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Pasquale Martiniello, con Il Formichiere, ci offre il suo ventitreesimo libro di poesia, che segna un momento decisivo, probabilmente non conclusivo, della sua arte e possiede tutte le caratteristiche di una pietra miliare per la poesia italiana di questo primo decennio del duemila. Dopo Bartolo Cattafi, Alfonso Gatto, Angelo Maria Ripellino, Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Salvatore Quasimodo, insieme a pochi altri della sua generazione e con percorsi diversi da quella successiva (Gregorio Scalise, Michele Sovente, Dante Maffia, Eugenio De Signoribus, Elio Pecora, ecc.), Martiniello è una delle poche voci nuove della poesia del Sud.

Attento conoscitore della poesia italiana del Novecento ed in particolare della poesia di Alfonso Gatto, Rocco Scotellaro, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti e di Umberto Saba, Pasquale Martiniello è un poeta originale e moderno, ma non della post modernità, affermatasi in Italia verso la fine del secondo Novecento, dalla quale, invece, ha mantenuto, consapevolmente, la giusta distanza. Con questo nuovo volume, prefato, come sempre, con intelligenza critica da Armando Saveriano, egli continua, in particolare, il cammino avviato con L'ora delle iene (Editore Ferraro, Napoli, 1993) e successivamente proseguito e sviluppato con Il picchio (2003), La zanzara (2004), I ragni (2005), Occhio di civetta (2006) e Le faine (2007), pubblicati sempre per i tipi dell'Editore Ferraro di Napoli.

Durante questo periodo, dal 1993 al 2007, con la periodicità annuale che accompagna le sue pubblicazioni, Martiniello ha sviluppato i temi della sua poesia, li ha arricchiti e rinvigoriti con il nutrimento sostanziale della sua esperienza di vita intensa e partecipativa agli eventi del proprio tempo. Le liriche del volume, come, probabilmente quelle delle altre raccolte, appartengono quasi tutte ad un periodo di poco antecedente la data di pubblicazione dello stesso. In questa, così come nelle altre raccolte, Martiniello ha palesemente dominato la sua materia e ci ha offerto, costantemente, una poesia sicura e matura, sia per contenuto che per stile, sempre più consapevolmente arricchito. In questi ultimi anni egli ha guardato da una certa distanza le sofferenze del mondo e la sua vita e quella degli uomini del proprio tempo. In questo modo la poesia di Martiniello, soprattutto quella dal 1993 in poi, si è fatta sempre più viva ed attuale, robusta, priva delle iniziali incertezze e dei legami con la tradizione e il passato più recente (il primo novecento), quelle legate alla sua formazione giovanile che ha subito dimenticato e via via superato. Del passato, insomma, sono rimaste solo poche ed essenziali tracce. I protagonisti che animano la poesia di Martiniello, non sono ombre che vivono nel ricordo del poeta: sono gli animatori della sua ispirazione e di essi egli non ha affatto paura. Anzi, li scuote, li frusta, li aggredisce, li insulta, per manifestarne l'identità opaca e rapace già affidata ai titoli dei vari libri. Metafore, sì, ma con chiarezza identitaria. Perché la sua non è una poesia che allude, strizza l'occhio, indica, bensì una poesia che ti circonda, che ti aggredisce, che ti percuote, che ti graffia con gli artigli della dura realtà quotidiana, che ti invita a riflettere, che non vuole farti straniero ma cittadino del mondo, libero e consapevole delle astuzie della storia.

La materia di queste liriche, a differenza di quella presente ne I canti della memoria (1995) e in Memorie e tempo (1998), è la vita del poeta vissuta quale protagonista attivo del proprio tempo e non rivissuta nel ricordo. La sua poesia è scarna, essenziale, quasi sempre priva di elementi decorativi. Martiniello non è più un poeta lirico, come pure l'esordio e qualche prova successiva lasciavano immaginare, ma un versificatore che tende alla prosa, dopo aver eliminato completamente la rima, presente nelle prime raccolte, pur conservando e alimentando il ritmo del verso.

Nella sua poesia, tra forma e contenuto, vi è vera sintesi. Il poeta non si abbandona mai alla pur preziosa lezione dei poeti del secondo novecento e di questi ultimi anni e ciò spiega l'originalità sostanziale e quasi profetica di Martiniello. Sotto questo profilo è il poeta più vicino a Pasolini, anche se non si potrà mai dire che Martiniello è pasoliniano. A volte, nella sua poesia, vi è la violenza di qualche verbo e la ruvidezza di qualche sostantivo. Ed anche per questa ragione che Martiniello, anche nell'aspetto formale dei suoi versi, rivela una personalità propria, distinta e inconfondibile. In questo modo, i poeti a lui più cari, e non sono pochi, rimangono solo dei compagni di viaggio o tutt'al più maestri da non imitare. La sua ricerca poetica, infatti, lo colloca autonomamente nel suo tempo, la cui vita egli, senza cedimento alcuno, ha vivacemente ed intensamente vissuto.

Il Formichiere conferma la maturità poetica raggiunta sin da subito da Pasquale Martiniello e prosegue, per ulteriori cammini e sentieri, quanto avviato negli anni precedenti, diluendo persino quella patina di sofferta oscurità che aveva, nei precedenti periodi, vivacemente informato la sua produzione poetica.

Martiniello è un poeta che ama profondamente la vita, ma che si rende ben presto conto che il suo destino, come quello dell'uomo, è affidato, di volta in volta, ai ragni, alle civette, alle zanzare, alle iene, al formichiere. Animali, questi, tutti pronti a succhiare e a impoverire gran parte della sua vita e quella del genere umano.

Nella poesia di Martiniello vi è, però, la consapevolezza che le cose potrebbero andare diversamente e forse anche meglio. Vi è parimenti il convincimento dell'impotenza dell'uomo a porvi rimedio. L'ineluttabilità del destino rende la sua poesia feconda pur nella essenzialità e nell'economia dello stile. Nelle sue poesie non vi è mai una parola o un verso di troppo. Poeta prolifico, ma sempre misurato, attento a scegliere il termine giusto e il ritmo necessario per dare il giusto respiro ad ogni singola poesia. Per questa ragione, e per altre ancora, difficilmente le poesie di Martiniello potranno essere completate dal lettore, come pure avviene per altri poeti ed altre poesie. Nella sua poesia, non vi è mai ricerca linguistica fine a se stessa. C'è troppa amarezza, troppa disperazione, troppo dolore, per lasciarla prevaricare e limitarla da una scelta del genere.

L'unità della poesia di Martiniello si fonda sull'antitesi. Martiniello reagisce al progressivo disgregarsi della società civile, alle sue palesi ed occulte tentazioni, alle aggressioni dell'omologazione, alla perdita dei valori e non solo quelli della civiltà contadina.

I singoli motivi non sono voci, ma fanno parte di quello che per Martiniello e un vero e proprio coro. Sul piano più propriamente della struttura delle singole poesie vi è da dire che anche in questa raccolta è assente l'interpunzione, che già era sparita con I lunatici (Editrice Ferraro, Napoli, 1999).

Come già avvenuto con Esodo (Editrice Ferraro, Napoli, 1979), Vipere nello stivale (Editrice Ferraro, Napoli, 1986), L'orlo del bicchiere (Editrice Ferraro, Napoli, 1997), Memorie e tempo (Editrice Ferraro, Napoli, 1998), I lunatici (Editrice Ferraro, Napoli, 1999), Il picchio (Editrice Ferraro, Napoli, 1999) e I ragni (Editrice Ferraro, Napoli, 2005), ne Le cavallette sono presenti voci lessicali rare o di origine dialettale.

Tali voci lessicali o di origine dialettale sono, in particolare, presenti in Arresta la ruota, p. 33, C'era il paradiso, pp. 34 — 35, Ubriacatura, p. 42, Un purgatorio, p. 55, Sono gli ultimi palpiti, p. 58, Sono frignosi, p. 104, Qui c'è, p. 111, Questo gregge, p. 116, Il nonno, p. 122, Poniamo, p. 124, Il tempo, p. 129, Pianto di galline, p. 133, Due carrozze, p. 134, Arrocciati, p. 135, Ci vogliamo, p. 139, I veri pericolosi, p. 144, Diffida, p. 156, Regina, p. 164 e A quell'ora, p. 184. Anche ne Il formichiere, come aveva già fatto ne I Lunatici (Editrice Ferraro, Napoli, 1998, p. 80), e ne La zanzara (Editrice Ferraro, Napoli, pp. 85 e 93), Martiniello si occupa della poesia e dei poeti e lo fa con versi severi: Anche tanti galletti facitori di versi | chiedono gli specchi a edicole e librerie (Meglio un colpo, p. 84). L'indignazione, qui, si fa sempre più palese ed esplicita, fino a diventare irriverente. Questa volta i bersagli sono D'Alema (Malacrema, pp. 86 - 87; Qui c'è, p. 111), D'Alema e Fassino (Mia casa, p. 105) e Prodi (Il sonno, p. 118).

Recensione
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