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Dopo alcuni saggi dedicati a Saffo e ad altri autori classici, la poetessa e scrittrice molisana Antonia Izzi Rufo si è ripresentata all'attenzione della critica e delle persone di cultura in genere con un breve, ma interessante libretto Catullo,il poeta dell'amore e dell'amicizia il quale, già dal titolo lascia intravedere le direttrici entro le quali s'è mossa l'Autrice. E sono categorie nel complesso conosciute, ma,questa volta, con puntuali interventi della Izzi che, poetessa anch'essa, è riuscita ad entrare in consonanza con un autore che ha dimostrato di prediligere al massimo grado. La scrittrice molisana d'altronde, lo ha dichiarato 'apertis verbis' nella Nota introduttiva del volumetto allorquando ha scritto che il poeta veronese "nel suo modo di concepire amore e amicizia, è molto vicino al mio sentire: siamo in sintonia". L'autrice ha ripercorso, anche se brevemente, l'intera formazione culturale di C. Valerio Catullo – formazione circoscrivibile nella sfera dei cosiddetti rappresentanti della corrente 'neòterica' o dei 'poetae novi' o 'docti' per la raffinatezza delle immagini e l'acuta sensibilità artistica – nonché umana visto che il cantore di Sirmione fu una personalità di spicco del periodo in cui visse (87 a.C.- 54 a.C.); momento storico quanto mai ricco di avvenimenti e di personaggi, politici e di cultura, che animarono l'Urbe.

Città così definita in seguito da Rutilio Namaziano, una delle ultime voci poetiche latine (V sec.): "Fecisti patriam diversis gentibus unam; urbem fecisti quod prius orbis erat", volendo, con ciò, significare che la capitale del mondo era stata l'unica realtà in grado di cementare una sola nazione con la forza della civiltà e delle leggi. Assodato, con la Izzi, che la poetica e la poesia catulliane l'hanno immersa "nell'eterna giovinezza dello spirito che mai cede ad involuzione...", è giocoforza aggiungere che effettivamente l'amante di Lesbia era un individuo dotato di una esuberante forza d'animo; forza derivatagli anche dal folle amore per Lesbia non sempre moralmente all'altezza della sua prorompente bellezza se è vero, com'è vero, che Catullo, ad un certo punto, predilesse l' "amare" al "bene velle".

L'Autrice, a questo punto, ha passato in rassegna buona parte della poetica e della poesia del grande poeta latino; e ciò, mediante brevi, ma efficaci commenti che permettono al lettore non addetto ai lavori di gustare non solo la profondità del messaggio del poeta, ma pure gli sfoghi di quest'ultimo diretti a Clodia-Lesbia allorché quest'ultima, con i suoi capricci, tradisce il suo amato "et in quadriviis et angiportis | glubit magnanimi Remi nepotes".

Non mancano, nel libretto izziano, specifici quanto opportuni riferimenti ad altri poeti romani, in particolare, al sommo Lucrezio il quale già col suo esordio del De rerum natura – "Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas | alma Venus..." – aveva dimostrato quanto fosse notevole il messaggio insito nella filosofia democriteo-epicurea da lui brillantemente trasformato in lirica esistenziale. E, infatti, come ha scritto un acuto studioso di letteratura latina, giustamente citato dalla Izzi Rufo, Guido Vitali, i due cantori, Lucrezio e Catullo, ad onta delle comprensibili differenze tematiche, costituirono ambedue "il passaggio da un'epoca destinata a sparire ad un'altra che rappresentò per Roma, il più rigoroso fiorire dell'arte".

Dopo avere, a ragione, posto l'accento sull'attualità ed universalità di Catullo, considerato che, a suo dire, quest'ultimo "per i suoi sentimenti è proprio uno di noi", l'Autrice si è soffermata, a ragione, sui carmi spicificamente destinati dal poeta a Lesbia. E qui fanno spicco i noti componimenti relativi al "passer mortuus est meae puellae", "Vivamus, mea Lesbia, atque amemus" e "Odi et amo", per limitarci a qualcuno. Naturalmente, la poetessa ha esaminato anche altri componimenti catulliani non senza la conveniente riproduzione, in lingua italiana del careme dedicato dal poeta alla sua Sirmione – "Paeninsularum,Sirmio,insularumque ocelle..." – e non senza l'opportuno confronto tra le poesie da Catullo e Foscolo dedicate ai due fratelli scomparsi prematuramente per un tragico destino.

Giustamente, Antonia Izzi Rufo ha scritto che Valerio Catullo "è uno dei lirici più significativi della letteratura latina non solo, ma di quella universale". Basterebbero, per dimostrarlo, alcuni versi diventati, ormai famosi e precisamente quello che ritrae Lesbia "innixa arguta,,, solea" (appoggiandosi all'elegante sandalo) e quelli in cui, mercè una sorta di autoassuluzione, il poeta, dapprima, osserva "et si vitam pur iter egi" (e se ho condotto una vita esemplare) e, in secondo luogo, conclude, volendo guarire dall'orribile malattia dell'amore, "O di, reddite mi hoc pro pitate mea" (O dèi, accordatemi questa grazia in cambio della mia religiosità).

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