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Alghe e fanghiglia

“Alghe e fanghiglia”, il titolo della nuova silloge di Edith Dzieduszycka, nella prefazione definita da Plinio Perilli, “fumigante tra sogno e realtà”, mi ha fatto meditare a lungo sul suo significato al primo approccio enigmatico. Poi, leggendo i componimenti poetici, con lentezza è apparso nella mente uno scorcio di paesaggio marino, o per lo meno acquatico, che mi ha incantata col fluttuare leggero, coi moti sinuosi della vegetazione avvolta e sospesa nell’amniotico elemento vitale. I ricordi della primissima infanzia, i sogni, le parole della poetessa aleggiano lievi come le alghe accarezzate dall’acqua, ma radicate nella fanghiglia della realtà, una realtà e un passato piuttosto grevi.

Perilli definisce le parole di Edith, “sogni, fanghiglia onirica e detriti di archetipi”; e spesso, infatti, le parole nascono nella notte, come i sogni: “…Una parola sola / solo quella ricordo / di una poesia comparsa nella notte / l’inizio lacunoso / l’indizio insufficiente // all’alba stamattina / ...è sparita anche quella / risucchiata nel gorgo in cui spariscono / d’una memoria labile i ritrosi detriti”. Detriti “morali e mentali” secondo la definizione del prefatore.

La silloge è suddivisa in cinque sezioni, la prima, “L’affiorare”, è legata proprio alle parole, al mondo creativo della poetessa che dalla vita reale fluisce nel sogno: “…mi do cinque minuti / minute briciole rubate alla ragione / per estrarre / furtiva / dalla mia cesta / un frutto / un fiore // perché no / un pensiero / con cui giocare / inventare una storia / risvegliare i tizzoni / e se non ci riesco / spengere la candela / per nel sogno afferrare / l’invisibile filo che mi ci porta”.

L’atto del creare è un viaggio in un mondo incontaminato al di fuori di ogni limite reale: “Mai / − me ne accorgo – / quando scrivo / che sappia dove vado / né quale strada prendo // ché potrei camminare / incauta / sui fili tesi alti sopra le nuvole / costeggiare le rive di laghi senza fondo / varcare soglie segrete verso luoghi incantati…”. Ma è anche un viaggio faticoso all’interno di se stessa alla scoperta della propria anima tuttora sconosciuta: “…scendere / sul fondo irraggiungibile / e nel mentre raspare / incrostazioni / ruggine / asperità e nodi / frugare ogni livello / senza tregua forare // fintanto si riesca / a strappare alla melma / filamenti / scintille / del sé l’essenza / ancora ignota”.

La seconda sezione è dedicata all’infanzia, ma è di breve durata il tempo spensierato e felice dei “verdi prati” del “…bicchiere di schiuma / lattiginosa e tiepida che i baffi perlacei /sotto il naso tracciava”, del regalo dei cinque anni, una colomba bianca “bestiolina gentile”. E anche la gioia del dono viene turbata dalle raccomandazioni degli adulti: “Se gente sconosciuta incontrata per strada / ti fa domande strane sulla nostra famiglia / …devi fare la stupida e dire: / Non lo so, io sono piccina”. Infatti, presto il mondo della piccola Edith viene sconvolto: “Successe una mattina plumbea di novembre / mai più adatto il giorno / − due, quello dei Morti − / che rimarrà per sempre nella mia memoria. // Calzata da stivali / serrata in vert-de-gris / irruppe a mezzogiorno abbaiando / una squadra feroce / che alla vita vera e a noi tre sorelle / strappò all’improvviso padre e madre”. Solo la madre, nel 1944 rinchiusa nella prigione militare tedesca di Clermont-Ferrand, tornerà a casa dopo quattro “mesi d’incubo”, presentandosi alla bambina “Curva e fragile / sotto l’immane peso della Storia”. Ma, anche se “Sfumano / nella nebbia / piano piano / gli anni indifferenti. // Uno dopo l’altro / se ne vanno / esausti ma necessari / i testimoni / di un passato atroce / e sempre in agguato”. Tuttavia “…non può / non deve morire / cancellata dalla memoria stanca / la verità / perché la Verità va curata / annaffiata / raccolta / tramandata”, anche se è un fiore pregiato dalle radici marce e dall’odore pungente. Il passato pesa sulla vita di Edith come una ferita non cicatrizzata di cui non bisogna staccare la crosta, anche se a volte sembra che questa stia per cadere perché “ostinato invece un suo lembo ancora / ombra di un ricordo / alla fragile pelle sottostante / aderisce testardo”.

La terza parte, “La nuova vita”, rivela i sentimenti che hanno accompagnato l’incontro e la storia con Michele, l’anima gemella. La sezione si apre gioiosamente col “canto soave e puro” di un usignolo sulla cima più alta di un cipresso, prosegue con l’abbandono ai profumi inebrianti, erba tagliata, tiglio, mentuccia, gelsomino, su cui la notte stendeva una cupola disseminata di gemme, mentre la vita pulsava “lenta / interminata”; narra lo sprofondare nella musica di Richard Strauss come “dentro una caverna / pozzo di armonie dalle pareti soffici” in cui Edith, trasformata “in liana ondeggiante / un lazzo d’arpeggi dai flussi rinnovati”, volteggiava e si dissolveva. Ma la felice parentesi della “…tana del piacere / sotto la coltre calda dell’amore” sarà chiusa senza pietà da un “accanito silenzio”: “Da due /…in uno / ricomporsi / …e ritrovarsi / in mare aperto / sulla scialuppa vuota”.

Nella quarta sezione, “L’ego”, Edith affronta la nuova solitudine, “…da sola preferisco / girare per conto mio / smarrirmi / ritrovarmi / non importa davvero…” e il rapporto incerto e altalenante col mondo e con se stessa: “…con me la sera trascorrerò // In fondo ci sto bene / gli stessi gusti abbiamo…” ma conclude il componimento: “A ripensarci bene / non so se rimarrò insieme a me / da sola / questa sera”. La poetessa e la sua mente sono inseparabili, fanno “bon ménage”, ma “certe volte mi capita di dirle / …fatti un po’ da parte / lasciami respirare…”, e la compagnia di se stessi può diventare insopportabile: “…di me mi son stancata / con me non sto più bene / da me vorrei staccare…”. Eppure, nonostante ciò, nonostante lo stretto rapporto con se stessa, Edith ancora continua a cercare la propria essenza, che rimane impenetrabile: “a dire il vero – vi confesso − / ancor non ho capito / in realtà chi sono…” e tutto quel che sa è che sarebbe contenta se potesse lasciare una traccia di sé, “anche se minima” per vincere l’oblio.

Nell’ultima sezione, “Le somme”, Edith riflette sul senso della vita e la sua caducità, sull’inutile sforzo di penetrare il mistero dell’esistenza, sul nostro essere insignificanti di fronte all’universo: “Lontano firmamento popolato d’ignoto / a soltanto pensarti viene una vertigine / la misura imprecisa del nostro breve corso…”. Tentare di trovare il senso del proprio essere al mondo è una pura illusione: “Riempirsi la vita / che così sembri tale / che così sembri vita / e fingere di credere abbia questo / un senso nel tracciato segnato / da non si sa che cosa”. Ci sforziamo di lasciare una traccia del nostro passaggio sulla terra ma siamo solo “Speranzosi bambini / illusi di sopravvivere / in una bolla d’oro / all’ottusa valanga che senza fine / rotola”.

Aprile 2022

Recensione
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