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La nuova raccolta poetica di Giancarlo Cecchini, Arcani, ispirata alle carte figurate dei tarocchi, a me pare ricavi il proprio spessore semantico dalla ricorrenza di temi quali il gioco, l'icona, il mito, la sorte, l'erranza, le tremende prove. Insomma quell'insondabile che già trapelava in Giardino d'inverno (1997), silloge d'esordio, ove il poeta – come ebbe a dire Gualtiero De Santi – scandagliava «lo svolgere del tempo con i suoi sensi eterni, ma anche le evoluzioni e le revulsioni della storia». Intuizione che Arcani, ora sembrerebbe confermare specie nelle liriche le cui `figure' emergono, in forma di exemplum, dal guazzabuglio dei secoli. Si va dal travestitismo della papessa Giovanna, alle «manovre nei giorni del conclave» per l'elezione di Pio II; da Costanza imperatrice al secondo Federico; dall'attentato a Umberto I, alle vicende dei nostri soldati di stanza a Cefalonia nel settembre del 1943, in balìa di una sorte «che non di rado risulta superiore | a quanto possa l'umana fantasia». Ecco poi farsi esplicita la «infinita bestialita» dei nazifascisti contro «la forza | degli innocenti, | che consegno infine alla storia, | alla vergogna del nostro mondo, | ormai solo belve feroci, | solo carnefici».

Un breve passo indietro e ci troviamo «Sul Col di Lana, ormai Colle di Sangue», nella cronaca veritiera di un giovane caduto: «Ora io sono un numero di tomba | con sopra scritto il grado militare, | cognome e nome, austriaco o italiano, | per sempre aspetto a Pian di Salesei, | mentre il grattare veloce delle unghie | delle marmotte di nuovo fa affiorare | i segni della guerra e della morte, | sull'aspro colle che vide, con la mina, | cambiare in un istante il suo profilo». Era il 17 aprile 1916. Poco più avanti è l'11 settembre 2001. Muta il profilo di New York: «Torri atterrate, per provocar la fine | d'una potenza ostile da annientare. | E dalla guerra altra guerra nasce | che, giusta o meno giusta, è sempre guerra».

Arcani si chiude con l'immagine di un reperto della prima guerra mondiale, rinvenuto al limite di un prato «sul pascolo tra il caglio che fiorisce», durante una escursione sulle Dolomiti bellunesi: «Ed eccola sull'erba la granata | pronta allo scoppio. Non fu dimenticata | da chi si soffermo per un riposo, | ma la rimane, caduta dalla mano | di un fante di montagna all'arrembaggio». Ed è come se Giancarlo Cecchini, richiamando quel conflitto, additasse a chi ancora persevera nel mestiere delle armi, ragioni di pieta e tolleranza, aperte a scienza e poesia: «senza di esse non resta nella vita | dell'uomo saggio e dotto alcuno scopo». Simile a Giobbe, il quale «S'astiene dal rinnegare Dio», o all'eremita che «avanza con la lampada | che illumina il cammino, per non smarrir la via. | Ma nel suo viso avverti l'espressione | dell'intima armonia con il creato», il poeta espone le proprie esigenze spirituali. Fino a proclamare sulla falsariga di Callimaco, impigliato nella Chioma di Berenice, la necessità di concordia e amore: sempre, ovunque.

Nonostante la varietà del contenuto, questi poemetti ingegnosi sono legati da un impianto melodico che rende palpabile il messaggio che sopra vi ondeggia. A mio avviso potrebbe ricondursi a quel pensiero di Schopenauer, che paragona la vita al gioco delle carte: si fa un piano, ma esso, durante la partita, rimane condizionato dal comportamento degli avversari. Malgrado ciò, Giancarlo Cecchini non rinuncia a sfruttare le regole, gli espedienti, i criteri di prudenza che ingegno gli suggerisce e, come i calciatori di Roversi, insegue il risultato. Che, nel caso particolare, sembrerebbe coincidere con una felicità relativa, responsabile, nutrita dalla contemplazione della natura. Su tale versante insistono, direi, le espressioni pin alte di Arcani, con nitore di sguardi e frasi. Penso a Gli amanti: «Veloci tortore s'inseguono nel volo, | ampie figure disegnano nel cielo, | mentre l'azzurro, nel fresco del mattino, | si sovrappone al bianco dell'aurora. | Leggere trovano appoggi sulle cime | dei pini, mosse da lieve vento. | Ossessionante ripetono il lamento | che mi stordisce, come cantilena». Ma penso soprattutto a La temperanza, giocata su un'unica strofa: «Alata donna intenta a riversare | da brocca a brocca acqua della vita, | che lenta scorre ma sempre troppo presto | cessa come lo spirito che incarna la materia. | Come quel fiore dal calice leggero | che, lambito dall'ape laboriosa, | si curva appena nel sole mattutino». Gli elementi naturali divengono così piccolo repertorio di possibilità che, svolgendo funzione di consiglio e conforto, trasformano l'arcano in raggio di luce. O in vibrazione di verità, come ne Il mondo, ove il pensiero memorante torna all'incanto infantile, dimenticando il resto, per un attimo: «Di nuovo sento, squillanti, degli amici | le voci ripetute, risuonare». Epperò, intorno al poeta che lo afferma, con lo spirito mondo di allora, aleggia la coscienza delle mutazioni biografiche: «Tu non lo avverti, ma cambia la tua pelle». E sembra che nessuno, in tale frangente, possa esimersi dal misurare, nella propria vita fisica, come in ogni realistica immagine delle vicende planetarie, la fatale crudeltà della Storia.

Recensione
Arcani
poesia 
Autori
Giancarlo Cecchini
Edizione:
Quattroventi
Urbino 2004

pp. 64

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Fermenti nr.227/2005
 

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