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La rivista “Studi e ricerche francescane” ha riservato, in occasione del bicentenario manzoniano, un numero unico ad un ampio saggio di Francesco di Ciaccia, dedicato a problemi di interpretazione manzoniana. L’intervento dello studioso, che è stato edito anche a parte in volume, verte più precisamente su due aspetti della ricerca dello scrittore milanese; aspetti che, trattati separatamente dal critico, rimandano però l’uno all’altro.

Nella prima sezione il di Ciaccia analizza i capitoli conclusivi dei Promessi Sposi, concentrando il suo interesse critico sulla tematica della peste e soprattutto sull’azione di carità e di conforto svolta dai Cappuccini a favore degli appestati. L’autore parte da una disamina storica del problema, utilizzando varie fonti e dimostrando la sostanziale verità delle pagine del Manzoni. Al centro della sua indagine è poi il discorso di padre Felice Casati, che costituisce forse il momento ideologico più importante del romanzo: la carità e la fede attiva dei religiosi sono un’alternativa efficace, a livello storico, all’incuria e alla colpevole leggerezza del potere politico laico. Il di Ciaccia interpreta il discorso di padre Felice alla luce di una lunga tradizione morale e teologica e dimostrandone la perfetta congruenza con la Regola francescana. Proprio per questo, per il fatto di servirsi di fonti generalmente trascurate dalla critica letteraria e storica (e invece molto pertinenti per comprendere il Manzoni, il quale certamente le conobbe e se ne servì), lo studioso offre al lettore indicazioni nuove ed originali.

La seconda parte del volume affronta particolarmente la problematica connessa alla “Storia della colonna infame”, opera che ha goduto recentemente di un vivo e rinnovato interesse critico. Il di Ciaccia mira prima di tutto a ristabilire il valore storico dell’operetta e l’attendibilità della tesi manzoniana: entrambi negati sarcasticamente e in modo polemico da Franco Cordero nel suo recente La fabbrica della peste. L’autore si presta a ribattere, forse con eccessiva insistenza, tutte le varie obiezioni dello scrittore cuneese, la cui vis polemica sollecita continui approfondimenti, aggiustamenti, smentite, ironie di rimando.

Più interessante risulta la lettura della “Storia della colonna infame” come esempio di storiografia morale, volta a giudicare e a sottoporre a vaglio critico colpe schiettamente umane, ma anche come opera allegorica che, attraverso vicende storiche reali, scandaglia il male assoluto nella storia e nella società umana. Sviluppando un’indicazione di Moravia, il di Ciaccia ammette il significato simbolico della peste “corruzione”, cataclisma, “piaga d’Egitto”. In questo senso il processo ai supposti untori assume il significato di una sinistra prevaricazione del potere sull’individuo, della violenza sulla debolezza, dell’egoismo sull’umanità indifesa: il male assoluto verificato, appunto, nella storia. «Le scene di dolore sono diventate “figura”: strappate dal documento con l’ansia e l’angoscia dell’autore del libro di Giobbe» afferma con indubbia suggestione l’autore: e ciascuno può vedere quanto siano opportuni, e pertinenti alla cultura cattolica del Manzoni, i numerosi rimandi del di Ciaccia alle Scritture. Proprio perché scandaglia il male universale che non conosce l’alternativa di bene concretizzatasi storicamente nel padre Casati e nei Cappuccini, la “Colonna infame” si situa in una cupa zona d’ombra, lontana dalla luce.

Non ci appare però motivato il rimando da questa operetta ai ‘‘Promessi Sposi”: non convince (e non sembra sufficientemente motivato) che Manzoni volesse additare ad ogni costo una soluzione positiva al problema del male nel mondo e che quindi la “Colonna infame”, che rappresenta lo scacco della ragione umana abbandonata a se stessa, rimandi alla carità risolutiva del romanzo maggiore. In realtà, la “Storia della colonna infame” rampolla dal romanzo, ne costituisce uno sviluppo particolare e successivo (come ha ribadito di recente anche Carla Riccardi nella sua eccellente prefazione all’edizione mondadoriana della “Colonna infame”); si pone quindi, a rigore di cronologia, come una conclusione e un approdo, non come un punto di partenza. E l’approdo coincide appunto con la consapevolezza di un male necessario e invincibile che le sole forze umane, per quanto agguerrite e armate di verità, non valgono a debellare. Da qui la scelta del silenzio, e la ricerca della soluzione nell’ambito esclusivo della fede e della preghiera.
Recensione
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