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In Coraggio e Debolezza Giovanni Di Lena non si discosta dalle tematiche della sua ultima raccolta poetica Il morso della ragione.

Mi preme sottolineare che il sud con la voluta emarginazione, la chiusura alla storia, la socialità non organizzata, il circuito economico striminzito e fragile, lentamente si dissolve e si frantuma. Ed esce di scena anche il microcosmo delle sue affettività familiari. Nella silloge prende corpo una visione cupa e dolorosa del mondo e della storia e si consolida il percorso di un singolare travaglio interiore innescato dallo scontro tra realtà oggettiva e traumatizzazione della vibratile sensibilità del poeta. Il sud, avamposto delle sue interne lacerazioni, è siglato nitidamente nella sua inconsistenza storica e sono state anche dissolte le sue specificità naturali che configuravano ne "Il morso della ragione" un paesaggio surreale ed abbacinante (arsura, pietre arse dal sole, spazialità allucinanti).

Risalta solo un'essenza qualitativa ("terra indifferente"), un territorio, forse, neppure precisabile geograficamente ("lembo sotterrato, labirinto di anime penzoloni") e in cui non riusciamo a cogliere lo slancio di un mondo attivo e vitale. La parola definisce compiutamente e con asciuttezza una terra non in movimento, anchilosata, non attraversata da spinte eversive evolutive, da progresso sociale ed economico e condizionata da ancestrali ritardi di ingresso di forme politiche nuove che hanno impedito la formazione di un gruppo omogeneo attraverso esperienze culturali significative.

Nel sud "indifferente e sotterrato" si consuma il dramma di un'accettazione fatalistica o deterministica della sorte e gli uomini "apatici e sornioni" si negano alla costruzione del divenire storico e "chiusi come mummie in sarcofaghi di cemento armato" non riescono a scrollarsi di dosso un torpore pietrificato ed a liberarsi della disaffezione al ruolo di protagonisti della storia.

L'uomo del sud assiste con indolenza al baratto del territorio, alla cessione delle ricchezze naturali (acqua, petrolio), all'erosione delle energie e delle risorse umane (braccia) e fa emergere la sua incapacità propulsiva ed attuativa e la sua inesistente determinazione a creare itinerari di sviluppo ("ci lasciamo andare | scorrere | annegare | nella spuma viscida | che i padroni del tempo | spargono ai nostri piedi").

Si inchioda nel verso il cinismo di "facinorosi ambulanti" che "scendono dai monti | dalle colline | vengono dai pantani | a conquistare | questo eldorado svanito". Una intrusione esterna per far decollare il territorio e l'immagine si fa sarcastica e sulfurea (facinorosi, pantani, conquistare) e la variabile del participio passato traduce la delusione per una possibilità di sviluppo solo intravista e la debolezza della gestione politica del territorio. Il sud pare soggiacere a colonizzazioni e a sfruttamento da parte di "forestieri" che vi portano la loro organizzazione di cui in "Loco" non v'è crescita.

Il mezzogiorno è una "terra senza forti radici", senza dinamiche evolutive ed organizzative storicamente consolidate, un "lembo sotterrato" che "magicamente | scivola | all'incanto". L'avverbio "magicamente" in senso figurato è sinonimo di "irrazionale" e racchiude un limite intrinseco, la vocazione del sud a subire, in maniera acritica, le subdole seduzioni degli "ambulanti" colti nella specificità professionale e disposti solo a cogliere e a portar via.

E là dove si sono imposti i "facinorosi ambulanti" anche la spiaggia non ha più l'antico fascino, è stata ferita, martoriata. Sono stati rimossi "i cocci del mio scheletro", è subentrata una perdita secca di identità, un mutamento morfologico e paesaggistico con aggressioni cementizie e barbariche invasioni ("il tuo profumo | non è più selvaggio | sai di altro | di straniero | hai cambiato aspetto | e il tuo cuore ribelle | fa scherni alla natura").

La poesia di Giovanni Di Lena si fa strumento di denuncia dei limiti e delle incapacità del sud e specchio di una interiorità ferita, affonda le radici nel reale "casalingo" e ne coglie le distonie in un'ottica di presa di coscienza e rimozione su un piano di destabilizzazione storica.

Anche la realtà del mondo del lavoro è raffigurata senza veli, in "italsider '99" è palpabile la crisi industriale, La marginalità della classe operaia, ribolle un'atmosfera elettrica ("calderone di fuoco, | si sta a muso duro | come bestie vacillanti | a denigrarci | ad affliggerci"). In "Mobilità" prevale l'insufficienza e l'inconsistenza degli ammortizzatori sociali, l'inibizione del ruolo produttivo, la difficoltà a reinventarsi una continuità lavorativa. "Ci siamo illusi | del salario fittizio | del giornale mattutino | della gita al mare", il circuito economico non è stato ampliato, fortificato e non sono state create attività atte a garantire un larga rete di sbocchi occupazionali. "Il nostro discorso si è chiuso | in un cerchio ellittico", le istanze sociali sono state puntualmente emarginate e in "alienandoci" il poeta fissa la sconfitta della classe operaia, la scarsa incisività nel rovesciare un ruolo subalterno, la cronica incapacità del potere locale ad avere ragione del reale, il distacco dalle priorità del contesto sociale, l'inesistente flessibilità di risposta.

Il sud con il suo sviluppo al rallentatore, la sua indolenza, la precarietà economica, la disgregazione associativa, costituisce, sì, una linea fondamentale della poesia di Giovanni Di Lena, quindi una realtà storica concreta e non astratta si ritaglia un suo spazio specifico, ma non in termini di centralità e di esclusività.

Convergono nei versi, in misura massiccia e quale più autentico e più vero e diretto elemento ispirativo, le personali emotività, le ustioni interne, la visione pessimistica della storia, non solo in senso politico ma anche in senso delle relazioni in generale, la frantumazione delle sue attese oniriche. Il poeta supera i confini geografici del suo sud, i limiti del circuito del lavoro e la sua visione del mondo si fa globale, terribilmente analitica e coglie una realtà universale del tutto amara e drammatica. Il mondo è un "mare di eresie, un sistema colluso, una società appiattita", la verità del nostro tempo è lo "sguardo atroce di un disoccupato, gli occhi impietriti di un profugo". Attraverso la sua esperienza empirica vi coglie anche "frivolezza, menzogna, indifferenza traboccante" e cozza contro il muro delle finzioni e delle ipocrisie ("Lino deve truccarsi prima di uscire").

Prende consapevolezza di una storia che non riesce a dare valore all'uomo e a costruire per l'uomo in senso universale. Le assurdità si allargano a macchia d'olio e il "voler spezzare il mondo | con queste mani di terracotta" è mera, visionaria velleità. Il contrasto, aperto e irrisolvibile, tra ferite del reale e accettazione delle assurdità fa scaturire un corto circuito che prelude a un rifiuto del mondo nella sua totalità ("so che ogni cosa muore | e la solitudine mi affossa | la pazienza è spezzata | il mio mondo è chiuso").

GDL non si àncora neppure alla fanciullezza per schermare il reale, come ne "Il morso della ragione" ("ignari | i bambini | giocano con la neve | che si scioglie fra le mani"). La fanciullezza presuppone il divenire e quindi la consapevolezza. Va oltre, vuole uscire dalla storia, recuperare l'infanzia originaria, quando l'uomo non era ancora esistenza e non aveva coscienza del mondo, vuole riagguantare una dimensione extra-temporale "se l'errore fu | nel principio di vita |  nella scelta delle stagioni". "Desidero qualcosa di nuovo | di frizzante | qualcosa che mi distragga | che mi dia aria sopraffina da respirare | e acqua fresca per lavarmi e dissetarmi".

Nello scontro con la storia Giovanni Di Lena razionalmente è un vinto e sentimentalmente è un disperato. Nella sua pagina totalmente laica (la parola al posto giusto, dura come selce) non c'è traccia o segno, pur minimale, di attese fideistiche nè si coglie la consolazione e l'illusorietà dei paradigmi religiosi ("il mondo non si apre alla verità | il battito del cuore si fa più affannoso") e anche sulla speranza cala il sipario, resiste a malapena il filo di un rocchetto per rattoppare cinicamente e "a perditempo" il sacco sdrucito delle illusioni.

In questo suo camminamento intorno alla storia il poeta, talvolta, sembra voler scordare le sue "fissità" e si rifugia nel contesto familiare. Ma nella figura della madre riscopre i disagi della vita, i patimenti e la coglie plasticamente con le mani sul viso "segnato" e sgomenta di stanchezza nell'attimo di cedere al sonno ("mi piacerebbe rubarle | nel sonno | un suo sogno | e renderla felice").

In "Via Taranto 2" si abbandona al profumo del pane appena sfornato, sente sulla pelle l'aria arroventata e la voglia di refrigerio, segue il dilatarsi della notte in cui sembrano naufragare le inconsistenze quotidiane ("la notte è maestosa | dormono tutti") e nel silenzio della notte emergono in lui le domande più inquietanti ("non so | Signore | dov'è la mia fortuna"). Non riesce a trovare Pubi consistam e a sanare il rapporto tra sè e il reale.

In "Intorno a me" si perde dietro il filo della memoria, sembra scaturire un filo di luce e agguanta una forza che potrebbe sovvertire una realtà scomoda e lancinante, "i dardi dell'amore, i proiettili della speranza". Dell'amore sperimenta le corroboranti tonalità, l'urto trainante, la seducente fisicità ("concedi alle mie labbra | la sensibilità della tua pelle"), la gioia che potrebbe riannodare il rapporto con il reale e accendere il gusto per la vita.

Non più, dunque, la razionalità o, meglio, Il morso della ragione come strumento di salvezza, magma destabilizzante, bensì una forza più dirompente e devastante che, travalicando l'egoistica soggettività, si ponga come elemento determinante per bonificare il mondo e prosciugarlo ed annientarlo nelle assurdità. Ma, a ben vedere, anche questa ultima illusione crolla perchè l'amore, su un piano concreto, non può essere posto in termini di universalità, assolutezza e continuità costante ("so che il tempo | non avrà tempo | per credere nell'amore | e sarà come perderci in un amore | definito dal tempo | senza che l'amore | abbia gioito d'amore").

Dell'amore coglie la relatività e l'impossibilità di specchiarsi nel suo fascino. In "Ti lascio" matura la sua intima sconfitta, il voler inserire nell'altrui sensibilità le proprie angosce, "fobie", "silenzi" genera una barriera insormontabile, i due mondi non sono congruenti e il rapporto di sintesi è spietatamente negato e respinto. Dall'altra parte una cortina di "paure", "sussulti", "meticolosità" (metus) e al poeta non resta che confinarsi nei suoi sogni e attendere, se mai sarà possibile, l'alba che ha sognato e il giorno senza fine che non ha travata. "Ti lascio vivere semplicemente | senza le mie fobie | e i miei silenzi" e il "semplicemente" è il primo stadio di una crisi che sfocia drammaticamente nel successivo "io ti lascio sola", preludio finale a un solipsismo, ad una incomunicabilità invincibile e insormontabile.

Se, dunque, la raccolta poetica Il morso della ragione si era chiusa con l'immagine del mare che scaricava sulla battigia "conchiglie e pesci morti" e il poeta non si rassegnava all'abdicazione, al crollo delle sue illusioni razionali e continuava a ricercare la verità, sussisteva ancora la segreta speranza di poter intervenire sul reale, adeguarlo e modificarlo. Era convinto di poter catturare la luce della ragione anche se nascosta "oltre i monti" e difendere la vita che si perdeva "sui colli" sottraendola ai percorsi accidentati della storia.

In Coraggio e debolezza la sua azione investigativa, se così posso dire, si esaurisce, la verità raccolta è una verità pietrificata, fossilizzata e al poeta non resta altro che riparare e ritagliarsi un angolo ("arido confino") in cui restare in disparte ("derelitto") e in silenzio col bagaglio della sua annaspante spontaneità, unica sua certezza e baluardo di difesa, mentre, intorno, irrompe la viltà del giorno e il gioco sconnesso della consuetudine. Se l'aggettivo "silenzioso" fissa il fallimento di un rapporto di comunicazione, ma non il fallimento del valore positivo dell'azione conoscitiva, voglio sperare che il "silenzioso" non fissi anche l'inutilità della poesia e il suo distacco definitivo dalla storia.

Giovanni Di Lena visualizza le sue interiorità senza asprezze lessicali e utilizza vocaboli, in apparenza folti di astrattezza, (fobie, spontaneità, delusione, contrarietà, sussulti, inquietudine, perdizione) in cui si coagula la sua ansia febbrile, l'estrema sincerità e il travaglio interiore senza fine. Reputo "Vivere, Prigioniero lucano, Spiaggia, Sartoria vitae, Intorno a me, Massaia, Tu dentro, Ti lascio sola, Esilio" le prove più significative di un'acquisizione sempre più notevole della spontaneità poetica e vi colgo freschezza sorgiva, immediatezza di ritmo e, perchè no, timbro musicale.

E per esemplificare: "Torna | stravolgimi | e con la tua semplicità | riaccendimi la vita" (Malinconia) "Carponi m'avvio | alla viltà del giorno | al gioco sconnesso della consuetudine" (Esilio) "Tu mi appartieni | amore | e ogni cosa mia | porta il tuo nome" (Tu dentro) Penso che non appena affinamento stilistico e ispirazione saranno storicamente consolidate e la frase, nella sua globalità, eviterà la "spuma viscida" del discorsivo, usando una sua espressione, avremo un poeta sempre più tonico e compiuto.

Giugno 2003

Recensione
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