenzione a questo libro dal titolo di sapore omerico (cfr. Batracomiomachia) e dal sottotitolo medievaleggiante di "Sacra rappresentazione", che ci svela l’intento dell’Autore di edificare moralmente il pubblico: qui non sono rane e topi a contendere, ma un giovane Cavaliere e una bellissima stilnovistica Niobe, amante, madre, sorella, / amica. Questa gli appare un giorno benignamente d'umiltà vestuta e presto l'innamorato vi potrà immergere il suo

priapo generoso e sfortunato
che si perse in quel gorgo di sospiri
ma nel cui fondo s'agitavano soltanto
le impudiche sembianze del Demonio.

Un mondo di rosee meraviglie, quindi, che però nasconde il terribile Ano, la voragine di Satana per cui Dante stesso aveva condannato il suo Brunetto Latini. Ma contro Niobe, o meglio contro il mostro che si è annidato in lei, il Cavaliere protagonista

fieramente e a costo della vita
combatte una valorosa battaglia
per la salvezza della propria anima
.

A questo punto noi donne, ben lontane dall'accettare la medievale equazione Donna-Demonio, dovremmo indignarci; eppure no: si percepisce in queste immagini non un intento offensivo, ma l'immersione in un conflitto mitico da dramma edipico, da tragedia greca anelante una catarsi, che ha la suggestività dell'affabulazione, il pathos del delirio, e quindi si perdona l'Autore, come fa la prefatrice Patrizia Adami Rook, che mette in evidenza l'ironia di Scarselli verso la sconfitta del piccolo maschio protagonista, che perde il suo corpo ma non l’anima, da lui stesso separata dalla perdizione di quello con un colpo di spada. Priaposodomomachia è stata anche messa in scena con successo in versione integrale da una compagnia teatrale nella suggestiva cornice del parco di Villa Guerrazzi, a Cecina, suddividendo i ruoli fra diversi interpreti con la regia di Carlo Rotelli.

Nel 1993 segue un altro parto di questo "cercatore di Dio", come Scarselli ama definirsi, e con questo si può dire che inizi il filone a prevalente indirizzo filosofico-esistenziale. Anche qui un titolo provocatorio: Eretiche grida; il Poeta immagina il ritrovamento di un manoscritto lasciato da un vecchio eremita in una grotta del Monte Athos, contenente il dramma spirituale del vacillamento della sua fede e il percorso di un itinerario dantesco alla ricerca di Dio, figura enigmatica di un Dio-Madre che tutto divora ma al tempo stesso è forza generante. In questa insolita espressione di religiosità anche il linguaggio, che può sembrare blasfemo, diventa grazia e poesia, tanto da far scrivere a Maria Grazia Lenisa: “Veniero Scarselli, dall'alto del suo eremo, non assomiglia a nessun altro, anche la sua bava è poesia”. Anche Giorgio Barberi Squarotti ha definito Eretiche gridaun’opera terribile e bellissima, di quelle che scuotono a fondo l'anima e costituiscono un punto di riferimento assoluto di poesia e verità”.

Ma arriviamo col '94 e '95 ad opere nuove, con le quali Scarselli cambia editore; passa dalla Nuova Compagnia Editrice di Forlì a Campanotto di Udine e i suoi poemi acquistano una nuova veste, una bianca copertina su cui spiccano nitidi e incisivi i neri caratteri dei titoli; ma non c’è un cambiamento interiore: concezione e stile mantengono la loro coerenza sia nel genere (poema narrativo), che nella struttura ripartita in stanze (lasse) medio-brevi collegate da un discorso unitario e dal ritmo quasi sempre scandito da endecasillabi. Tale coerenza è evidente in Piangono ancora come bambini, del '94, il diario di una solitaria, intensa, veglia funebre alla madre nella inquietante camera ardente di un ospedale sconvolta da terribili fantasie. Si ricollega al tema del suo famoso secondo libro, Pavana per una madre defunta, un poema cosmico-lucreziano del '90 che gli ha attirato ire ed elogi e in cui il Poeta prefigurando la morte della madre si lancia in una dissacrante scorribanda fra memorie infantili e deliranti descrizioni dei mali del mondo. Piangono ancora come bambini invece ha un titolo più "morbido" rispetto a tutti i precedenti per quel riferimento ai morti, che sono immaginati dal Poeta come bambini sofferenti e piangenti per il freddo ed il fango nella loro triste fossa.

Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi, del ’95, è un’opera che – a dire dello stesso Autore – è “una nuova parabola di un cercatore di Dio che non demorde”, in quanto l’Autore ora si cimenta in un ardito e quasi dantesco tentativo di rappresentare il Divino, e su questa delirante visione vorremmo ora soffermarci. Parlavamo di coerenza: ma come essa si esprime? Se è vero che ritornano i temi dominanti delle opere precedenti (la ricerca ossessiva del Vero e di Dio, le immagini collegate alla morte, alla decomposizione dei corpi, a particolari della cruda realtà fisiologica, ai binomi madre-figlio e padre-madre, allo spettro del caos e della fine del mondo), tutte le immagini sono attenuate e il discorso è più scorrevole, quasi pacato, e più spesso arricchito da squarci lirici pur nella gravità dell'epos.

Il poema consta di 43 stanze, o "lasse" come preferisce chiamarle Giancarlo Oli, autore della prefazione, in quanto ricordano la struttura della medievale Chanson de Geste. Le prime dieci spirano un'aura di delicata fiaba: un conquantenne svolge la sua vita diurna da impiegato modello alle Regie Poste del Regno – pensiamo agli zelanti funzionari cecoviani – e il suo unico vizio è dedicare assidue cure agli amati orologi, oggetto della sua passione di collezionista (anche Scarselli ha nel suo eremo una collezione di pendole e di orologi):

Il solo vizio cui m’abbandonavo
quand'era scesa la dorata sera
e avevo chiuso porte e finestre
al nemico che assedia invidioso
le nostre vite (...)
era lestamente trasformarmi
in un nobile gufo di casa

che accudisce amorevolmente i suoi amici orologi:

ero il bravo premuroso figliolo
che onora il padre e la madre
/.../ a chi portando il cibo preferito
e a chi curando il corpicino segnato
dalla vecchiaia o dall'umana follia,
a chi raddrizzando una levetta
e a chi togliendo un ingranaggio malato
.

E' un susseguirsi di immagini garbate, come quando egli racconta che spesso li porta a prendere un po’ d’aria come cagnolini e a farli giocare sulla spiaggia. Ma tutto questo è raccontato al passato, perché, come è annunciato nella prima lassa che ha funzione di prologo (bene Giancarlo Oli l'accosta alla protasi dei poemi classici), qualcosa è successo, che ha interrotto il nobile rito e ora il collezionista può solo rievocarlo col ricordo, dopo la straordinaria avventura che, come si vedrà, lo ha portato alla presenza dell'Essere Supremo, accecato dal bagliore, ma ancora capace di ricordare.

Accorata è la rievocazione dell'innocente stupore degli orologi, simili ad

allegri gnomi burloni
travestiti da bianchi coniglioni
che s'inebriano di danze sui prati,
e della brina che cade dalle stelle
,

oppure il ricordo di quell’orologio che, da vero filosofo,

aveva meditato sulle stelle
osservandole da un vecchio cannocchiale
stando sempre seduto sul comò
(...) e mi ricordo i suoi occhi sgranati
quando vide finalmente tutta quanta
la grandezza infinita del firmamento
.

Ma il vero motivo di tante cure e attenzioni è la somiglianza del loro meccanismo con quello della Ragione; per questo diventa una sorta di nobile missione spolverarli, lucidarli, e poi, per lui che possiede gli strumenti della scienza (alter ego del poeta), aiutarli ad accordarsi col moto esatto del mondo; il Poeta sente che gli orologi sono uniti a noi dal simile destino di avere anch’essi la ragione chiusa dentro un corpo materiale e di dovere anch’essi un giorno morire; e la Ragione è l’unica arma concessa all’uomo per sfidare Dio. Il dramma comincia a delinearsi alla lassa XI, Infame terribile sonno / dalla maschera troppo simile alla morte. E' uno dei passi più belli del poema, che racchiude tanti lampi di richiami letterari, da Shakespeare a Leopardi, alla figura dell'Ulisse dantesco o, come sottolinea Oli, ai petrarchisti o ai barocchi: richiami però criptici, come quasi sempre accade nella poesia scarselliana. Gli orologi d'ora in poi cominciano ad essere bersaglio del Male, il quale con l’arresto del Tempo ha iniziato a condurre l'universo incontro ad un fatale spegnimento; in una notte straordinaria di plenilunio e firmamento stellato risuona infatti l'ultimo squillo dell'ultimo orologio: insieme agli orologi, il sonno ha stritolato la Ragione (e produrrà mostri), ma la mente del Protagonista riesce a svegliarsi avvertendo la cessazione dei rintocchi:

Il silenzio s'era fatto di marmo,
come il tavolo ignudo della morgue
quando accoglie il cadavere del Tempo.
(...) Tacevano gli orologi,
tacevano campane e campanellini,
taceva l'ora, poi che un male insidioso
le impediva di scoccare il dardo
di un altro momento dell'esistere
(...) Il tempo era rimasto imprigionato
dentro un bozzolo di seta, sottratto
completamente al controllo della ragione.
(...) O forse era mai esistito?

Il Poeta insiste per alcune lasse sul tema della sua angoscia e del suo disperato resistere al paesaggio di morte e forse alla voragine che si sta aprendo nel mondo. Ed ecco l'evento inaspettato, in quella notte stregata dai diavoli, mentre vanno spegnendosi le bellezze del mondo morente e tutto s'immerge nel gelo,

i fiori, gli alberi, le piccole lucertole,
i timidi animali appena nati
e già vecchi, col dono della vita
pietrificato nel petto
:

nel cielo, ad oriente, spunta un'altissima torre e, acceso come l'occhio di un'aquila, sulla sua vetta appare potentissimo un enorme orologio, il Vero Orologio originario / della notte dei tempi. Ora forse il tempo e la vita stanno rannicchiati, ma salvi, nell'utero caldo del padre / di tutti gli orologi, là forse germogliano le giovani ore capaci di conservare il moto delle stelle e riprodurre le categorie matematiche del tempo. Comincerà qui il viaggio del Protagonista verso la conquista di quella vetta, alla ricerca del Re di quella dimora, il grande Padre

che protende il suo pene superbo
(...) per congiungersi nell'estasi con Dio
(...)
la sovrumana Intelligenza meccanica
che sovrasta la materia del mondo
.

Il potente feudatario che custodisce il suo feudo e

scruta le valli più lontane
per sorprendere l'arrivo del nemico
eruttato dai sordidi alveari
delle città in cui s'annida il Male

e folle d'infelici nelle fogne
muro a muro piangendo si trasmettono
i sussurri e le grida,
l'anelito disperato delle bestie
a mendicare qualche luce di speranza
.

L'Io narrante, in questa notte di tregenda in cui si sentono echi del Deserto dei Tartari di Buzzati, del castigo di Sodoma e Gomorra, e i Sussurri e Grida di Bergman, si sforza nel suo viaggio di arrivare al perfetto meccanismo del Grande Orologio, vuole raggiungere con la mortale imperfezione della mente / l'immortale perfezione dell'Essere Supremo, toccare quegli ingranaggi e divenirne parte, anche solo come una piccolissima ruota, purché possa scongiurare l'estinzione della Ragione; ma su per gli infiniti scalini incontra nuovi ostacoli, si avverte nei versi la tensione dell’ascesa; ma infine avverrà quella che Oli definisce "la teofania clitoridea", l'apoteosi dell’Utero Divino, la folgorazione della visione della gran Luce, e il dantesco svenimento del protagonista (come corpo morto cade), il suo ritorno a riveder le stelle.

Nel 1998, sempre nelle edizioni Campanotto, esce Il Palazzo del Grande Tritacarne - Vademecum del perfetto morituro, quella che per ora è l'ultima opera di Veniero Scarselli e che in un primo tempo si sarebbe dovuta intitolare Breviario per umili peccatori). Se nella Priaposodomomachia si è seguito l'iter doloroso e tormentato di un singolo peccatore che lotta contro il Male per la salvezza dell'anima e se nel poema degli orologi Scarselli narra gli sforzi del Protagonista per raggiungere la sublime visione alla sommità della torre, nel Palazzo del Grande Tritacarne (luogo mezzo sacro e mezzo infame), si svolge il calvario di tutta l'umanità sottoposta alla bonifica della carne, quella che con termine singolare l'Autore definisce la scattivazione, necessaria per eliminare dallo spirito umano ogni traccia di materia e di male che lo inquina: un processo di purificazione che passa attraverso la martirizzazione e il dolore estremo dei corpi, i cui tumori vengono amputati, tritati, spremuti, distillati, sublimati (forse gassificati?) e tutto ciò coi crismi della più sadica ed elaborata tecnologia moderna, prima di diventare impalpabili spiriti e poter finalmente contemplare la Luce.

Il lettore segue le macabre operazioni con diverse reazioni: da un lato sconcertato, risentito, e, perché no, disgustato; dall'altro, affascinato dall'affabulazione ritmica, straniata sì, ma anche spesso attraversata da sotterranei lampi di lirismo e di pietà; si vedano ad esempio le carezze dei parenti, la ricerca di qualche gioia blandamente sessuale o di aria fresca delle stelle da parte dei dolenti; oppure da espressioni di saggia meditazione: “Ognuno è solo col suo pianto”, “lI dolore è il grande taumaturgo”, oppure

Pochissimi sanno che la Morte
strisciando silenziosa come un serpe
s'insinua precocissima nei corpi (...)
La Morte infatti è l'invisibile parassita
che penetra già nell'embrione
dal primo incauto giorno d'esistenza
.

Siamo di fronte alla crudele liturgia dell'espiazione del peccato originale della Vita, che Scarselli conduce con freddezza analitica spiegandoci scientificamente come la materia vivente abbia nelle proprie molecole fin dall’origine una tara genetica che la fa degenerare fatalmente verso il Male e la Morte; ma certamente anche lui ne è interiormente sconvolto, se oggi ritiene esaurito il suo compito di svelare tutto il male del mondo e - com'egli dice – vorrebbe trovare contenuti più leggiadri ed edificanti.

Abbiamo cercato di esplorare i meandri del complesso pensiero scarselliano soltanto attraverso alcune delle sue opere a titolo di esemplificazione, per giungere alla conclusione che in tutto il percorso finora compiuto l'Autore mostra una grande coerenza nei punti chiave del suo poetare: l'esplorazione della realtà senza finzioni, l'uso del linguaggio preciso e appropriato ad ogni situazione, la catarsi liberatoria conquistata attraverso l'autocoscienza. Stilisticamente, come ha rilevato il compianto Giancarlo Oli, la composizione procede nel rispetto assoluto della proprietà linguistica e grammaticale e con l'intreccio magistrale di una proposizione dentro l'altra sino al punto finale (“come un torrente che corre verso la foce”, ha osservato il critico Nicola Amabile). Sì, certo, quella di Scarselli è una scrittura trasgressiva, talvolta maledetta, ma nel rispetto della letterarietà; immaginifica e al tempo stesso controllata al punto giusto. Ma rivela soprattutto anche, e purtroppo non tutti i suoi commentatori l’hanno inteso, uno struggente amore per la bellezza del mondo, un'ansia di speranza e di amore. Anzi, di Amore con la maiuscola, parola con cui l'Autore chiude il poema degli orologi elevandoli a un rango ben superiore a quello a loro assegnato dalla stupidità degli uomini, poiché auspica che qualcuno riesca

a propagare una più nobile vita
di organismi pensanti e ragionanti
,
magari sofisticati robot,
piccole imitazioni elettroniche
della pura Ragione divina
eternamente vaganti nell'universo
come buone gentili comete
forse un giorno destinate da Dio
ad annunciare e seminare l'Amore
.

Così, uno scrittore che potrebbe apparire fortemente legato alla materia più infernale si rivela limpido e "fanciullo" nella sua commossa spiritualità. A lui si può accostare il pensiero del poeta irlandese Thomas Moore: "Per esistere veramente bisogna sentire la vita attraverso un vagabondare dell'anima". E allora? Il "cercatore di Dio" si è avvicinato al traguardo? che cosa potrà darci in un auspicabile nuovo poema? qualche passo avanti verso la trasparenza della Luce? il raggiungimento della natura angelica, previsto da moderne ipotesi per il futuro?

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