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In Non si schiara il cielo il garbuglio verbale di Un giorno di liberta a stato linearizzato da una inattesa essenzialità. Emotività, eleganza, lucente semplicità "griffano" il costrutto poetico.

La silloge si radica in un oggettivo contesto storico : la Val Basento con la chiusura delle fabbriche e il crollo del mito industriale, il Sud con la sua storia di "perimetri sghembi".

La piazza della città identifica una quotidiana coralità di attese vaghe, dialoghi "muti", sconfitte occupazionali: siamo ritornati in piazza | a guardarci negli occhi | ...in silenzio | ....muti.....| a veder nascere il sole | a veder spuntare le stelle.

La piazza diviene cassa di risonanza di disagi sociali ("capannoni vuoti, le macchine ferme"), specchio di illusioni spente "su facce stralunate".

"Anche oggi tutto è come prima", la molla dell'emigrazione l'unica fatalistica opzione per la fuga da una emarginazione produttiva casalinga. La storia "meridiana" "ha sempre la forma del giorno precedente"), ha i tempi e i ritmi millenari dei fiumi che si devolvono "lenti nel mare silenzioso", la ripetitività dell'astro lunare che eclssa il sole, la stagionale partenza dei pastori ai montani alpeggi.

È delineata un'area geografica astorica e in cui i gerenti del potere ("angeli mascherati | protetti dalle ali della paura") hanno impedito un protagonismo storico di massa e apertamente democratico.

Necessita "ripensare" la storia, depurarla delle scorie non democratiche ed eliminare la fissità di un "cielo che non si schiara". In "A Rosario" diviene scacco personale non aver raccolto la sfida per una nuova storia ed essersi sottratto all'azione politica: abbiamo sfogliato molti libri. | li abbiamo gettati | in uno scaffale | che non troviamo più.| la nostra infelicità è riposta lì.

Anche la storia del padre è una storia di sconfitte collettive: fermo | solo col suo passato | brontola vertiginosamente | il ricordo di una vita danneggiata | per difendersi | mio padre | racconta storie amare | con dolcezza indefinita. | la sua ....| non ha senso raccontarla.

Difendersi? Da chi? E perché? Forse da mancate conquiste economiche o, piuttosto, da chi valuta in base al "progresso"? O gli anni di guerra gli hanno impedito di cogliere opportunità significative danneggiando irreparabilmente la sua vita?

L'ossimoro "storie amare | dolcezza indefinite" dipana un grumo interiore di ferite aperte non suturabili. Giovanni Di Lena si sottrae, sembra sottrarsi al circuito politico-sociale e familiare, fissa la pioggia che "cade adagio", il "sole ammiccante", il "primo raggio di sole" che "cauto l'avvolge", si perde nelle spazialità della campagna dove è assente il garbuglio oscuro della storia e tutto è lineare.

Scandaglia anche "giacigli segreti" per scovare concretezze d'amore costanti, però l'amore ha il limite di un "amplesso furtivo" e di breve durata.

Una silloge "sorprendente" e in cui l'autore apre il circuito delle sue intimità sotto la luce plumbea di "un cielo che non si schiara".

Recensione
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